Perché proprio il Belgio? – Edizione Speciale

Foto di Andrej Isakovic (AFP, credits Getty Images)

Il Belgio è da sempre un’entità statale tutto meno che omogenea, non diversa dunque da quelle mediorientali o africane. Il Belgio si divide in due gruppi linguistici: quello francese, i Valloni e quello di lingua fiamminga (di fatto molto simile all’olandese) i Fiamminghi. Al momento dell’indipendenza, dopo una serie di governi alloctoni di Francia, Olanda Impero Austriaco, nel 1830, le due regioni linguistiche furono divise da un confine che corre quasi parallelo al mare. A nord i Fiamminghi, a sud i Valloni e ad est una piccola comunità di madrelingua tedesca che è raccolta intorno alla provincia di Liegi. A metà tra le due grandi divisioni sta la città di Bruxelles.

La contrapposizione linguistica ha sempre portato una tensione economica forte che ha reso gli affari statali molto complessi, più complessi che in altre realtà. Da sempre le Fiandre e la Vallonia hanno viaggiato a due velocità diverse: mentre una esperiva una graduale ma spedita industrializzazione, l’altra rimaneva ferma alla produzione manifatturiera e agricola. Le politiche economiche in favore dell’una o dell’altra erano spesso osteggiate in quanto da un lato danneggiavano la produzione di una delle due, e allo stesso tempo sembravano voler favorire una comunità rispetto all’altra. Tra l’Ottocento e gli inizi del Novecento, i Valloni erano il motore della produzione belga, mentre i Fiamminghi erano considerati dei contadini arretrati. Con la fine della Seconda Guerra mondiale, gli avanzamenti tecnologici che erano avvenuti altrove (bloccati in Belgio dall’occupazione nazista) l’industria pesante belga divenne rapidamente obsoleta, l’attività si concentrava soprattutto nelle miniere e nelle fonderie, ma si doveva far fronte ad una mancanza di manodopera cronica. Nello stesso periodo, nelle Fiandre, la produzione agricola subì un notevole impulso negli anni ’50 con i sussidi della Politica Agricola Comune della nascente Unione Europea.

Tutte le politiche governative in materia di sussidi economici provocavano il timore che favorendo o Valloni o Fiamminghi, gli uni avrebbero prevalso in termini demografici sugli altri. Dopo secoli e decenni di politiche degne dei migliori equilibristi, il governo decise una volta per tutte di dividere la gestione delle politiche interne. Nel 1961 venne fissato un confine inamovibile tra le due regioni, che prevedeva anche l’imposizione monolinguistica, tranne che per la regione della capitale in cui vigeva il bilinguismo perfetto. Da quel momento in poi tutto lo Stato fu riformato in senso decentralizzato con una concessione graduale ma sempre maggiore dei poteri governativi centrali agli organi regionali. Le basi del nuovo sistema però erano deboli. Le fratture culturali, sociali e linguistiche iniziavano a scricchiolare nel momento in cui lo Stato non aveva le risorse economiche per accontentare tutti. Come negli anni ’70 e ’80 quando le crisi economiche dovute agli shock petroliferi misero in evidenza la disoccupazione e l’incapacità di attrarre manodopera. Il re e il governo hanno sempre attivato delle politiche volte a contenere quanto più possibile queste tensioni all’interno di un equilibrio quanto più stabile possibile.

Il sistema federale fu sancito definitivamente nel 1992 con l’Accordo di San Michele, il quale stabiliva il quadro costituzionale dell’equilibrio. Il Belgio veniva diviso in tre regioni, fiamminga, vallona e la regione di Bruxelles/Brussels; ulteriormente divise in tre province, rappresentate da un consiglio unico. Bruxelles e la comunità tedesca (Liegi) avevano una rappresentazione diversa. I consigli collaboravano con il governo per questioni di lavoro, commercio esterno, agricoltura, trasporti pubblici ma anche difesa, politica estera e giustizia. All’interno delle province vi erano gli arrondissements a loro volta divisi in comuni. La sicurezza è garantita da un corpo di polizia federale, assistito (disturbato?) da un grande numero di altri corpi di polizia regionale, provinciale e comunale.

Gli anni ’90 però furono il momento in cui il Belgio si trovò ad affrontare il fenomeno delle migrazioni. Si presentavano al confine i richiedenti asilo in fuga dalla guerra bosniaco-serbo-croata, ma anche migranti economici attirati dalle politiche di impiego nelle miniere, fonderie e in generale nell’industria pesante (da molto tempo fiore all’occhiello della produzione belga). Per attirare manodopera il Belgio aveva sancito negli anni ’70 numerosi trattati bilaterali con Marocco, Algeria, Tunisia e Turchia. La maggioranza di questi lavoratori, dopo essere stati sotto il dominio francese in Africa, erano facilitati dalla conoscenza della lingua. In quegli anni il numero di musulmani aumentò molto, mentre fino a quel momento le comunità religiose erano principalmente derivazioni di quella Cristiana.

Per sostenere la propria politica migratoria, il Belgio offriva delle condizioni di ottenimento della cittadinanza e della naturalizzazione molto più facili rispetto agli altri paesi. Ma era una politica che si dimostrava efficace nel breve periodo, molto meno oculata invece sul lungo periodo. Quando il governo si accorse che non poteva effettivamente garantire un impiego a tutti i richiedenti impose una stretta sulle proprie politiche migratorie, mentre lasciava ampia flessibilità ai ricongiungimenti familiari. Il numero di persone provenienti da Maghreb, Balcani e Turchia aumentò notevolmente, installandosi nelle periferie di Bruxelles e Anversa.

Il problema principale che la comunità musulmana si trovò ad affrontare fu la mancanza di una effettiva politica di integrazione da parte del governo. Quest’ultimo permetteva alle persone di lavorare, le riconosceva dopo circa sette anni come dei cittadini belgi a tutti gli effetti, ma non ne permetteva l’integrazione all’interno del tessuto sociale. Di nuovo, la politica migratoria si rivelava efficace nel breve periodo ma totalmente inutile sul lungo periodo. Senza dimenticare in tutto questo, che qualsiasi mossa politica si reggeva su di un equilibrio già precario di suo e che la minaccia del favorire una comunità più di un’altra, qualsiasi essa fosse, era dietro l’angolo. La politica di integrazione è diventata una priorità nazionale solo nel 2012. Prima di allora, le decisioni in materia erano prese al livello decentralizzato e mai federale, ma, soprattutto, era idea comune che cittadinanza e naturalizzazione fossero le basi sulle quali costruire tale integrazione.

La recente crisi economica ha scosso alla base la fragile composizione del Belgio. Da un lato le comunità linguistiche fiamminga e vallona, ormai ai ferri corti, hanno provato a chiedere l’indipendenza formale da Bruxelles per costituirsi come Stato autonomo. Dall’altro la comunità musulmana, sempre meno integrata, sempre più additata come diversa, ha provato a darsi delle opportunità integrative e sociali differenti, molto differenti da quelle che avrebbero potuto essere previste. Disagio e malcontento non sono stati da subito causa di radicalizzazione, si sono sviluppati in un contesto che deve essere analizzato meglio.

Già in epoche passate, nei momenti di debolezza economica si sono tradotti in forti pressioni sul sistema politico. La crisi finanziaria del 2007-2008, ha avuto importanti effetti su quelle comunità che in Belgio son arrivate per ultime. La mancanza di impiego per le seconde e terze generazioni ha notevolmente disilluso i giovani. Gli istituti scolastici hanno, in determinati contesti, partecipato al mancato riconoscimento della complessità sociale. In alcune zone dunque, la condizione di crescente povertà, mescolata alla percezione dell’esclusione, ha creato un terreno fertile, in qualche modo più ricettivo a certi tipi di predicazione religiosa. La radicalizzazione è comunque da considerarsi un fenomeno recente, nascosto e diffuso specialmente tra i giovani che hanno avuto accesso alle immagini delle guerre avvenute dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

In questo humus, lontano dagli occhi, lontano dal cuore del governo, si è sviluppata Shari’a4Belgium, una rete terroristica a carattere islamico incentrata principalmente nella regione di Anversa. Dal 2010 al 2012, il suo leader, il trentenne Fouad Belkacem, ha convertito, radicalizzato, e addestrato giovani perché potessero combattere nelle fila dell’ISIS, riuscendo ad organizzare il loro viaggio in Siria e Iraq. L’organizzazione è stata smantellata dalla polizia e Belkacem è stato di recente condannato a 12 anni di prigione, insieme con altri 45 membri dell’organizzazione, reclutatori e non. Pieter Van Ostaeyen, in uno studio indica che su circa 640,000 musulmani belgi, uno ogni 1260 è stato coinvolto nella guerra in Siria o in Iraq. Questo rende il Belgio il primo paese europeo per numero di combattenti stranieri (foreign fighters). Lo studio rivela anche che Shari’a4Belgium non è l’unica associazione ad aver contribuito alla radicalizzazione, è semplicemente quella che è riuscita ad inviare più combattenti. Le altre sono direttamente legate al Fronte al-Nusra o ai rami di altri reti terroristiche presenti in Libia.

Inoltre esistono delle moschee, clandestine e non, in cui è facile che i giovani entrino in contatto con un’interpretazione particolarmente radicale degli insegnamenti coranici, non necessariamente portata dall’imam, ma da altri fedeli piuttosto anonimi. Alcune tra queste moschee sono anche invischiate in loschi affari con predicatori sauditi che non avrebbero solo un ruolo religioso, ma anche economico negli affari locali belgi, ma questo è tutto un altro discorso.

Gli studi pervenuti hanno permesso alla polizia e ai servizi segreti di mettere sotto controllo alcune moschee particolarmente controverse. Ma, sotto questo profilo, bisogna fare due distinguo. Da un lato i terroristi, i jihadisti, i radicalizzati, comunque si vogliano chiamare, spesso tendono a trovare la loro ispirazione su internet, grazie al materiale audio e video non controllato messo in rete da Imam radicali ed estremi. Si mettono in contatto tra loro attraverso canali difficilmente tracciabili. Questi giovani tendono a non frequentare le lezioni coraniche, le letture, le preghiere che avvengono in moschea, probabilmente perché non vi si riconoscono.

L’altro distinguo riguarda i servizi segreti. Il frazionamento estremo della politica, dell’amministrazione, del sistema belga si riflette anche nella divisione delle forze dell’ordine. Solo a Bruxelles ci sono 19 Comuni e quindi 19 sindaci (burgmeister) e 6 dipartimenti di polizia. Nel 1998, per la prima volta i servizi segreti sono stati oggetto di una legislazione unica, insieme alla legge sui passaporti; mentre la compravendita delle armi è stata riformata solo nel 2006, fino a quel momento era possibile comprarle “tranquillamente” al mercato nero. L’intelligence belga ha un ramo civile e uno militare, ma difetta di un qualsiasi settore che si occupi delle relazioni esterne.

Passare dunque attraverso le maglie di un sistema così permissivo è comprensibilmente più facile che altrove. Si capisce anche meglio come uno degli attentatori di Parigi sia stato per mesi nascosto, praticamente sotto gli occhi di tutti.

In una situazione tanto delicata, associare a povertà e discriminazione la ragione della radicalizzazione è fin troppo facile. Alcuni parlano di Belgikistan o Belgistan, come per indicare che la prossima provincia dello Stato Islamico (cosiddetto) sarà al cuore dell’Europa. Il Belgio rappresenta una realtà molto particolare nel contesto, i suoi problemi etnici, culturali e sociali dovuti alle diverse realtà linguistiche non sono iniziati con le migrazioni, con l’arrivo delle sempre crescenti comunità musulmane o arabo-musulmane. Queste ultime hanno solo aggravato una situazione già precaria, già politicamente debole ma economicamente sufficientemente forte da rimanere in equilibrio. Il Belgio potrebbe forse essere un’occasione per tutte quelle istituzioni, statali o sovrastatali, con grandi diversità religiose, sociali, culturali, linguistiche, per riflettere sulle proprie politiche di integrazione e di stabilizzazione interna, in generale ragionando sul lungo periodo, prima di muovere delle altisonanti accuse su coloro che arrivano o che lasciano passare?

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