Sguardi puri 2.0 / “Reality”

di Silvia Piccone

C’è tanta grottesca ironia nello spaccato napoletano di felliniana poesia che è l’ultimo film di Garrone, “Reality”, prima visione in città per Sguardi Puri 2.0 e Gran Premio della giuria all’ultimo Cannes.
Da una storia vera ed in parte reinventata dal regista, nasce il soggetto di una commedia drammatica delicatamente girata, quasi con i guanti, dalla mano leggera di Garrone, come a non voler appesantire la piacevole aura trappana che aleggia nelle immagini fiabesche e nelle espressioni colorite di una famiglia  chiassosa e genuina che si appresta alla catastrofe – facendosi di essa, anzi, prima responsabile.
Un microcosmo raccontato da Garrone in prima persona dietro la macchina da presa, che si muove sul set come in una danza, annusando i corpi e facendo cadere la luce sui primi piani appariscenti dei suoi personaggi popolari, vissuti, un po’ clown felliniani, un po’ ragazzi di vita pasoliniani dai volti scavati.
E racconta la vita di Luciano, pescivendolo truffaldino dotato d’innata simpatia, che insieme alla moglie e al parentado tutto, classico stereotipo della famiglia napoletana proveniente dai bassifondi,  con una nonna capofamiglia che cucina giorno e notte e paffuti nipotini dagli idoli discutibili, vive con la speranza di entrare al Grande Fratello, tanto da fare, di un desiderio vanesio apparentemente innocente, una vera malattia.
“Da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione” diceva uno dei protagonisti dell’ultimo film dei Taviani ambientato nel carcere di Rebibbia, e forse lo stesso si potrebbe dire del protagonista di Reality,  Aniello Arena, ergastolano a Volterra che da anni è impegnato nella recitazione e che Garrone avrebbe voluto anche per Gomorra. Grazie alle sue abilità teatrali, nonostante la tristezza intrinseca dello sguardo di chi non mente, ha conferito un accento divertente al suo personaggio destinato ad un risvolto amaro, quello che lo vede accecato da una follia esasperante ed incosciente, in bilico tra incubo e realtà.
Un personaggio cresciuto insieme agli altri, in progress, nel corso delle riprese in sequenza, drammaturgicamente cronologiche che hanno reso gli attori, quasi tutti provenienti dal teatro, caratteri consapevoli di certe implicazioni delle quali, solo con tali inconsuete pratiche di regia, si possono godere le più interessanti sfumature.
Comprendere la differenza tra l’essere e l’apparire è il vero scopo dell’uomo contemporaneo che altrimenti rischia di allontanarsi da se stesso, ed il percorso religioso di Luciano, solo accennato nelle intenzioni, ha tutta l’aria di voler giocare sul dualismo dell’occhio del reality che scruta la vita dell’uomo e quello divino di colui che tutto vede e tutto sa, ma dal quale, chi ha la mente ottenebrata, non può che allontanarsi, sotto il rimbombo pesante di una risata straniante ed inquietante.

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