Venerdì Profano #12 – Furto con sbocco

Sembra avere un’enorme colpa Giulia Bilello: ha fatto il proprio lavoro.
Terribile, no?
Già, perché la PM- balzata agli onori della cronaca in settimana, quanto mai simili alla favola di Fedro “Il lupo e l’agnello” – non ha convalidato il fermo per i reati di sequestro di persona minore e sottrazione di minore per Ram Lubhaya, l’uomo che, avvicinatosi in spiaggia a una bambina, l’aveva presa in braccio, salvo poi, inseguito dai genitori, lasciarla e scappare.
La reazione è arrivata immediata: cittadini, politici e giornalisti si sono subito scagliati contro i magistrati di Ragusa. Una stoccata dal Centrodestra (ma non solo), un’invettiva da buona parte della stampa nazionale, qualche insulto gratuito (che non fa mai male); si è scritto molto, si è parlato ancor di più; addirittura è arrivato dal Ministero della Giustizia l’ordine di un’ispezione.
«Ci è stato detto – ha riportato la madre della bimba – che non ha concluso il reato, perché lui si doveva allontanare dalla nostra vista, lo dovevamo perdere di vista per poter dire che si stava portando via la nostra bambina. Lui si è avvicinato a noi come se conoscesse qualcuno e l’ha presa con sé per portarsela via. Lui si è fermato perché noi lo abbiamo fermato».
Stando al racconto della madre, riportato dal corriere.it, dunque, i reati di cui viene accusato Lubhaya – sempre se sussistano, presunzione di non colpevolezza – sarebbero “tentati”, non commessi, in quanto il presunto rapitore non si sarebbe allontanato, condizione per la quale si verifica il sequestro di persona (è lo stesso, per fare un esempio, ancorché molto differente dal caso specifico, che entrare in una macchina, non riuscire a metterla in moto e venire colto in fallo: tentato furto).
Non vi è stata una concreta privazione della libertà personale, in quanto la bambina è comunque rimasta sotto gli occhi dei genitori, i quali hanno appunto messo in fuga l’uomo: così prevede la legge.
L’articolo 280, comma 2, del Codice di Procedura Penale prevede la reclusione solo per i reati la cui pena sia non inferiore ad un massimo a cinque anni. Il sequestro di persona consumato (art. 605, comma 2 del Codice Penale) è punito con una pena massima di 12 anni; il tentativo prevede una pena diminuita da un terzo a due terzi (art. 56, comma 2, Codice Penale), dunque con un massimo di quattro anni. Mentre il reato di sottrazione di minore ha pene inferiori.
Il fermo non è stato applicato, in quanto non previsto. O, per dirla con le parole della mamma della bimba: «Questa legge mi fa vomitare». E i responsabili di tale rigurgito sono i primi a sproloquiare contro i togati.
È infatti con la legge 9/8/13 –  emanata allo scopo di «fornire una prima risposta al problema del sovraffollamento penitenziario e a sanare una situazione che espone il nostro Paese alle reiterate condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo” -, primo articolo, che si é deciso di modificare l’articolo 280, comma 2: la parola “quattro” è sostituita da “cinque”.
Con la legge precedente, dunque, Lubhaya sarebbe potuto finire in galera; oggi no.
In questo senso, dunque, la “colpa” del mancato arresto non dovrebbe essere addossata a chi, avendo frequentato giurisprudenza, sa che legge la deve, indipendentemente, far rispettare. Non sono (stati) i magistrati a modificare le leggi, ma chi crede (e sono in molti) che il sovraffollamento carcerario si risolva lasciando i delinquenti a piede libero, i primi – in questi casi – a lanciare accuse e nascondere le proprie responsabilità.
Chi, dall’alto della valle, accusa gli agnelli che bevono più in basso di sporcargli l’acqua.

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