BASICALLY, STEVE NASH

Domenica scorsa è arrivata la notizia. È ufficiale. Il mondo si è fermato. Chiunque penda dai polpastrelli di chi si diletta (e, di riflesso, diverte noi) con la palla a spicchi, o abbia in generale passione per lo sport, già lo sa: Steve John Nash si è ritirato.
Quarant’anni, già fuori per tutta la stagione, l’ennesima ai box da quando si è accasato a Los Angeles. Doveva andare in modo diverso, per lui e i Lakers, invece.

«Sarebbe dovuto essere… E invece».
Il leitmotiv della carriera di Nash. Uno e novanta, bianco, canadese: e ci si chiede che ci fa nella NBA? La domina. No, anzi, l’ha completamente rivoluzionata.
Ma andiamo con ordine.

nashmavsSteve Nash non è (pardon, era, cercherò di non sbagliarmi più) un giocatore “normale”, perché non è una persona come le altre.
Un giocatore (quantomeno di basket) diverso.
La sua prima parola a dieci mesi fu «gol» e a undici anni batté il suo record personale di palleggi (piedi e testa) con 612, dopodiché svenne stremato sul divano.
Al liceo, oltre (chiaramente) al calcio e al basket, poteva praticare (e praticava) baseball, hockey, rugby e lacrosse.

Ma anche una persona diversa.
Un bambino, figlio di inglesi, residente in Sud Africa (dove a quel tempo il padre lavorava come calciatore professionista), che interrogò il papà chiedendogli per quale motivo lui non potesse parlare o stare con i bambini di colore: perché mai i suoi amici non potevano bere alla fontana dalla quale lui beveva?
Nash non capiva, il padre sapeva: la famiglia si trasferì in Canada.

La mia prima reazione alla notizia del ritiro è stata: «No, ma perché proprio Nash?».
Semplicemente non potevo crederci. Perché nessuno o nulla sarà mai come Steve John. Nessuno. La sua innata capacità di leggere il gioco senza mai chiudere il palleggio, quella di creare spazio con un passaggio (IL passaggio, quello spettacolare, che vedrai e rivedrai più volte per settimane, mesi e anni) e quella di tirare con una meccanica michelangiolesca. Il tutto con semplicità, quasi fosse nato con quella dannata palla attaccata alla mano.

Due volte di fila MVP della lega, cinque volte miglior assist-man (terzo nella classifica all-time NBA) e otto volte All-Star. Ma zero titoli: come Barkley, Malone, Stockton, Iverson, McGrady e molti altri. Perché succede anche questo. Già. Anche ai migliori.
Ma tutt’altro (esattamente come gli altri nomi citati) che un perdente: Steve Nash e il suo allenatore Mike D’Antoni hanno completamente rivoluzionato la pallacanestro. I Phoenix Suns del duo hanno proiettato la NBA nel nuovo secolo con un nuovo tipo di gioco: quintetto piccolo e tiro da tre. E tutti, o quasi, oggi, nel tentativo di stare al passo, giocano così.
Un basket, il loro (e, forse, irreplicabile), predicato sul concetto di «Seven second or less»: gioco rapido, molti possessi, transizione e pick and roll.
E, ovviamente, spettacolo.

Nessun anello e senza la possibilità di rivederlo in campo, lasciandomi (e lasciandoci) spaesati e nashdantonistraniti. Ma, nonostante questo, con la consapevolezza che il suo passaggio ha segnato un “prima” e un “dopo”. Come solo accade con i grandi campioni, quelli che riscrivono la storia.

Cosicché quando uno di noi vedrà un ragazzo palleggiare con una pallina da tennis – facendo uno, due e più giri attorno al college – con la palla incollata alla mano, quasi fossero della stessa sostanza, quella dei sogni, saprà: quello è l’erede del grande Steve John Nash!

L’uomo che cambiò la NBA, quello che insegnò a non arrendersi mai, perché con la passione nulla è impossibile. O, più semplicemente, il professore che ha tenuto tra i propri polpastrelli il futuro del basket NBA.

“La teoria del gioco”, secondo Steve John Nash.
Lui – artista visionario e maestro – alla cattedra e il mondo, triste, dietro i banchi di scuola, affannandosi nel tentativo di capire il genio. Ma questo, semplice irreplicabile.

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