Victor Hugo: Parigi come labirinto

Di Victor Hugo si è detto moltissimo, una produzione corposa la sua, costellata di poemi, romanzi, pièces teatrali e molto altro. Cosa certa è che Hugo avesse sempre saputo di voler fare lo scrittore: «Je serai Chateaubriand ou rien!» («O sarò Chateaubriand o non se ne fa niente!»). Questo diceva di sé il giovane Victor a soli quattordici anni, consapevole del suo talento e profondamente determinato a fare dell’arte letteraria il proprio mestiere. Nato a Besançon nel 1802, da figlio di un generale dell’esercito francese, eredita dal padre il bagaglio ingombrante dell’ascesa Napoleonica (con tutte le sue metamorfosi) e dalla madre l’animo ramingo, alimentato dai continui cambi di dimora della famiglia.

All’età di vent’anni Hugo ha già visitato l’Europa intera e la sua mentalità aperta e inclusiva scorge nella realtà innumerevoli e sottili sfaccettature. È dotato di un invidiabile occhio analitico e vede nelle deformità delle cose il vero potenziale della nuova poetica romantica. Così, a ventisei anni, nella prefazione al dramma storico Cromwell (1827), raccoglie tutti questi spunti e scavalla la letteratura neoclassica sancendo una linea netta di demarcazione netta fra la poetica del bello e la nuova poetica romantica:

«(…) La musa moderna vedrà le cose sotto un aspetto più elevato e più ampio. Sentirà che tutto nella creazione non è umanamente bello, che il brutto vi esiste accanto al bello, il deforme accanto al grazioso, il grottesco sul rovescio del sublime, il male col bene, l’ombra con la luce. (…) La poesia si metterà a fare come la natura, a mischiare cioè nelle sue creazioni senza tuttavia confonderle corpo ed anima, bestia ed intelletto. (…) Tutte le cose si tengono per mano.»

Victor Hugo
Gargoyles, Notre Dame, Parigi. (foto via Getty Images)

L’esperienza poetica diviene un’immersione totale nelle mutevoli vicende del mondo e, da questo momento in poi, la notorietà dello scrittore crescerà ogni giorno di più. Se le poesie giovanili si rivelano acerbe e ricolme di un esotismo romantico tutto ottocentesco, fatto di scenari orientali e ricercate immagini di luoghi lontani, i romanzi d’esordio evidenziano invece il germe di un cambio di prospettiva.

Nel 1831 il “nuovo” Victor Hugo indossa i panni del poeta Gringoire, si precipita fra le strade della Parigi del basso medioevo (perché qui c’è tutta la materia di cui ha bisogno per rievocare un piacevole spirito gotico) e, quasi in presa diretta, registra la vita sacra e profana che circonda Notre Dame. La trama di per sé non ha nulla di innovativo; è l’archetipo della bella e la bestia: un gobbo solitario, una gitana dalla bellezza selvaggia e un prete innamorato diviso tra amor di Chiesa e passione sensuale.

Ai più questo romanzo risulta irrimediabilmente invecchiato e persino fastidioso ormai per l’enfasi, la magniloquenza predicatoria, lo sfrontato intento di commuovere. Basti pensare alle prime sei pagine, interamente dedicate alla descrizione minuziosa di tutti i presenti (nomi e cognomi inclusi) nella piazza del Palais riuniti per la festa dell’Epifania. Di tutti questi dettagli anagrafici nulla è veramente utile alla narrazione. Victor Hugo mette d’autorità il lettore all’interno della folla e lo costringe a immergersi in un’atmosfera viva, pulsante, con evidente effetto di realtà: comportarsi esattamente come se fosse lì con loro. Sorrisi di circostanza, strette di mano e da quelle pagine usciamo frastornati, seccati e incuriositi.

In La Leggenda dei secoli (1859-83) Hugo tenta l’epopea: una storia dell’umanità attraverso i quadri poetici delle varie epoche, dai tempi biblici al XIX secolo, ispirata alla fede nel progresso civile dell’uomo. L’autore, in quest’opera, incarna a pieno titolo il ruolo del poeta vate a metà tra maestro, politico illuminato, cantore dei più alti ideali.

Victor Hugo
E. Delacroix; La libertà che guida il popolo (1830)

È con il romanzo Les Miserables che, però, Victor Hugo esprime al meglio le sue intuizioni letterarie. Un’opera vastissima che occupa ben quindici anni di vita in esilio dello scrittore. Molti i punti di riflessione: amor di patria, passione, gelosia, ferocia umana, tenerezza, patti con Dio e patti con Satana; e persino il suicidio finale trionfante di Javert, ultima spia del pentimento di un uomo misero. Comunque la si voglia leggere, con attenzione accademica o voglia di intrattenersi, ci si ritrova coinvolti, trasportati dalla vicenda di Jean Valjean che dopo diciannove anni di schiavitù trasforma la propria rabbia in misericordia e lotta per una Parigi migliore di quella che ha lasciato, o Éponine vittima di un amore non ricambiato per cui sacrifica la stessa vita sotto i colpi di fucile della rivoluzione.

I grandi eventi non sono quelli di un qualche Luigi, Napoleone, Papa o chi per essi; sono quelli delle strade, dei monatti, delle prostitute a ora, dei salotti studenteschi dove aleggia la voglia di cambiamento. Le storie che interessano a Hugo sono quelle della gente comune (la working class, diremmo oggi forse), che pure aspetta paziente la democrazia ed è pronta a cadere pur di vedere la Francia unita. E non guasta, a volte, farsi giustizia da soli, attingendo a un’altra moralità, un’etica più alta della legge: è così che gli ultimi diventano i primi e gli oppressi marciano a testa alta.

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