Il punto letterario (16) – Il più infelice della Terra

di Elena Di Meo

Una sequenza di sedie disposte in cerchio al centro di una stanza. Un’immagine che, anticipando le battute di chi all’interno del gruppo d’ascolto tenterà di liberarsi del fardello della sua esperienza, già racconta una storia. I colletti inamidati raccolgono una pioggia torrenziale di gocce di sudore, le dita cercano di porre fine alla vampata di calore al limitare dei polsini troppo stretti per permettere la libera circolazione del sangue. La bocca impastata di saliva genera suoni privi di timbro umano mentre tu, che preferisci rimanere anonimo, abbatti l’ennesimo muro eretto a difesa degli attacchi esterni e finalmente pronunci un timido saluto.
C’è da essere solidali
pensi: hai perso il conto di quante volte la tua mente ha provato a convincerti dell’impossibile. Non mi giudicheranno.

La convinzione che la propria condizione sia la peggiore possibile obbliga persino l’occhio più obiettivo a voltarsi verso i suoi simili, al fine di istaurare una competizione tra disgrazie più disgraziate e riconoscer così la sua come la “disgrazia dell’anno”. Ma un atteggiamento di autocommiserazione e di rassegnazione rischia di sfociare in un eccesso di pietà dalla quale non si sfugge neanche nel migliore dei mondi esistenti. Occorre decisamente una certa prudenza quando ci si accinge a recensire una dimensione spazio-temporale attribuendole il massimo punteggio: un mondo dove i bambini giocano a campana servendosi di uno smeraldo per contrassegnare il punto d’atterraggio si rivela essere una mera rappresentazione mentale, lungi della nuda e cruda realtà. E il nutrimento colpevole di far lievitare esponenzialmente l’irrazionalità è l’ottimismo, «la mania di sostenere che tutto va bene quando si sta male», nonché un’ottima giustificazione per le violenze perpetrate dall’umanità. La bomba così innescata spiana la strada a chi trova più conveniente fuggire dai problemi concreti e soccombere alla crudeltà – a tal proposito è lecito domandarsi se sia stato Dio a peccare di malizia nell’atto di seminare discordia nel cuore delle sue bamboline voodoo oppure se il Male non sia altro che una prospettiva, il rovescio dettato una fortuna capricciosa.

Prendendo coscienza del fatto che l’emisfero peggiore dell’Universo non è necessario ma nemmeno eliminabile, appare doveroso dunque una distribuzione più equa del carico delle sventure. Ciò che è a disposizione solo dell’uomo e di nessun altro infatti è la libertà di scelta nel determinare il proprio destino. Se egli dovesse aver la bontà di collaborare con i suoi simili, coltivando il proprio orticello contribuirebbe al benessere sociale e traccerebbe i contorni della civiltà in maniera positiva. Tra una zappata e l’altra, il suo grido di battaglia non si lascerebbe smorzare da un’esaltazione ironica della grandezza della guerra. Come negarlo: mal comune, mezzo gaudio. Punto!

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