I “due uomini” di Oriana Fallaci: Panagulis e Pasolini

E mi basta / che io oscurità / abbia amato la luce

Quest’anno, che si accinge a terminare, ha portato con sé le ricorrenze degli ottanta e novant’anni dalla nascita di Alekos Panagulis e Oriana Fallaci, resi celebri vicendevolmente dall’opera letteraria Un uomo, scritta da lei e dedicata a lui. La Fallaci fu legata anche a un altro uomo, Pier Paolo Pasolini, tutt’altro che un uomo comune: «Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà […] E io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna». E pensare che Pasolini scrisse anche la prefazione alle due raccolte di poesie di Panagulis, gli controllò le traduzioni dal greco, che la Fallaci ricorda difficoltose da rendere in italiano in una lettera indirizzatagli nel novembre del ’73, e spesso, durante l’esilio in Italia di quest’ultimo, i tre si ritrovarono per cenare e festeggiare insieme. Ma ritorniamo, soffermandoci, all’immagine di “uomo”: un concetto molto caro alla Fallaci, la quale intitola l’opera per l’assassinato amante Panagulis Un uomo. Con quale significato e con quale valenza lo intende? Oltre che nell’opera stessa, lo esprime in un’intervista del 1977

“Che cosa resta oggi, un anno dopo, dell’uomo, di Alessandro Panagulis, dell’uomo politico in Grecia e non in Grecia?” “Resta il suo messaggio, che è tutto sommato il messaggio di un poeta, perché vedi quando la gente mi chiede chi era Panagulis, ovviamente tutti sanno chi era Panagulis, ma chi era in realtà, nella vita di tutti i giorni, qual era la sua anima veramente. Lo chiedevano a me perché ero la sua compagna e si presuppone che io l’abbia capito. Io non rispondo mai che Alekos era un eroe. Certo che era un eroe, ma mi sembra di limitarlo a dire che era soltanto un eroe. Non rispondo mai che era un politico, perché mi sembra di limitarlo a dire che era un politico. Alekos, io dico, era anzitutto e soprattutto un poeta, un artista, e il suo eroismo era la conseguenza della sua poesia e la sua politica era la conseguenza e la traduzione della sua arte”. 

Ebbene il concetto di “uomo” sicuramente non va banalizzato o semplificato. Va inteso nel senso più puro, come un vir latino, cioè come l’eroe che si ribella, lotta, e come il poeta nella sua accezione etimologica, ossia “colui che fa/ che crea”. Cosa crea se non la propria umanità? Nelle dittature, siano esse di destra o di sinistra, nere rosse gialle verdi viola, ma sempre uguali; nel fascismo che non ha colore; nella ricerca della libertà che non ha colore, la lotta dell’uomo che dice no è sempre la stessa. L’eroismo è fondamentale per la scrittrice; lo ricorda anche nella lettera a Pasolini del 16 novembre del ’75: «Sì, c’era in te l’eroismo del missionario che va a curare i lebbrosi, la bontà del santo che subisce il martirio con gioia». E ciò non si limitava soltanto all’aspetto morale, ma anche al coraggio quotidiano nei confronti della vita, della morte, della società: «Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: Che uomo coraggioso!». In sostanza, in quale campo agisce l’”uomo” eroico se non sul palco di un teatro, se non pubblicamente? E lo spettacolo si addiceva alla vita pasoliniana così come l’arte istrionica era nelle corde di Panagulis, descritta in molti passi ironici e salaci della sua biografia. Entrambi sono i protagonisti d’una tragedia esistenziale, su cui insiste molto la Fallaci, poiché solo nell’infelicità può lottare l’uomo, contro il destino può erigere la propria essenza. La tragedia è quella dell’uomo che non si piega alle mode, agli schemi ideologici, ai principii assoluti, che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti, sia da chi detiene il potere o i dogmi sia dalla massa indifferente o ignorante.

Così determinata si esprime per bocca del personaggio Panagulis: «Noi greci abbiamo la mania della veggenza e della tragedia. Forse perché l’abbiamo inventata. V’è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi: l’amore, il dolore, la morte». Con dolcezza ritorna sullo stesso tema con Pasolini: «La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”». Così dolore e disperazione sono da un lato sinonimi e dall’altro lo spirito della tragedia esistenziale.

«Cosa si risponde a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue. Quel nostro ventre da cui sei uscito ti ha sempre riempito di orrore».

E solo una creatura mistica, metafisica, ultraterrena può disgustarsi tanto per la carnalità. Una creatura morbosamente legata alla castità, alla purezza, alla sua sessualità. Eppure solo una creatura mondana, terrena, poteva essere carne e amare la carne, essere scandalo, peccato. Solo un Cristo che nella carne e nel sangue si purificava. Alludendo a questo, la Fallaci indica che Pasolini considerasse solo la madre come una Madonna. E le donne che ruolo hanno in tutto ciò? Scambiate come Briseidi, violentate e schiavizzate come Cassandre, immolate come Ifigenie, abbandonate come Arianne. «Rompere il cuore di una donna, squarciare il ventre di un’altra, sono inezie di fronte alla Storia e alla Rivoluzione?». Nemmeno Cristo aveva pensato al dolore di sua madre. «Cercavi il peccato per cercare la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza». E chi è più uomo, più poeta, più eroe, più tragediante di Gesù Cristo? Questa cristologia eroica ritorna nelle liriche Vi scrivo da un carcere in Grecia di Panagulis: «S’è fatta difficile la vita / non è possibile trovare / neanche un Cristo / chi crocifiggeremo?». Oppure in quella rivolta al fratello:

Ma tu onesto / hai scelto / la salita del Golgota […] colui che fu tradito / da coloro che amava / e messo in croce? / Colui da cui saresti accorso / come un Simone / per aiutarlo? / Hai incontrato lui / o coloro che lo crocifissero? / Lo so fratello / non rispondi / la tua risposta è ora il tuo silenzio / e il loro castigo / è la loro vergogna per sempre / la vergogna d’aver accettato / di offrirti ai boia / in regalo […] Ancora fratello mio / in questa lotta / che incominciammo allora / al buio nero / col sangue chiediamo / di farci luce […] ma il destino di quelli / che accaniti chiedono / mondi più belli / non muterà fratello […] questo è anche il nostro destino / e non lo bestemmiamo / questo è il nostro destino / e noi lo amiamo.

E infine in un’altra breve lirica, sempre del 1971: «Se per vivere, Libertà / chiedi di mangiare la nostra carne / e per bere / vuoi da noi sangue e lacrime / te li daremo / devi vivere».

Così, nelle torture e nelle agonie del carcere riecheggiano le grida del martirio di Cristo, le stesse umiliazioni, la stessa disumanizzazione e trattamento bestiale per chi difende disarmato i valori più umani. Non è ben chiaro se basti essere uomini o ci voglia qualcosa in più dell’essere comuni per essere “un uomo”. Quindi, se solo alcuni prescelti nascerebbero con quel quid in più, oppure se a un qualunque uomo, uno come tanti, per realizzare la propria umanità basti ricordarne il valore. E che cosa sia “un uomo” forse non si spiega, resta irrisolto, così come la soluzione sta nella natura di Cristo, un uomo, il più uomo tra gli uomini, ma pur sempre divino. Allora l’assoluto e l’umanità non sono in contrasto, riflette la Fallaci, ma si conciliano in un tipo preciso di religione, ossia l’arte, e si fronteggiano nell’anima del poeta, che è in definitiva il più vivente, il più uomo. E l’esaltazione più assoluta di umanità splende nella terzina che chiude la raccolta: «Parole d’amore dimenticate / risorgono / e mi portano di nuovo alla vita». È quindi nell’amore, che coesiste con dolore e morte vincendoli, che si realizza pienamente l’umano. Ricorda il messaggio di Cristo: profetico, eroico, divino? L’amore nella sua quotidianità è la testimonianza più umana. Ma in tutto questo il ruolo della morte non è marginale. Anch’essa, soprattutto se prematura, deve essere l’ultima consacrazione dell’umano, vista come gesto eroico, come amore per la libertà e per la vita, intesa come quasi necessaria. Infatti la Fallaci insiste nel ripetere che solo dopo l’assassinio di Panagulis la folla tumulta “Alekos vive” e lo ama e lo fa risorgere. Quante volte è accaduto nella Storia, a partire da Socrate e Cristo. Proprio nella figura ateniese di Socrate si rispecchiava l’eroismo, l’ardore civile, persino la poetica di Panagulis, così affezionato al messaggio ultimo dell’Apologia che volle riprenderne l’eredità, continuarne il sogno, riviverne l’umanità.

«Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo [Pier Paolo]. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta»

Federico Corradi

Federico Corradi è nato a Brescia il 6 gennaio 1999, è cresciuto a Palazzolo sull'Oglio, dove ha conseguito la maturità scientifica. Attualmente studia Lettere Classiche presso l'Università di Pavia. Poeta e drammaturgo, spirito eclettico, da sempre innamorato delle radici classiche della cultura occidentale. A 18 anni ha pubblicato con Montag la sua prima raccolta di poesie "Enthousiasmós" e su "Il Protagora" il breve saggio filosofico "La felicità necessita di sfide continue rivolte a se stessi". Nella seconda opera "De Urania" raccoglie molte delle sue passioni giovanili e interessi propri della sua formazione.

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