Vivere con i libri – Riflessioni sulla Giornata Mondiale del Libro

Parecchi contemporanei suoi [di Orlando], e più ancora parecchi del suo rango, sfuggirono a quella peste, rimanendo così liberi di correre la cavallina, scatenarsi o fare all’amore a piacimento loro. Ma alcuni s’infettarono di buon’ora di un germe che si diceva nato dal polline dell’asfodelo, e portato dai venti di Grecia o d’Italia; germe di natura così fatale […]. In quella solitudine, il male faceva rapidi progressi su di lui [Orlando]. Spesso leggeva per sei ore di fila, fino a notte alta […].

Un signore così avvenente, dicevano [i domestici di Orlando], non ha bisogno di libri. Li lasci un po’ ai paralitici, ai moribondi, i libri, dicevano.

Nel romanzo Orlando (ed. Mondadori, 2015) di Virginia Woolf, Orlando trova rimedio alle pene d’amore in quell’inguaribile malattia dell’animo che è la lettura. Essa, il male degli emarginati (paralitici, moribondi), di chi si trova in una curiosa condizione liminale, prende possesso del giovane, lo infetta come fosse una pestilenza, curiosamente generata dagli asfodeli, i fiori che sono in grado di resistere al fuoco(il termine deriva dal greco asphódelos, propriamente “valle di ciò che non è stato ridotto in cenere”). Orlando è infettato da quel male che oggi noi, ogni 23 aprile 2019, siamo soliti celebrare nella Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore.

Nata sulle orme di una festa catalana (qui per qualche informazione generale), dal 1996 la ricorrenza ha l’obbiettivo di ricordare il ruolo essenziale dei libri e, contestualmente, di incoraggiare alla lettura. Leggere è una attività importante, intimamente connessa alla scrittura. Per lungo tempo essere in grado di leggere e scrivere ha costituito un marcatore sociale, un elemento di distinzione. Basti pensare al ruolo degli scribi nell’Antico Egitto oppure a quello degli amanuensi nei monasteri medievali, i centri della cultura di molti secoli fa. La lettura e il libro come oggetto sono anche stati avvolti da un alone di mistero, da un’aura di sacralità e, per citare un esempio quantomai libresco, viene in mente il delitto del romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa, causato proprio in nome di un libro che non doveva essere conosciutoOggi, perduto ogni misticismo, cerchiamo di far diventare i libri parte integrante della nostra vita, cercando di insegnare quanto essi siano importanti attraverso i progetti più vari, dalle panchine letterarie di Londra, a programmi televisivi storici come Per un pugno di libri, oppure a più recenti esperimenti quali le recensioni di Michela Murgia nella trasmissione Quante Storie e la vita raccontata attraverso i libri in Lettori – I libri di una vita.

Sono considerazioni generali le sopraddette, ma in concreto cosa possiamo dire di nuovo sull’importanza dei libri attraverso i libri stessi? Alberto Manguel nel suo recentissimo lavoro intitolato Vivere con i libri – Un’elegia e dieci digressioni (ed. Einaudi, 2018), opera a metà tra un racconto lungo ed un saggio, tratteggia un commosso ritratto della sua libreria, di come essa si sia dovuta adattare ai numerosi traslochi e, più in generale, alle tappe di una vita. Così, tra libri perduti, libri acquistati e letti solamente molto tempo dopo, libri-amuleto che viaggiano insieme al loro proprietario, Manguel ci conduce in un viaggio che rievoca il vivere di un’anima, poiché si può dire di sé anche attraverso i libri letti e il modo in cui si vive con essi. Il libro, nel suo essere veicolo di trasmissione del pensiero, viene qui ad inquadrare la mutevolezza del nostro io, la costante trasformazione che subiamo anche per influsso dei pensieri altrui.

Eppure i libri possono essere anche una “minaccia”. In Senilità di Italo Svevo il protagonista Emilio Brentani manifesta la sua inettitudine (qualità intrinseca dei personaggi sveviani) nell’incapacità costante di aver un giudizio critico sulla realtà. Il modo in cui egli vede Angiolina Zarri è continuamente filtrato da un individuale immaginario libresco che risulta negativo, acuendo l’incapacità del protagonista. Angiolina si presenta a suoi occhi come una donna angelicata, ma si rivelerà solamente una personalità guidata più dai suoi impulsi ed Emilio, imbevuto delle sua cultura letteraria ed inebriato dalla promessa di vita che sembra suggerirgli la giovane donna, si lascia trasportare dalla sua romantica (ma falsa) visione dei fatti.

Forse aveva ragione Platone nel momento in cui, per bocca di Socrate nel Fedro (274c-76a), narra il mito di Theuth, che fece dono agli uomini della scrittura, affinché essi (nella fattispecie gli Egizi) fossero più sapienti. Non manca la critica del filosofo che, come era già accaduto per l’arte, non vede nulla di buono nella parola scritta e, di conseguenza, nel libro: di fronte ad esso ci si aspetta di avere a che fare con un pensiero vivo, ma cosi non è; se lo si attacca o gli si pongono domande egli tace o si ripete; inoltre, non potendo scegliere a chi rivolgersi, esso capita nelle mani di tutti (si noti l’ideologia aristocratica del filosofo), e non è bene.

Dunque cosa resta dei libri? Commuove certamente ricordare l’affetto che ci lega ad essi e l’insegnamento che danno (è quanto avviene in Manguel), ma per altri tutto ciò si riduce ad esperienza individuale, effimera. Cosa dire? Che i libri sono puramente un ozioso passatempo? Che la letteratura e la lettura sia, per dirla con Verga, solo un «lusso da scioperati» (dalla Prefazione al romanzo Eva)?

In Batti il muro – Quando i libri salvano la vita (ed. Rizzoli, 2011) Antonio Ferrara racconta la storia di Caterina, personaggio ispirato ad una vicenda realmente accaduta, la quale trova conforto nei libri, trova salvezza. A causa di alcuni disturbi psichici, la madre di Caterina e solita (rin)chiuderla in un armadio (uno di quei vecchi armadi incassati nel muro, una prigione “artigianale”) per lunghe ore durante le quali la bambina fa la conoscenza di Re Artù e di Ginevra, di Orlando e Rinaldo e di molti altri personaggi che l’accompagnano lungo il suo processo di crescita fornendole l’aiuto necessario. Inutile dire che Caterina deciderà, dopo una laurea in Lettere, di aprire una libreria, affinché anche altri possano sperimentare che  beneficio si tragga dalla pagina scritta.

Il fascino bohémien di una malattia, il ricordo di un’intera vita, il pericolo e la salvezza. Nonostante il tono roboante, si potrebbe dire che proprio questo resta dei libri. Resta la vita che essi fotografano e restituiscono al lettore, anche al più incauto o al più sprovveduto. Sempre che questi abbia la voglia di comprendere.

Tommaso Romano

Redattore per «Inchiostro». Studente di «Antichità Classiche e Orientali» presso l’Università di Pavia, è appassionato di troppa roba. Cento ne pensa, cento ne fa, cento ne scrive (o vorrebbe).

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