Ankara – Bruxelles, solo andata

di Andrea Giambartolomei

La strada da Ankara a Bruxelles è lunga e tortuosa e i viaggiatori, la Turchia e i suoi popoli, potrebbero uscire dalla traiettoria con facilità, anche se alcune recenti riforme potrebbero rimetterli in carreggiata, migliorando le condizioni del viaggio.

La strada ha un punto di partenza incerto, e incerto è anche il punto di arrivo. Malgrado tutta la buona volontà dei viaggiatori, non sanno se i loro compagni di viaggio l’aiuteranno o se le persone che troveranno all’arrivo li accoglieranno a braccia aperte.

IL PROCESSO DI ADESIONE – Iniziato nell’ottobre 2004 con l’approvazione dei 25 paesi membri all’apertura della trattativa, dopo più di tre anni di marcia i criteri di Copenhagen non sono del tutto assolti e il cammino resta ancora lungo.

Molti blocchi -interni ed esterni- si sono intromessi sul percorso che sembrava iniziato sotto i migliori auspici della ripresa economica e sociale indotti dal partito della Giustizia e del Progresso AKP (islamico moderato) dopo la grave crisi finanziaria del 2001.

Sin dall’inizio del dibattito sulla sua adesione la Turchia ha dovuto fronteggiare i molti problemi che l’attanagliavano. Tra i primi c’era la difficile questione economica dovuta alla crisi del 2001, che il potere politico in campo è riuscito a risanare grazie all’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, favorendo lo sviluppo dell’economia di mercato e il parziale adempimento di uno dei tanti criteri. Tuttavia molto c’è da fare per quanto riguarda diritti umani e civili, il rispetto delle minoranze, la questione cipriota e il forte peso dei militari sull’azione politica: «Dal 2005 il processo riformista in Turchia ha rallentato il passo ed è stato poco omogeneo», sanciva la bozza dell’ultimo rapporto sull’avanzamento delle trattative, pubblicato dalla Commissione sull’allargamento il 6 novembre scorso.

ULTIME RIFORME – Dal luglio 2007, grazie alla vittoria alle elezioni legislative e da quella alle presidenziali, l’AKP si è assicurato la forza necessaria per continuare il cammino riformista verso l’Europa. In questo progetto credono molto Recep Tayyip Erdoğan, capo del partito, e Abdullah Gül, presidente della Repubblica. In questi mesi successivi alla giudizio critico dell’UE, i due sono riusciti a eliminare il divieto di portare il velo all’interno delle università, bando che limitava l’istruzione di molte donne. Inoltre sono riusciti ad approvare a inizio marzo una nuova legge sulle proprietà terriere e edilizie delle minoranze religiose, garantendo loro il diritto di poter costruire nuove chiese, ospedali e scuole.

PROBLEMI – Molto ancora rimane da fare: da un lato le numerose incursioni nel Kurdistan iracheno per sconfiggere gli indipendentisti (internazionalmente riconosciuti come terroristi) del PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi dimostrano che le riforme liberali e i diritti concessi ai curdi dall’AKP nell’ultimo decennio non bastano. Una la soluzione moderata è arrivata solo dopo mesi dall’inizio dei nuovi scontri: 12 milioni di dollari sono stati stanziati per degli investimenti da attuare nella regione curda al sud-est della Turchia, una delle zone più povere in cui il consenso ai gruppi indipendentisti e l’avversione ad Ankara aumenta con il malessere socioeconomico.

Un altro ostacolo è l’articolo 301 TCK (codice penale del 2005), una legge bavaglio capace di indurre i giornalisti all’autocensura: per via della sua scarsa chiarezza, ogni critica alla nazione può essere considerata come insulto, tramutarsi in accusa e quindi in un processo penale che può concludersi con la prigione. Ad oggi, solo un giornalista, Hrant Dink, è stato condannato definitivamente. Tuttavia, in circa due anni dalla sua entrata in vigore tra sessanta e novanta scrittori sono stati processati, e il 19 gennaio 2007, Dink è stato ucciso da un nazionalista in seguito alla campagna d’odio scatenata contro di lui.

EUROPEI CONTRARI – Come se non bastasse, in quell’Europa che nel 2004 si era dichiarata favorevole all’apertura del negoziato non mancano gli oppositori. Oltre ai partiti e ai politici di estrema destra, tra cui ricordiamo la Lega Nord e Mario Borghezio, europarlamentare che disinfetta i treni dagli immigrati e capace di definire la Turchia come il «luogo geometrico della negazione dei diritti umani», negli ultimi anni si sono aggiunti anche la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy. I due capi di stato, rappresentando il nocciolo duro del continente europeo, sono riusciti in qualche modo a far valere le proprie idee trovando consensi tra altri politici e rallentando il progresso delle trattative.

E L’ITALIA CHE FA? – Malgrado le posizioni del partito “la Destra” di Francesco Storace e di Daniela Santanché, ribadite in apertura di campagna elettorale, l’avversione della Lega Nord (con Roberto Maroni che da Ministro degli Interni dichiarò di preferire un referendum popolare), e quella dei partiti cattolici come l’UDC (che vedono il rischio di una pseudo-invasione islamica), la maggior parte dei partiti politici sembra essere favorevole all’adesione della Turchia all’UE.

Nella scorsa legislatura, con il governo Berlusconi bis, l’ex ministro degli Esteri Gianfranco Fini, uomo di centro-destra, si era dichiarato disponibile. La stessa posizione è stata ribadita dal suo successore, Massimo D’Alema che, durante un viaggio diplomatico in Turchia nell’autunno scorso, ha definito l’adesione come «la risposta strategica più forte che possiamo dare alla “guerra di religione”», instaurando così un parallelo con gli eventi che hanno portato alla creazione del primo nucleo europeo nel dopoguerra e all’ingresso dei paesi post-comunisti nel 2004 e nel 2007.

Nei mesi precedenti, a giugno, D’Alema aveva ribadito la posizione governativa in una lettera al Sole 24 Ore dichiarando che l’Italia sarebbe stata “un alleato critico”: «abbiamo l’intenzione di porci come un interlocutore attento e consapevole per la Turchia» -scriveva il capo della Farnesina per poi continuare veltronianamente- «ma anche come un partner che, forte della credibilità acquisita, sappia mantenere un dialogo assiduo, vigile e se necessario anche critico, per sostenere il paese nel suo tragitto di compiuta integrazione europea». Un stile molto diplomatico, ma che ben rappresenta le idee di molti.

Sono infatti tanti i politici italiani convinti sostenitori dell’adesione turca all’Unione europea, sempre però con un occhio di riguardo verso l’evoluzione del paese. «Ankara deve ancora risolvere il problema di Cipro, abolire le leggi liberticide (…). Dobbiamo far rispettare le regole democratiche. E contemporaneamente cercare di entrare nei cuori dei cittadini», dichiarava nel novembre 2006 l’europarlamentare Lilli Gruber al Corriere della Sera. A questi problemi altri parlamentari aggiungono altri requisiti, spesso corrispondenti con quelli domandati dalla Commissione europea: miglioramento delle relazioni con l’Armenia (con il riconoscimento del genocidio, necessario per “riconciliarsi con la storia”), lo sviluppo delle condizioni delle minoranze, soprattutto con i curdi, come ha sottolineato Fausto Bertinotti, presidente della Camera, incontrando il premier Erdoğan.

SOSTEGNO CRITICO – Questo è -per il sottoscritto- l’atteggiamento giusto da tenere nei confronti della Turchia.

Una volta iniziati i negoziati sarebbe uno sgarro imperdonabile sbarrare la strada deviandola magari verso il progetto di Unione mediterranea, mostrando l’Europa come una “voltagabbana”, o peggio una terra razzista e rianimando il conflitto tra Oriente e Occidente, tra islam e cristianesimo. Ritengo che esista il dovere di portare avanti coerentemente le trattative con l’intenzione di raggiungere l’obiettivo fissato negli scorsi anni. Tuttavia sarebbe anche altrettanto ipocrita sentirsi in dovere di accettare tout court l’adesione, chiudendo gli occhi su i problemi che ancora sussistono.

In un periodo in cui le istituzioni europee non vengono ben percepite dai suoi cittadini, soprattutto per quanto riguarda certe imposizioni e certe scelte, l’ingresso della Turchia nell’UE, così quello di una massa dei disperati dalle regioni più povere dell’Anatolia, potrebbe rinsaldare la xenofobia da una parte e l’avversione verso gli organismi comunitari. C’è quindi da optare e spingere verso un miglioramento delle condizioni di vita economiche e sociali delle popolazioni turche, in modo da limitarne la migrazione di massa, e da sensibilizzare gli europei, eliminando gli stereotipi e i timori connessi all’allargamento. Quest’azione è già complicata in sé, e richiede molto tempo.

D’altra parte, se negli ultimi mesi ci sono stati dei segnali incoraggianti per quanto riguarda le riforme, è invece più duro il cambiamento dell’articolo 301 TCK nel breve periodo: i tanti tavoli di discussioni, alcuni dei quali coinvolgevano associazioni della società civile, hanno portato alla realizzazione di un testo nuovo la cui approvazione è stata rimandata più volte. Per quanto riguarda la questione curda, lo stanziamento di 12 milioni di dollari è solo un piccolo e breve passo che necessita anche di un supporto culturale e civile: i curdi devono essere riconosciuti come cittadini a pieno merito ai quali vanno garantiti ulteriori diritti per la loro specificità culturale.

A ciò si aggiungerebbe anche l’eliminazione di uno strato invisibile che permea la Turchia deviandone la vita politica e sociale: il “Derin Devlet”, lo Stato profondo. Si tratta di un’organizzazione clandestina paramilitare costituita da membri dell’estrema destra, ufficiali delle forze di sicurezza e gruppi criminali il cui intento è attuare una politica ultranazionalista in difesa del territorio, contro le minoranze e contro l’Europa, considerate “nemiche”. Dei primi passi sono stati fatti con l’arresto di trenta persone nell’ambito dell’operazione Ergenekon nello scorso gennaio, ma restano ancora molte cose da chiarire, come l’uccisione di Hrant Dink, di don Andrea Santoro, di tre cristiani a Malatya e di un giudice a Istanbul, tutti atti commessi con molte probabilità da appartenenti allo Stato profondo.

I viaggiatori avanzano a piccoli passi, le fermate sono tante, e la strada verso Bruxelles è ancora lunga. L’adesione, secondo quanto previsto da alcuni burocrati, non dovrebbe avvenire prima del 2015. C’è quindi tutto il tempo per realizzare delle riforme adeguate, rilanciare ulteriormente l’economia cercando di estendere il benessere e diritti civili, mostrare ai cittadini turchi e a quelli europei i vantaggi che l’allargamento concede, eliminando timori e stereotipi ai limiti della xenofobia. Il compito dell’Europa è quello di accompagnare la Turchia su questa strada, sapendo prendere il tempo necessario per la riflessione e la comprensione reciproca.

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