Editoriale / Uccidere la bestia

 

di Giovanni Cervi Ciboldi

 

L’accumulo di debito pubblico è stata prerogativa costante di tutte le classi politiche che si sono succedute negli anni. Da sinistra a destra, con sorprendente continuità, per andare incontro alle esigenze più svariate dello stato e alle richieste dei cittadini.

Ad oggi appare però evidente che la scelta del continuo ricorso al debito sovrano non abbia premiato nessuno: e se la giustificazione al continuo indebitamento era lo stimolo a uno stato promotore di investimenti e di crescita, il risultato è lampante: se di investimenti ne abbiamo visti pochi, della crescita non sappiamo proprio nulla, nemmeno dove stia di casa.

Ad un privato non è permesso accumulare debiti per il doppio di quello che guadagna. Ma se lo fosse, gli sarebbe almeno negato di accumulare ulteriore passivo. E qualora lo facesse (ma non lo fa) dovrebbe almeno non sprecare il ricevuto.
Fino ad ora, invece, lo stato ha accumulato passivo e sprecato denaro. E come è corso ai ripari? Creando altro debito. Una escalation infinita. Tra l’altro evitabile, se si fossero scelte strade che con un qualche legame alla realtà economica del paese. Allora viene da chiedersi perché, fino ad ora, si è ragionato diversamente.
In primo luogo perché è convenuto: il consenso, chi è poco lungimirante, lo ottiene dando risposte immediate e rimandando all’avvenire l’adozione di ogni misura necessaria per colmare il buco che, operando in tal modo, si viene a creare. E, si badi bene, questa è una strategia di vecchia data, ma che è esplosa, come necessità per rimediare al vuoto politico, nella cosiddetta seconda repubblica: tanto che non è affatto vero che il debito pubblico italiano è lo stesso che ci portiamo dietro dagli anni ottanta.
Da sola però, questa motivazione non basta. Se ci si fermasse alla sola motivazione politica, sarebbe naturale pensare che una tale bomba fosse pronta ad esplodere a breve nelle mani di qualcuno. Quindi è necessario aggiungere un’idea, avanzata da chi sostiene il dogma per cui “va tutto bene, lo stato non è un privato”. Sarà, ma non è nemmeno una divina entità creatrice: Hegel è morto da un pezzo. Lo stato è soprattutto un operatore economico, e come tutti gli altri operatori economici, se accumula debiti deve anche mettere in conto di ripagarli. O meglio: ripagarseli, magari senza usare i contribuenti come fondo cassa. Se qualcuno crede il contrario, allora spieghi come mai, a differenza dei cittadini, non fa mai economia domestica.
Se al debito si è risposto con il debito, prima o poi tutta questa massa enorme di denaro dovrà essere ripagata. Come? Fin qui, l’unico mezzo adottato sono state le batoste fiscali. A carico di chi? Dei contribuenti, lavoratori ed imprese. Gli effetti dell’impoverimento dovuto all’alto carico fiscale sono ovvi: con meno denaro disponibile, i primi saranno obbligati a rinunciare ai consumi, i secondi agli investimenti. E, circolando meno ricchezza, lo stato si trova costretto a compensare le mancanze. Come? Guarda caso, creando altro debito.
L’economia non è sempre incomprensibili e remota: ridurre la spesa pubblica non è una possibilità, ma una necessità. E che non si venga a raccontare di essere usciti dalla crisi: non prima di averci restituito quei trentamila euro a testa che lo stato ci deve, perché li vogliamo tutti. Sull’unghia.

Un pensiero riguardo “Editoriale / Uccidere la bestia

  • Marzo 23, 2012 in 6:48 pm
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    Una sola domanda.

    Come può mai lo stato ripagarsi i debiti (“senza usare i contribuenti come fondo cassa”) se lo stato non produce nulla? Tutte le risorse che ha, ha avuto e avrà da utilizzare non sono altro che il frutto del lavoro dei cittadini.

    Come disse Frederic Bastiat ancora nel lontano 1848 “lo stato è la grande illusione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri”, 164 anni dopo aggiungiamo finalmente un bel “finchè dura…”

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