VENERDI PROFANO #23- SOS, elezioni profane

Non sono mai stato alla Galleria Nazionale di Oslo, eppure, dopo quanto occorso in settimana, credo di aver visto a più riprese svariati “Urlo” di Munch. È successo ciò che per tutti – tranne che per Michael Moore, Simpson e Rage Against the Machine (anche se il video di Testify l’ha diretto Moore stesso) – sembrava impossibile: Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti.

Prevederlo era sicuramente difficile, comprendere cosa succederà, invece, è impossibile.

Alcuni dadi, tuttavia, sono tratti.

 

Prosciutto e sondaggi 

Come ogni elezione che si rispetti, i sondaggi hanno sbagliato. E, come ogni elezione che si rispetti, noi abbiamo sbagliato a confidare nei sondaggi.

Quando vado dal macellaio e chiedo un etto di prosciutto, questi lo taglia, lo confeziona e me lo porge; a volte, tuttavia, è facile sentire la domanda: “C’è mezz’etto in più. Che faccio, lascio?”. Per quanto possa essere bravo nel suo lavoro, infatti, un errore è sempre possibile (certo, dovesse tagliare un cubo da 15kg, forse potrei anche pensare di cambiare macelleria).

Quanto prosciutto in più hanno tagliato i sondaggisti? Parecchio. Il problema è che i sondaggisti fanno un lavoro molto diverso da quello del macellaio. Sono infatti chiamati a prevedere quello che sarà l’esito di un’elezione, continuando, ripetutamente, costantemente, a rilevare ciò che avviene in un paese, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Quando si è costretti a fotografare un treno in marcia, la possibilità che la foto venga sfocata è alta; e quanto più il treno andrà veloce, tanto più facilmente il soggetto in foto sarà meno nitido. Dare una reale rappresentazione degli Stati Uniti d’America (di questi, in particolare), la cui popolazione è ben maggiore, differente e variegata rispetto a quella di una manciata di carrozze, è impresa ardua, anche per i migliori. Tanto più che il mestiere del “sondaggista americano” è ancora più difficile di quello “europeo”: la vera difficoltà, infatti, non sta nello stilare le proporzioni tra due partiti (che, per altro, è ben più complesso rispetto a una moltitudine di schieramenti), ma nel definire l’affluenza. In un paese come gli USA, dove a votare è andato il 55%, dove la discriminante per la vittoria di Hillary (come lo fu per Obama otto e ancor più quattro anni fa) era il riuscire a portare alle urne le minoranze, le donne e gli studenti, questa operazione non solo è molto complessa, ma è anche cruciale per la definizione di un certo risultato.

In ogni caso, ciò dimostra ancor più quanto i sondaggi siano cosa ben differente rispetto all’oracolo di Delphi: esistono limiti intrinsechi, legati a una moltitudine di fattori, che sono tanto numerosi quanto rilevanti.

Prendersela con i sondaggisti ricorda molto quel noto esponente della Lega Nord che un giorno minacciò di denunciare i meteorologi perché continuavano a dare le previsioni sbagliate: tanto varrebbe prendersela con il cielo.

 

Fabri Fibra chiama USA 

“Non credo ai media” è una delle track di Controcultura: non credo che l’artista di Senigallia abbia sfondato negli States, eppure quel sentimento sembra ben presente nel continente americano.

La vittoria di Trump ha decretato la sconfitta del sistema mediatico statunitense, che a più riprese ha cercato di delegittimarlo, in maniera più o meno velata – nessuno tra i media mainstream e non ha appoggiato il newyorkese – e ciò sembra esser stato decisivo. Il miliardario dall’impeccabile chioma è riuscito infatti a farsi percepire come anti-sistema, ben lontano da un establishment che Hillary sembrava (?) incarnare alla perfezione. Questo perché, al giorno d’oggi, l’élite, quella mediatica compresa, sembra essere particolarmente lontana dalla realtà e dai bisogni del cittadino medio: un gruppo autoreferenziale, che quando parla (o scrive) parla con se stesso, di se stesso.

I mass media forniscono una rappresentazione della realtà, ma tale rappresentazione non è la realtà stessa. Anche perché oggi l’equazione “l’ha detto la TV, quindi è vero” non è più valida: in primo luogo, a causa della scarsa reputazione del mezzo (e dei mezzi) tra determinati gruppi sociali; in secondo luogo, perché nel ventunesimo secolo esiste un’innumerevole pluralità di mezzi di informazione da cui poter attingere la propria rappresentazione. Luoghi che, come disse Umberto Eco, «danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

Verità o meno, pare essere una visione condivisa: chi mai, in giacca e cravatta, andrebbe a lavorare in fabbrica? E se a un miliardario è bastato mettersi un cappellino per farsi percepire come anti-establishment, il problema sembra essere grave, sia per l’establishment, che per i media (che per noi).

 

Simpatia portami via, antipatia guidami alla Casa Bianca 

Non è stata tanto una vittoria di Donald, quanto più una sconfitta di Hillary. La Clinton, infatti, a livello di popolarità, era il candidato meno popolare del partito democratico nella storia. Lo slogan “Stronger together” non era soltanto una frase fatta, ma una vera e propria dichiarazione di intenti: la candidata democratica necessitava dei voti di minoranze, giovani e donne; il problema è che questi non sono arrivati, nonostante l’endorsment di Obama (il quale, per altro, ancorché abbastanza popolare nel paese – i sondaggi, con rispetto parlando, la stimavano al 60% -, è stato forse uno dei presidenti più divisivi della storia americana; inoltre, durante il suo mandato, il Partito Democratico ha sempre e costantemente perso consenso).

La Clinton non ha vinto (anche se tecnicamente ha preso più voti di Donald) perché non è stata in grado, a differenza del suo avversario, di mobilitare il proprio elettorato: non ha convinto né i dem, né le minoranze, né i sostenitori di Sanders, né i repubblicani non convinti di Donald. Il fatto di essere stata definita sia la “candidata più preparata nella storia degli States” che, allo stesso tempo, “il meno peggio” è qualcosa che deve far riflettere. Inoltre, per quanto l’immagine di Trump abbia fatto discutere, sembrava che di lui si conoscesse tutto e che lui, in fondo, non facesse nulla per nascondersi; mentre per quanto concerne Hillary, al di là delle inchieste del FBI, sembrava non le si potesse credere nemmeno riguardo al fatto che avesse contratto un raffreddore. Letteralmente. In un Paese dove la trasparenza è un valore e non una promessa del governo, ciò ha avuto un ruolo fondamentale.

La Clinton ha fallito perché fallimentare è stato il suo tentativo di portare alle urne chi l’avrebbe votata, anzi, quante più persone possibili. Il problema è che, quando si deve votare “turandosi il naso”, molti preferiscono starsene in un ambiente privo di odori sgradevoli: ovvero a casa. La Clinton non è stata credibile. Punto. Un dato su tutti, a mio avviso, lo dimostra: secondo gli exitpoll (ancora con ‘sti sondaggi?!) del New York Times, il 53% delle donne bianche ha votato Mr Trump, il 68% tra quelle senza istruzione universitaria.

 

“Ciuffo biondo”: password (per i codici nucleari) okay

Donald Trump è stato il punch-ball dell’intera campagna elettorale: impreparato, inaffidabile, estremista, populista, non qualificato, immorale e chi ne ha più ne metta. Eppure, come spesso accade nelle migliori sceneggiature holliwoodiane, l’underdog, lo sfavorito, è uscito vincitore.

Mr Trump è riuscito in quello in cui Hillary ha fallito: mobilitare il proprio elettorato. Le sue proposte forti (meno fondi USA alla NATO), irrealistiche (come quella di andare, casa per casa, a stanare gli immigrati irregolari), razziste («i messicani son tutti criminali e stupratori») e, in alcuni casi, folli («abbiamo bisogno del surriscaldamento globale, perché l’inverno newyorkese è molto freddo») hanno però fatto breccia tra gli americani: non tra i più fanatici, ma tra i più bisognosi. “Make America great again” ha raggiunto una delle parti di elettorato che più ha sofferto in questi otto anni, una delle quote americane più arrabbiate e rabbiose: la bianca middle class. Coloro i quali hanno visto collassare l’economia della propria contea, chi si è sentito stritolato dalla concorrenza e dall’immigrazione, disilluso e ignorato dal sistema, ma anche quella parte di America che – dopo anni nei quali si parlava della forza delle minoranze nel decidere la Presidenza – ha deciso di riprendersi il paese, sottrattogli indebitamente (dal loro punto di vista) da Obama. Donald Trump si è mosso in questa palude fatta di divisione sociale e razziale, di conflitti e malessere: li ha fatti propri e si è fatto portavoce di questa situazione.

In questo senso, ogni accusa, illazione, diffamazione e critica non l’ha sfiorato, anzi, l’ha rafforzato, alimentando il clima da “uno contro tutti”; ha proseguito dritto (senza mai rispondere nel merito) per la propria strada, fino alla Casa Bianca. Perché, ad esempio, gli scandali, soprattutto quelli sessuali, in America (e altrove) non sono tutto (la popolarità di Clinton, inteso come Bill, durante la sua presidenza, non fu affatto scalfita dal caso Lewinsky. In questo senso, Hillary ha perso due volte).

Trump ha vinto utilizzando la metà dei finanziamenti sfruttati dalla Clinton, non ha agito sul territorio quanto la candidata dem e ha, senza mezzi termini, scaricato il suo partito: il candidato più impopolare della storia ha trionfato perché ha vinto la voglia di cambiamento. Qualunque esso fosse.

Perché, in fondo, ci si continua a domandare (anche da noi, Europa e Italia) perché molti contestino rabbiosamente questo sistema, senza porre dubbio alcuno sul sistema stesso, nel quale molte persone vivono a stento, senza poter far sentire la propria voce o essere rappresentate.

E perché, a ben vedere, dopotutto, un muro che separa Stati Uniti e Messico esiste già: Trump vuol “solo” prolungarlo.

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