Venti di rottamazione

 

di Giovanni Cervi Ciboldi

 

Non è la gioventù a conferire il diritto a un giovane di essere preferito a chi è più attempato.

E’ vero anche il contrario: non può essere la consuetudine, e nemmeno la trentennale costanza, a conferire a un personale auto-conservatorismo il diritto di domare un rinnovamento.

Fossimo in un periodo di dinamismo appagante, il confino in una educata attesa di chi vuole cambiare sarebbe forse giustificabile. Eppure un meccanismo sano prevederebbe comunque un confronto tra personalità ed idee, che restituisca infine alla prassi politica solo il meglio di ciò che tale il dibattito ha prodotto.
C’è chi pensa che un confronto di fazioni all’interno di uno stesso schieramento non possa che portare a una crescita. Sarebbe vero se i meccanismi partitici fossero meritocratici, e quello elettorale restituisse la reale considerazione che la popolazione ha del singolo politico e del suo operato. Ma non è così.
La composizione del ceto politico più influente è in gran parte composta da una generazione che, passata attraverso il depuratore di Mani Pulite, ha subito il riciclaggio di consuetudini e di uomini che da decenni mantengono un ruolo di peso all’interno dei partiti.
Ciò ha permesso allo zoccolo duro di ogni movimento di resistere di fronte a pulsioni eterogenee e mantenere il privilegio della posizione acquisita, emarginando (talvolta estromettendo) chi minaccia la consolidata gerarchia: per isolare un’idea si è esiliato chi l’ha espressa.

E’ questo il modo in cui al confronto viene negato il permesso di scalzare l’immobilismo che fodera ogni scelta politica. Pratica certamente non lungimirante, ma sul baratro è difficile immaginare un futuro e mantenere il proprio dinamismo.
In medicina il salasso è passato di moda, mentre in politica sembra essere l’unica via per superare l’inerzia. Se questo è il meccanismo, ben venga ogni rinnovamento. Ma non si possono sciogliere istanze di progresso identificandole in modo pretestuoso come scontro tra una gioventù scalciante e una vecchiaia mestierante, perchè centrali in politica devono essere le idee, prima delle persone.
Ora, se si fa politica non per emergere o resistere, ma per guardare al futuro, è necessario mettere costantemente in discussione se stessi ed idee altrui – qualsiasi siano le situazioni – per definire l’atteggiamento a cui aderire ed attenersi in seguito.
Essere giovane non dà maggiori diritti, ed essere più vecchi non corrisponde a maggior probità. Tutto vero. Ma la battaglia non è anagrafica. E’ tra il presente e il futuro. E se la generazione precedente ha fallito, non può fare altro che guardare favorevolmente alla successiva, offrirle chances, supporto e tutta l’esperienza che ha da dare affinchè riesca dove lei stessa è venuta meno.
Certo è che nemmeno la novità è necessariamente un bene. Ma se cambiare i volti può dare almeno nuova fiducia, è meglio non banalizzare la determinazione con cui i nuovi elementi vogliono imprimere una svolta per risollevare l’andazzo istituzionale, fino ad ora fallimentare. Soprattutto quando questa svolta si propone come antidemagogica e moderata.
Così, per salvaguardare la propria esistenza, ogni partito si troverà a dover assecondare le sempre più frequenti spinte di rinnovamento. Perché non si può resistere al futuro che, quando arriva, travolge un passato che rimarrà storia. Ed è meglio farsi trovare pronti.

 

 

 

3 pensieri riguardo “Venti di rottamazione

  • Novembre 2, 2011 in 3:51 pm
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    E quindi? 30 righe di fuffa per cosa?

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  • Novembre 4, 2011 in 2:28 am
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    Vasa inania multum strepunt.

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  • Novembre 4, 2011 in 3:14 am
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    Non so assolutamente cos’abbia detto lo stimato collega di cui sopra, ma Lei è un genio, caro il mio Osservatore Romano.

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