Primarie Pdl, intervista esclusiva al sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo

di Francesco Iacona

Alessandro Cattaneo e i formattatori Pdl: «Lotteremo per ottenere le primarie»

Intervista al sindaco di Pavia, portabandiera del movimento Formattiamo il Pdl

 

Il 24 ottobre 2012 Silvio Berlusconi ha annunciato il suo ritiro dalla politica; egli, infatti, ha detto che non si ricandiderà e ha promosso le primarie di partito per stabilire il suo successore alla guida del Pdl.

Il 17 ottobre avevamo intervistato il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo, maggiore esponente del movimento chiamato Formattiamo il Pdl.  I temi discussi riguardavano proprio la possibilità di fare le primarie e di rinnovare il partito, ma anche le opinioni di Cattaneo riguardanti alcuni temi di politica nazionale e la sua vicinanza – per quanto riguarda i metodi d’azione – con Matteo Renzi, sindaco di Firenze e candidato “rottamatore” del Pd.

In concomitanza con questa importante notizia, pubblichiamo subito l’intervista integrale, che sarà presente anche sul prossimo numero cartaceo di Inchiostro.

 

Inchiostro – Ci parli del movimento da lei fondato: Formattiamo il Pdl. Quali sono gli obiettivi, quali sono le modalità pensate per raggiungerli e da dove nasce la necessità di formattare il Pdl?

Cattaneo – «Formattiamo il Pdl non l’ho fondato io, ma è nato secondo quella che può essere definita la “politica 2.0”. È un hashtag di Twitter che è comparso le prime volte nel gennaio di quest’anno attorno al quale si è formata una comunità di opinioni. Poi il 26 maggio abbiamo fatto un evento qui a Pavia e in qualche modo io sono stato intrinsecamente definito portabandiera del gruppo, perché sono il sindaco più giovane in Italia e perché la penso in quel modo. Questo evento ha rappresentato la deflagrazione di alcune tematiche che nel Pdl molti condividono e che sono venuti allo scoperto per portarle avanti.

Secondo queste tematiche il Pdl – ma, meglio, sarebbe più opportuno parlare di un’area di Centro-destra – può e deve esistere andando oltre a Berlusconi e al berlusconismo; i valori di Centro-destra – e di questo siamo convintissimi – nel momento in cui l’alternativa è rappresentata da Bersani e Vendola sono la maggioranza nel nostro paese.

Il Pdl, però, ha bisogno di una profonda revisione al suo interno e di un rilancio. Tutto questo secondo parole d’ordine che devono essere: legalità, merito e ricambio. Quest’ultimo non deve essere necessariamente generazionale, inteso come vecchi contro giovani, ma deve prevedere un ricircolo, un ricambio, soprattutto per coloro che occupano lo stesso ruolo in politica dopo vent’anni.

Queste, quindi, sono in estrema sintesi la genesi di Formattiamo il Pdl e i suoi capisaldi. Con l’ambizione e il coraggio di metterci la faccia e di guardare a una nuova area di Centro-destra».

 

In questo progetto quale sarebbe il ruolo di Berlusconi? Anche lui, pare, abbia progetti rifondativi: un nuovo partito, un nuovo nome…ancora non si sa bene.

«Se il nuovo partito è con Flavio Briatore, io personalmente ho più di un dubbio sulla mia adesione.

Quando è nato il Popolo della Libertà Berlusconi stesso nel suo discorso fondativo a Roma – al quale ho assistito personalmente – aveva l’ambizione di creare un’area di Centro-destra e un partito che sapesse andare oltre alle persone e questo è l’ordine delle cose. Le persone sono transitorie. Quindi, anche nell’idea originaria di Berlusconi c’era quella di creare un partito che riuscisse a camminare con le sue gambe. Io sono fedele a quella storia, a quell’indirizzo. La Mussolini ci ha detto: “Voi siete contro Berlusconi, quindi siete del Pd”. Invece penso di essere più berlusconiano io a portare avanti dei valori che sono quelli di liberalismo, di professionisti al servizio della politica e non della politica; che significa che uno nella vita non debba fare solo il politico, ma che debba avere un lavoro oltre a quello nelle istituzioni. Credo di essere più fedele io a Berlusconi oggi gridando e rivendicando una fedeltà a questi princìpi, rispetto a una serie di leccapiedi che per ingraziarselo oggi gli vanno dietro anche quando il percorso in qualche modo disattende la nostra storia.

Quindi, come ho più volte ribadito, Berlusconi credo che oggi sia necessario ma non è sufficiente, perché siamo in una fase storica di cambiamento radicale. Prima lui prendeva i voti per tutti – io stesso devo ringraziare Silvio Berlusconi se sono stato eletto sindaco di Pavia a 29 anni; non lo rinnego – ma proprio perché sono fedele a quella storia io oggi non posso che lamentare e urlare i problemi che hanno portato il Pdl da essere un partito del quasi 38%, come abbiamo sfiorato in qualche elezione, a un partito del 15%. Insomma, se vogliamo dire che va tutto bene, diciamolo; ma il “problemino” di aver perso qualche milione di elettori c’è».

 

Lei ha spesso parlato della necessità di fare le primarie all’interno del Pdl, tanto che ha anche suggerito a Berluconi: “fai una cosa di sinistra, una volta sola, poi non ne facciamo più: le primarie”. Esse rappresenterebbero una svolta storica nella storia del suo partito e del Centro-destra. Non è che in questo senso il Centro-sinistra, storicamente, ha assunto delle procedure organizzative più democratiche che nel Centro-destra sono mancate? Cioè: voi non siete restati troppo a lungo ancorati al leaderismo di Berlusconi?

«Il leaderismo di Berlusconi è stato senza dubbi un punto di forza che ci ha permesso di riscuotere moltissimi consensi, poiché è stato riconosciuto da milioni e milioni di cittadini – la maggioranza degli italiani – i quali per anni hanno dato fiducia.

Oggi viviamo anche in un’era della comunicazione spinta, mediatica. Per cui c’è sempre la necessità di avere un elemento di sintesi che non può che essere il leader. Il partito è importante, ma chi fa la differenza è il leader: ci sono una mediaticità e una sintesi politica dell’uomo da cui la politica moderna non può prescindere.

Però, è anche vero che in un partito moderno, secondo noi, lo strumento delle primarie permetterebbe di avere quell’apertura al proprio elettorato allargata al più ampio consenso possibile che edulcora, indebolisce e sbiadisce tutte quelle “perversioni” della politica che sono il clientelismo o un “interesse peloso” – come si dice in gergo – alla politica stessa. E quindi, spalancando le porte all’interesse civico vero e proprio, tutti questi fenomeni vengono in qualche modo annegati. Perciò, quello che ne viene fuori è una prospettiva politica di alto profilo verso la quale bisogna tendere.

Però il leaderismo e le primarie non sono in contrasto: se negli ultimi diciotto anni Berlusconi avesse fatto le primarie, le avrebbe vinte tutte col 90%. Quindi, in qualche modo c’è stato perché è stato riconosciuto da un popolo di Centro-destra».

 

Qualora le primarie del Pdl per stabilire il candidato premier si facessero, lei sarebbe uno dei candidati?

«Io cerco di fare bene il sindaco, che è un mestiere estremamente interessante e bello. Per il resto, ed è quello che ho detto nell’ultimo evento dei cosiddetti “formattatori” a Mareno di Piave [Conegliano (TV), domenica 7 ottobre NdT], ovunque ci saranno delle primarie l’area dei formattatori, dei riformisti – cioè chi vuole il rinnovamento, il rilancio, la legalità, la meritocrazia – deve avere un suo rappresentante e correre in tutte le competizioni che ci saranno: dalle primarie per la corsa alla leadership nazionale alle primarie per i governatori di regione, i sindaci e quant’altro.

Io in questo momento sono il portabandiera di questa corrente di pensiero; però mi interessa solo una cosa: il gioco di squadra, io non vedo la corsa in solitario. In questo momento è come se fossi il capitano di una squadra, poi chi la butta in rete può essere qualcun altro».

 

Proviamo a immaginare un Alessandro Cattaneo premier. Quali sarebbero le prime cose che affronterebbe e come le affronterebbe?

«Sicuramente il tema più sentito è il lavoro e per arrivare a dare risposte sul lavoro bisogna passare per una detassazione, perché oggi sono oppresse sia le imprese sia chi vuole fare sviluppo in Italia. Quindi, la prima cosa sarebbe di cercare un cuneo fiscale, un alleggerimento delle tasse, dove si trova la copertura in una profonda revisione della spesa pubblica che in Italia è 770 miliardi di euro e non possiamo più permettercela. Questo non vuol dire smantellare il welfare state, ma avere il coraggio di fare grosse riforme in tutto il comparto pubblico, che vuol dire accorpare le regioni o quello che si sta facendo per la riduzione delle province. Ci vorrebbe perciò una ristrutturazione della pubblica amministrazione che deve essere più moderna. A riguardo potrei raccontare una serie infinita di aneddoti sulla mentalità che nelle pubbliche amministrazioni deve radicalmente cambiare; il tempo è già ampiamente scaduto e ormai non bisognerebbe neanche parlare del se ma del come. Però abbiamo delle “piattole”che purtroppo si annidano in alcune parti della politica ma anche in alcune parti dei sindacati, in alcune parti dei dipendenti e in alcune parti della dirigenza. Tutti insieme, invece, bisognerebbe prendere una direzione che è quella dello smagrimento. Quindi: lavoro con defiscalizzazione, dove prendere la copertura dallo smagrimento della pubblica amministrazione e non da nuove tasse; senza quindi mettere le mani nelle tasche della gente.

L’altro cardine è la legalità. A me verrebbe da dire che non dovrebbe nemmeno essere un argomento, ma semplicemente un normale modo di fare. I codici etici uno dovrebbe averli come proprio dna culturale ma evidentemente, alla luce di certi episodi spiacevoli, non è così. Quindi, la legalità è un asse portante che, ribadisco, non dovrebbe nemmeno essere argomento di discussione, ma un modus operandi intrinseco di chi si occupa di cosa pubblica, ma vediamo che così non è. Dovrebbe essere un asse portante di cui il Centro-destra deve fare una bandiera. Purtroppo molti casi sgradevoli ci hanno travolto e io da “formattatore” sono il primo a contrastarli, ma questo non vuol dire che noi formattatori siamo giustizialisti e assolutamente non vuol dire che la battaglia per la legalità voglia mettere una parte contro un’altra: questa è una battaglia delle persone per bene contro quelle non per bene, che ci sono a Destra, a Sinistra, al Centro. Pensare che ciò significhi fare una battaglia di una parrocchia contro un’altra ne svilirebbe l’importanza».

 

Quindi, lei allude a un sistema per porre rimedio ai vari scandali della politica che ormai hanno colpito praticamente tutti i partiti?

«Sì, sicuramente. Stando però attenti al fatto che nel momento dello scandalo si insegue un po’ la pancia e a volte si scopre che le soluzioni che si trovano nel lungo periodo possono essere anche un danno. Faccio un esempio: posso anche essere d’accordo, come obiettivo a tendere, sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, cosa che è stata invocata da più parti del mio partito. Ma se noi togliamo il finanziamento pubblico chi finanzia la politica? I privati. Ma l’Italia ha la mentalità europea e americana di un finanziamento privato avulso da dinamiche di clientelismo e illegalità? Oggi no. Oggi parlare di lobbying in Italia è riconosciuto subito come un atteggiamento in qualche modo negativo. Io guardo al lobbying europeo e americano. Siamo pronti? Oggi assolutamente no. A tendere significa: lavorarci su per ottenere in futuro un risultato più grosso. Quindi, questo è un esempio in cui dico che è vero che nel finanziamento pubblico ai partiti ci sono state esagerazioni e aberrazioni, ma la soluzione è toglierlo? Nel lungo periodo si, ma con delle riforme, anche culturali, e con un rapporto tra la politica e il privato che se oggi lo togliessimo probabilmente faremmo più danni nel breve periodo che non nei benefici a lunga scadenza».

 

Ma il finanziamento privato ai partiti, nel contesto attuale in cui il finanziamento pubblico esiste, non può avvenire sotto forma di tangente? Come, tra l’altro, si è scoperto avvenire in alcuni casi…

«Ma questa è un’aberrazione; è proprio quello che sto dicendo io. Il finanziamento privato funziona in molti modelli politici (come quello anglosassone), perché ci sono dei lobbisti di professione, che non sono gente con un passamontagna che lavora in cantine oscure, ma è gente che ha degli uffici con scritto fuori lobbista. Ciò vuol dire che è sacrosanto che chi fa parte di un’associazione di categoria, di un comparto o di un’azienda, nel momento in cui si fanno le leggi sia presente per dire la sua. È un principio aziendale che laddove si faccia una legge che si occupa di un certo comparto, il comparto sia chiamato a esprimersi e a dire la sua. Quindi, è un principio sacrosanto che in qualche modo le lobby possano avere dei legami con la politica o addirittura fare politica. E se questo avviene in maniera trasparente è ancora meglio.

Però in Italia siamo pronti a questa prospettiva? Oggi la mia risposta è no. Ma questo non vuol dire che dobbiamo star fermi, vuol dire che dobbiamo tendere a migliorare in nostro sistema. Il percorso è innanzi tutto culturale. Quindi dico: bisogna limitare il finanziamento pubblico perché effettivamente è stato eccessivo, ma la prospettiva di abbassarlo da mille a zero e aprire ai privati senza avere costruito una cultura di lobby di ispirazione europea a me preoccupa e penso che rischi di fare danni».

 

In termini di formattazione o rottamazione della politica, lei si sente simile, o comunque vicino a Matteo Renzi?

«Da una parte mi sento vicino a Renzi per alcuni aspetti: per le modalità che portiamo avanti, per i contenuti, per le battaglie che stiamo facendo, oltre al fatto che siamo due sindaci.

Dall’altra parte mi ci sento lontano nel senso che lui sta facendo una battaglia contro Bersani e Vendola, che in nessun modo mi appartiene e che sento molto lontana.

Forse il problema sarà più in Matteo Renzi nel Pd e non tanto il giorno delle primarie, ma il giorno dopo le primarie. Perché queste sono primarie dove non si sfidano solamente delle facce o delle idee diverse per raggiungere gli stessi obiettivi. Qui mi sembra che ci siano obiettivi totalmente diversi: rispetto all’agenda Monti, rispetto alla riforma delle pensioni, al mercato del lavoro, alla riforma del sindacato, la visione di alcuni capisaldi morali ed etici. Quindi, pensare che dopo essersi scannati ed essersi confrontati in maniera aspra con queste distanze e che il giorno dopo alle primarie vada tutto bene e Matteo Renzi sostenga Vendola o viceversa è uno scenario un po’ improbabile. Certo, non è casa mia e lo guardo con interesse distaccato».

 

Renzi ha affermato che il Pdl non è ancora pronto al cambiamento e che i formattatori sono già spenti.

«No, lui ha detto una cosa diversa; cioè che si sono spenti con il ritorno in campo di Berlusconi. Renzi però è fortunato perché lui ha uno stadio dove giocarsi la partita, che è uno stadio che si chiama primarie. Noi, invece, stiamo costruendo lo stadio e siamo un po’ più indietro perché lui può criticare e rottamare i vecchi del suo partito, i quali nel frattempo gli hanno costruito lo stadio in cui giocarsi la partita».

 

Pensa che a livello nazionale le primarie del Pdl si faranno?

«Eravamo arrivati a ottenere un pronunciamento dell’ufficio di presidenza del Pdl che dava il via alle primarie, ma poi tutto si è rallentato. Noi combatteremo fino all’ultimo. Ma è comunque una cosa positiva che oggi le tematiche che portavamo avanti il 26 maggio si siano ingrossate. Se allora eravamo stati isolati e criticati da molti parrucconi del nostro partito, oggi, viceversa, mi sembra che siano in tanti a chiedere quello che noi già chiedevamo il 26 maggio».

 

Sempre riguardo a Renzi, lui iniziando la sua campagna elettorale per le primarie del Pd ha detto di voler attrarre a sé gli elettori scontenti del Pdl. Come commenta questa aspirazione del sindaco di Firenze e perché secondo lei gli scontenti del Pdl dovrebbero andare a votare Renzi e successivamente anche il Partito democratico qualora egli ne vincesse le primarie?

«Molti dei nostri elettori scontenti potrebbero andare a votare Renzi perché egli in molti casi dice cose più di Centro-destra e affronta tematiche storicamente appartenenti al Centro-destra. Poi, certo, questa distinzione oggi è molto edulcorata. Che poi il passaggio successivo sia che vadano a votare Bersani, se dovesse vincere lui, sarebbe un salto secondo me molto difficile che dubito che si realizzi. Però, fa bene Renzi ad ambire a guardare oltre agli elettori abituali del suo partito. Io stesso, quando mi sono candidato a Pavia come sindaco, ho cercato i voti dei delusi del Centro-sinistra locale o di quei cittadini che hanno visto che un sindaco di Centro-destra nei contenuti e nell’agire quotidiano può essere apprezzato al di là della casacca che indossa; quindi, io quando vado in campagna elettorale guardo a tutto l’elettorato e con la forza dei fatti, la mia concretezza e i miei valori cerco il più possibile di attrarre i voti di quello che può essere un bacino potenziale.

Quindi, legittimamente, anche Renzi lo fa e, ribadisco, il nodo di Renzi sarà il giorno dopo le primarie, perché lui spesso dice: “guardiamo ai contenuti e non ai contenitori”, ma non riesco ancora a capire come le tematiche e i contenuti che egli affronta possano avvicinarsi a quelli di Bersani e soprattutto di Vendola, poiché sono molto diversi».

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