Portatori sani di transfobia interiorizzata

Articolo di Davide Capezza e Annamaria Nuzzolese

È difficile non saperlo: nella notte fra l’11 ed il 12 settembre Maria Paola Gaglione, che aveva appena 18 anni, è stata uccisa in un incidente d’auto causato dal fratello, Michele Antonio Gaglione. Maria Paola era innamorata di Ciro Migliore, un ragazzo di 22 che è nato ragazza. È l’ennesima tragedia legata alla transfobia in questo Paese, e questa volta una ragazzina praticamente adolescente ha perso la vita perché il fratello si è arrogato il diritto di decidere per lei, perché aveva osato uscire dagli schemi innamorandosi di qualcuno che la sua famiglia non approvava. Nel gestire la vicenda, l’impianto mediatico italiano si è dimostrato nuovamente non solo propenso agli stereotipi, ma anche poco ricettivo nei confronti delle persone transgender: il Tg1 ha chiamato Ciro Migliore Cira e giornali come Il Mattino e La Repubblica hanno definito la relazione fra Maria Paola e Ciro una relazione saffica, non una storia d’amore fra un ragazzo ed una ragazza. Pur volendo presuppore buona fede da parte dei mezzi d’informazione, ciò non toglie che essi siano, appunto, mezzi di informazione, e abbiano il dovere di informare correttamente i cittadini.

L’errore di identificare Ciro nel suo sesso di nascita e quindi come Cira è fonte prima di sgomento, per la deprivazione di quell’identità faticosamente affermata, e poi di riflessione: sul linguaggio che forgia la nostra società e che da quella stessa società è forgiato.

In molti si sono fatti portavoce di battaglie terminologiche inesatte o di parte anche senza esserne legittimati, come Arcilesbica, che ha rivendicato la morte di Maria Paola sostenendo che sia stata uccisa per colpa della sua “relazione lesbica” con Cira. La catena di notizie per identificare la relazione che legava Ciro a Maria Paola deve metterci in discussione sull’uso consapevole e meno discriminatorio possibile delle parole di cui ci serviamo, per non riscoprirci portatori sani di transfobia interiorizzata.

Nelle “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT”, pubblicazione seguita ad un ciclo di seminari per giornalisti intitolati “L’orgoglio e i pregiudizi” tenutisi nell’ottobre 2013 in alcune grandi città italiane, si legge che “la non conoscenza della corretta terminologia, nonché la rincorsa morbosa a facili toni scandalistici e luoghi comuni, fanno sì che spesso l’informazione dei mass media ricada in facili e degradanti stereotipi, in particolar modo nei riguardi di persone transessuali e transgender.” Stereotipi che riguardano anche l’associazione della persona transessuale alla prostituzione o al mondo appariscente del pride.

Il cambiamento per la dignità e il rispetto non può avere la lungaggine dei normali adattamenti linguistici e culturali, bisogna agire repentinamente contro la transfobia. Secondo l’European LGBTI Survey 2020, in Italia più di una persona LGBT+ su due non fa mai o quasi mai coming out e nove su dieci considerano che il loro paese non si impegni per nulla o quasi per nulla in una lotta efficace contro l’intolleranza e il pregiudizio. L’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (FRA) nel 2013 ha condotto uno studio sulle discriminazione LGTB in Europa, ed è emerso che è il gruppo più discriminato: il 54% degli intervistati ha dichiarato di aver subito offese, violenze e/o discriminazione in ambiente di lavoro o personale, contro una media del resto della comunità LGTB del 47%; le persone transgender vengono discriminate addirittura dalla stessa comunità di cui farebbero parte: Alessandra Angeli, opinionista TV e protagonista di Pechino Express, si è lamentata più volte delle offese provenienti dalla comunità gay, e ci sono stati casi di femministe radicali che hanno manifestato evidente transfobia.

Un primo strumento di lotta, in realtà, è in mano al legislatore.

La tragedia di Caivano accende i riflettori sulle proposte di legge contro l’omotransfobia che si avvicendano periodicamente sui banchi parlamentari da ormai più di vent’anni, senza mai arrivare al felice esito dell’approvazione. L’ultimo testo normativo al vaglio di Montecitorio è la legge Zan, proposta dal deputato del Partito Democratico Alessandro Zan: sarebbe un’estensione della legge Reale-Mancino, in vigore dal 1993, che sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. L’estensione abbraccerebbe tra i motivi discriminatori quelli fondati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”. La proposta prevede inoltre l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omotransfobia, fissata per il 17 maggio, e la creazione di centri antidiscriminazione e case rifugio per dare riparo e sostegno alle vittime.

Si sono dichiarati contrari la Lega e Fratelli d’Italia, mentre i deputati di Forza Italia sono stati lasciati liberi di scegliere individualmente. In seguito alle accuse dei partiti contrari sulle pericolose “derive liberticide” di questa legge, è stata approvata da M5S, Forza Italia e PD una “clausola salva idee” che esclude dal reato di omotransfobia e misoginia affermazioni e frasi che rappresentino “la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio e alla violenza”.

La necessità di dover aprire ad una clausola che tuteli la libertà di opinione per un argomento come la transfobia appare tuttavia piuttosto discutibile, soprattutto perché proviene da partiti politici notoriamente conservatori nell’ambito dei diritti civili. Se da un lato è vero che tutte le leggi che riguardano i reati d’opinione possono essere pericolose per la libertà di pensiero, appare in questo caso come un cavillo per evitare una legislazione effettivamente contro le discriminazioni dei gruppi LGBT. Del resto, siamo il Paese delle “Sentinelle in Piedi”, gli attivisti contro i diritti civili delle persone gay. Questo forse è il vero motivo per cui Maria Paola è morta: perché per molti non esiste ancora nessun Ciro, ma solo Cira.

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