Morire di calcio – la storia di Carlo Petrini

Oggi sono due anni esatti dalla sua scomparsa: Carlo Petrini, ex-calciatore degli anni Sessanta e Settanta, divenuto un personaggio scomodo in seguito alla pubblicazione agli inizi del Duemila di una serie di libri dedicati alle bruttezze del calcio italiano. Tu chiamale, se vuoi, coincidenze: il 64enne Petrini muore il 16 aprile 2012, due giorni dopo la scomparsa di Piermario Morosini, il 25enne centrocampista del Livorno accasciatosi sull’erba dello Stadio Adriatico di Pescara. Ma traviseremmo la realtà se cercassimo di assoggettare queste due morti a cause simili. Perché se a uccidere Morosini fu una malattia ereditaria denominata cardiomiopatia aritmogena, l’agonia di Petrini fu di natura differente.

Carlo nasce nel senese, a Monticiano. Suo padre Aldo è un socialista, uomo dedito a lavorare la legna nei boschi, mani grandi coi palmi spaccati dalla fatica. Nel 1956 Aldo va a fare il muratore a Genova; un anno dopo lo seguono la moglie, il piccolo Carlo e l’altra figlia. I coniugi Petrini prendono in affitto una casa a Ruta di Camogli, nel Golfo Paradiso, lungo la Riviera di Levante. Nel 1959 la sorella di Pietro muore: se ne va a 16 anni per colpa del diabete. Tre mesi dopo si spegne pure Aldo, ammalatosi di tetano. Il calcio fa capolino nella vita di Carlo in un pomeriggio di settembre del 1960: il signor Bagnasco, proprietario della casa in cui vivono i Petrini, gli consiglia di tentare un provino per il Genoa. Carlo viene preso subito. Il periodo trascorso nelle giovanili fila dritto fino ai primi mesi del 1965, quando il direttore sportivo Gipo Viani gli chiede dove preferisca andare a giocare: se alla Triestina oppure al Lecce. Carlo non ha dubbi: relegato in Salento non potrebbe più prendersi cura della madre, Trieste sarebbe la soluzione più comoda. Due giorni dopo il segretario del Genoa accompagna Carlo alla stazione di Voghera, dove c’è un treno ad aspettarlo: quello per il Lecce. Petrini ritorna a Genova nell’estate del 1966: adesso può disporre di uno stipendio di 300 mila lire al mese e di un appartamento in zona Principe, da condividere con la madre (che finalmente potrà perfino appendere al chiodo il grembiule di cameriera). Ma le cose al Genoa prendono una piega inattesa: sotto la guida dell’allenatore Giorgio Ghezzi, gli atleti rossoblù assistono sia alla somministrazione coatta di “ricostituenti” sia alla combina dei risultati sportivi. Ci si accorda fra allenatori prima della partita oppure fra giocatori direttamente in campo, con eventuali casini all’orizzonte qualora le cose non vadano come previsto. L’omertà regna sovrana all’interno dello spogliatoio genoano, dove l’ex-pugile Pino Boero, massaggiatore della situazione, mette in atto il piano sancito dai vertici societari. Nell’autobiografia Nel fango del dio pallone (2000), il primo dei libri editi presso la casa editrice Kaos, Petrini accenna alla scomparsa dell’attaccante Giuliano Taccola, deceduto a 26 anni in seguito agli effetti collaterali provocati dall’assunzione di sostanze proibite (soprattutto di anfetamine).
Nel 1968 Petrini passa al Milan, firmando un contratto di 10 milioni all’anno: alle visite mediche gli viene chiesto che diamine fosse stato somministrato al suo sangue nel periodo genoano. Alla fine degli anni Settanta risale il giro di scommesse e partite combinate denunciato da Petrini nella sua autobiografia. Episodio più lampante, un Bologna-Juventus del 13 gennaio 1980: allora Carlo vestiva la maglia rossoblù, i bianconeri schieravano gente come Dino Zoff e Roberta Bettega e in panchina c’era un certo Giovanni Trapattoni.

A metà degli anni Ottanta, chiusa la carriera da calciatore, Carlo apre una finanziara: al successo iniziale però segue un periodo di difficoltà, dovuto all’accumulo di debiti e al coinvolgimento dello stesso Petrini in giri legati alla malavita. L’estero si rivela l’unica carta giocabile: Petrini si rifugia in Francia. Nel 1995 suo figlio 19enne Diego, ammalatosi di tumore, cerca disperatamente di rivederlo appena prima di morire. Ma Carlo non se la senta di mettere a repentaglio la propria vita ritornando in Italia: lo farà solo tre anni più tardi, nel 1998. Intanto la sua vista cala visibilmente, portandolo a una parziale cecità: gli diagnosticano un glaucoma, con totale spegnimento dell’occhio sinistro e parziale di quello destro, una malattia correlata alle sostanze assunte durante l’attività agonistica. Poco dopo un’escrescenza di carne viva si palesa sul naso del nostro Petrini: è il preludio di un tumore al cervello.
Ritrovarsi a 59 anni cieco e malato: solo queste condizioni riavvicinano Carlo alla fede, dribblata per molti anni tra eccessi e malfatte. Nel 2012 fu pubblicato il suo ultimo libro Lucianone da Monticiano: Petrini lo dedicò al suo acerrimo nemico Luciano Moggi.

Oggi Carlo avrebbe compiuto 66 anni, ma se ne è andato prima. Il calcio fu per lui croce e delizia. Ma soprattutto croce.

Un pensiero riguardo “Morire di calcio – la storia di Carlo Petrini

  • Maggio 5, 2014 in 10:15 am
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    Ci fu un processo sportivo per Bologna-Juventus e le società furono totalmente scagionate. Ah, il bugiardo Carlo Petrini!

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