Viktor Orbán: come la paura spiana la strada alle dittature

Il 30 marzo scorso, con 137 voti a favore e 53 contrari, il Parlamento di Budapest ha eletto democraticamente il primo dittatore dell’Unione Europea.
Sono stati concessi i pieni poteri a Viktor Orbán, senza limiti di tempo. Il premier ungherese adesso può cancellare o sospendere le leggi, bloccare le elezioni e sciogliere il Parlamento, del quale ha già il controllo da tempo.
Ma chi è Viktor Orbán, e come ha fatto a conquistare un simile record nel cuore della democrazia occidentale?

Cinquantasette anni questa primavera, si può dire che Orbán sia cresciuto in politica. Durante il liceo è stato segretario del KISZ, un’organizzazione giovanile di stampo comunista della quale si sarebbe considerato, in seguito, uno “sciocco e fanatico sostenitore”. A fargli cambiare idea pare sia stata la leva militare, dopo il diploma, e la svolta fu tanto radicale da spingerlo a laurearsi in Giurisprudenza con una tesi sul movimento polacco anticomunista Solidarność, nel 1987. Due anni dopo ricevette dalla fondazione Soros (la stessa della quale si dichiara adesso acerrimo nemico) una borsa di studio che gli permise di studiare Scienze Politiche a Oxford.
In Inghilterra fondò Fidesz, l’Alleanza dei Giovani Democratici, che è tuttora il suo partito: di chiarissima impronta liberale e anticomunista, l’iscrizione era vietata a chiunque avesse più di 35 anni.
Viktor Orbán tornò in Ungheria solo nel 1990, per candidarsi alle elezioni. Aveva 27 anni.

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Viktor Orbán da giovane

Facciamo un passo indietro: l’Ungheria fu un regime comunista dal 1949 al 1989, salvo i tre mesi di governo moderato seguiti alla rivolta del 1956, violentemente sedata dall’Armata Rossa. Quando Orbán si candidò per un posto in Parlamento, era appena caduto il Muro di Berlino e il paese aveva quindi potuto svolgere le sue prime elezioni democratiche. La popolazione ungherese non voleva più vedere un comunista neanche in fotografia e aveva eletto premier Jòszef Antall, un democratico insegnante di storia.
Durante il governo Antall, durato dal 1990 al 1993, Fidesz era all’opposizione e Orbán, che ne era il capo, iniziò a staccarsi dalle posizioni progressiste – specialmente in materia di diritti civili – che il movimento aveva sostenuto nei suoi primi anni d’esistenza. I consensi aumentarono.
Quando nel 1998 vinse le elezioni e divenne premier per la prima volta, il suo era ormai un partito di centrodestra, e non a caso in Italia trovò ampio credito e appoggio in Silvio Berlusconi.

Durante il suo primo mandato, Orbán incoraggiò una politica economica liberista e fece entrare l’Ungheria nella NATO, insieme alla Polonia e alla Repubblica Ceca. Nonostante fosse riuscito a ridurre l’inflazione e avesse abbassato le tasse, perse le due elezioni successive contro i socialisti, rimanendo comunque a capo dell’opposizione. Riuscì a tornare al governo nel 2011, con il 53% dei consensi, ed è in carica da allora.
Il secondo mandato di Viktor Orbán ebbe una conseguenza epocale: approvò una nuova Costituzione, sostituendo quella del regime comunista in vigore dal 1949.

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La rivolta ungherese del 1956


La nuova costituzione ungherese sottolinea la centralità della religione cattolica e della famiglia e limita molte libertà civili (una su tutte, i matrimoni gay) perfettamente in linea con la politica interna di Fidesz, che aveva già provveduto a riformare l’istruzione e a istituire una Commissione Governativa di Controllo Televisivo per avere potere sull’informazione.
Membro dell’UE dal 2004, l’Ungheria iniziò così la propria svolta sovranista, a partire dal discorso del 2011 in cui Orbán, ai tempi presidente della Commissione Europea, sosteneva di “credere nell’Ungheria, non nell’Europa”, guadagnando il plauso di tutte le destre dell’Unione. Il premier stesso ha pacificamente accettato, e in parte rilanciato, l’ormai diffusa nomea di “Leader illiberale”.
L’Ungheria di Orbán ha alzato muri, non ha rispettato il piano di redistribuzione dei migranti approvato nel 2015, ha limitato ovunque poteva le libertà e distrutto sistematicamente le opposizioni fino a diventare la dittatura che è adesso.

La domanda che sorge spontanea è: ma l’Europa?
L’Europa ha già ammesso che “in Ungheria i normali strumenti democratici non funzionano più” e ha manifestato l’intenzione di avviare una procedura che sospenderebbe gli aiuti economici al paese. L’Ungheria riceve in condizioni normali circa 4 miliardi di euro all’anno dall’Unione e in questo specifico caso, quello dell’emergenza Coronavirus, è il paese europeo al quale sono stati destinati più fondi – nonostante Orbán abbia dichiarato di non aver visto un centesimo. Le procedure per la sospensione degli aiuti, però, richiedono un voto europeo unanime e la Polonia, alleata dell’Ungheria, resterebbe contraria, anche se dovesse essere l’unica.
L’Europa ha le mani legate, e Orbán lo sa.

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Viktor Orbán oggi

Come ogni dittatura, quella di Orbán si fonda sulla paura e su un trauma, che nel caso dell’Ungheria sono quarant’anni di regime comunista. Inesorabilmente si passa da una repressione a un’altra, ma la seconda esiste proprio grazie alla prima. Dietro la bandiera dell’anticomunismo si nascondono anni di provvedimenti illiberali e di controllo che culminano in un uomo solo al potere, il salvatore della patria, l’espressione della volontà popolare. I regimi autoritari funzionano meglio nei periodi di crisi, quelli in cui le persone non si sentono al sicuro e sono disposte a sacrificare un po’ di libertà – puoi controllarmi, l’importante è che mi salvi, dal Coronavirus o dallo straniero o dalla paura.
Il punto è che le crisi, in qualche anno e in qualche modo, passano. Le dittature non sempre.

Ilaria Bonazzi

Studia Lettere moderne con indirizzo storico a Pavia. Si interessa di geopolitica e di letteratura.

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