Gigi Garanzini ospite a Pavia

di Stefano Sette

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Mercoledì 6 ottobre, alla libreria Feltrinelli di Pavia, c’è stata la presentazione del libro “La mia Sudafrica”, scritto da Fabio Tavelli(anche lui intervistato da Inchiostro, la cui intervista sarà presto pubblicata sul prossimo numero), giornalista-conduttore di Sky Sport 24, per raccontare la sua esperienza al Mondiale sudafricano dal punto di vista professionale e umano. Tra gli invitati era presente Gigi Garanzini, conduttore su Radio 24 del programma “A tempo di sport” ed editorialista del “Sole 24 ore”. In passato ha svolto il ruolo di inviato per numerosi quotidiani, tra cui “La Notte”, “Corriere della Sera” e “La Voce” di Indro Montanelli. E ha anche condotto su Raitre negli anni’90 (insieme a Gianni Mura) la trasmissione “Il processo del Lunedì” (da non confondere con “Il processo di Biscardi”), in cui si parlava di calcio in modo pacato, stando seduti a un tavolo, mangiando panini con prosciutti vari e bevendo vino.

Inchiostro ha intervistato Garanzini per avere una panoramica calcistica sull’attuale situazione italiana e internazionale.

Inchiostro – Di solito nei campionati che si giocano dopo i Mondiali, almeno nelle prime giornate, le grandi hanno sempre difficoltà, e in genere la causa principale è il recupero della condizione fisica. Questo fatto si è verificato anche in questo inizio di stagione, nonostante l’eliminazione anticipata dell’Italia?

Garanzini – Sì, eccome. Anche perché l’Italia aveva 22-23 giocatori, ma oggi in Italia ci gioca tutto il mondo. Nel villaggio globale non è più una questione di italiani o non italiani, tant’è vero che la squadra che attualmente ha più infortuni e più problemi, sia di condizione fisica che mentale, è l’Inter, che è una squadra che di italiani non ne ha. Ormai questo riguarda tutti, cioè tutte le nazioni, ed è inevitabile perché il logorio post mondiale c’è sempre stato: nel ’91, dopo il Mondiale italiano, vinse il campionato la Sampdoria, per dirne una. E quest’anno può tranquillamente risuccedere qualcosa di simile.

Sempre a proposito di Nazionale: negli ultimi mesi, prima Lippi e poi Prandelli hanno affermato che nel calcio italiano ci sono pochi talenti di nazionalità italiana. Non è grave il fatto che questa dichiarazione sia stata pronunciata da due C.T. anziché da un critico o da un tifoso?

Grave no, però abbastanza sgradevole sì, anche perché le responsabilità ce le hanno anche loro. Quando hanno allenato squadre di club, cioè la Fiorentina o la Juventus a seconda dell’uno o dell’altro, nemmeno loro hanno mai rischiato quello che gli altri rischiano all’estero: all’estero un giovane talento non ha il problema della carta d’identità, se ne ha 18, se ne ha 19 o se ne ha 20, anche se gioca in una squadra primaria, e faccio l’esempio tipico dell’Arsenal, ha le sue chances, e se sbaglia una partita andrà meglio la seconda. Da noi c’è questa tendenza che il giovane deve maturare, però quando lo verifichi se lo mandi a maturare in provincia, per esempio a Pistoia, e lo hai bisogno per il Milan? Che parametro puoi avere del fatto che abbia fatto due buoni campionati a Pistoia per poi averlo al Milan? Secondo me tanto vale che tu lo provi nel Milan, o nella Juventus o nella Roma, e poi decidi se è buono o non è buono. Questo è un fenomeno tutto italiano, non so se abbiamo un calcio mammone, o qualcosa del genere, però penso in parte di sì.

Il fatto che nel campionato di Serie A non giungano più campioni affermati, ma al massimo scarti delle big d’Europa, è dovuto solo a fattori economici o anche alla pessima fama che si è fatto il calcio italiano, a livello internazionale, dal punto di vista dell’educazione sportiva?

Proprio scarti no, però certamente non è più un mercato primario. Penso che le ragioni siano un po’ tutte e due, si tratta poi di mixarle e di vedere in che percentuale. L’appeal che il calcio italiano ha rispetto a prima è indubbiamente sceso. E’ anche vero che, dal punto di vista economico, il calcio italiano non è in grado di offrire quello che oggi offrono Inghilterra o Spagna, magari con bilanci più disinvolti, perché l’Italia ha fatto da scuola sul dissesto finanziario calcistico.

Soprattutto se si vedono le cifre spese in passato da Sergio Cragnotti o da Calisto Tanzi, per fare due nomi.

Certo quelli erano casi limite, però nel frattempo mi pare che gli stranieri abbiano preso esempio da noi, perché i passivi di società come Liverpool, Atletico Madrid, Valencia o Manchester United sono a loro volta spaventosi. Credo sia una fase di assestamento: se davvero l’UEFA dovesse riuscire a realizzare nel giro di tre anni, come pare abbia cominciato a fare, un controllo serio sui bilanci e su quel solo parametro decidere l’ammissione o meno delle squadre in Europa (e mi sembra che stiano facendo sul serio visto che il Maiorca non ha fatto le coppe europee, pur avendone diritto, perché non aveva la copertura finanziaria necessaria) se si arriva a quello allora tutto si potrebbe riequilibrare. Ma lì poi subentra un altro discorso, che non è solo un discorso di appeal o di soldi: in Italia c’è disamore per il calcio, e lo vediamo dagli stadi che sono vuoti. I paesi stranieri all’avanguardia, parlo dell’Europa che conta di cui in teoria facciamo parte anche noi, sono riusciti a coniugare la pay-tv, cioè lo spettacolo televisivo, con la presenza sui campi. Da noi non ancora, per una serie di ragioni. Credo sia quello uno dei motivi per cui il richiamo del calcio italiano è inferiore alla concorrenza europea.

Il campionato tedesco, inferiore tatticamente a quello italiano, ha più spettatori e ha la media paganti più alta d’Europa.

C’è una spiegazione: lì giocano tutti alla pari per davvero. Ed è dimostrato dal fatto che il Bayern Monaco, quest’anno nella seconda metà della classifica, è una squadra che un campionato su tre, o quattro, in media lo vince. Poi non dico che possano vincere tutte le altre, ma quasi, tanto è vero che se si studiano le Bundeslighe degli ultimi anni c’è un’alternanza nettissima. Da noi c’è la schiavitù di Inter, Milan e Juventus, che rappresentano il 60 o il 70% del tifo italiano, del budget italiano, dell’informazione italiana, e questa è la schiavitù del calcio italiano. Che interesse ci può essere se tu Palermo, o tu Fiorentina, o tu Napoli, o tu Roma, o tu Lazio sai che puoi fare i grandi investimenti, mettere su il vivaio più bello che hai e se tutto va bene lotti per il terzo o per il quarto posto? In Germania il Wolfsburg, piuttosto che il Mainz adesso o lo Stoccarda in passato, sa di poter giocare anche per il primo: c’è una bella differenza.

In Italia, ormai da anni, si è ingigantita a livello mediatico la figura dell’allenatore rispetto al passato. Questo discorso vale anche per l’estero?

Meno, decisamente meno, con delle dovute eccezioni. Come in tutte le cose noi tendiamo a mitizzare, quindi a esagerare la portata dei personaggi. In panchina si studia da personaggio, come quello che ha inquinato il calcio italiano per due anni aldilà dei risultati, e lo studia pure bene. È normale. Gli è riuscito in Inghilterra, adesso gli è riuscito da noi, probabilmente gli riuscirà in Spagna. Dipende sempre dalle squadre che alleni. Ha la fortuna di allenare una rosa che fa spavento, come faceva spavento quella dell’Inter, in rapporto alla concorrenza, e quella del Chelsea. Ma quando al Chelsea l’hanno cacciato via, ha giocato un campionato e mezzo con un certo Avraham Grant, che fino ad allora aveva sempre fatto il vice del vice, e anche Grant è arrivato in finale di Coppa dei Campioni. Il grande allenatore può valorizzare ulteriormente il gruppo di bravi giocatori, ma che un grande allenatore faccia squadra è impossibile.

Un pensiero riguardo “Gigi Garanzini ospite a Pavia

  • Ottobre 10, 2010 in 11:47 am
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    La frase corretta, all’inizio dell’ultima risposta, era “e più uno studia da personaggio, come quello che ha inquinato il calcio italiano per due anni aldilà dei risultati, e lo studia pure bene, più i bonzi abboccano”.

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