Valerio Onida, tra Costituzione e politica

di Valentina Falleri

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“Un popolo che non riconosce i diritti dell’uomo e non attua la divisione dei poteri, non ha Costituzione”. Inizia citando l’articolo 16 della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789 la lezione tenuta da Valerio Onida – costituzionalista e candidato alle primarie come sindaco di Milano – alla “Scuola di Cultura Politica” organizzata dalla Casa della Cultura (http://www.scuoladiculturapolitica.it ndr). L’incontro è avvenuto a una settimana esatta dalle primarie, vinte da Giuliano Pisapia, che sfiderà Letizia Moratti nella lotta al trono della metropoli lombarda. Abbiamo chiesto a Onida di commentare l’esito di queste consultazioni interne al centro-sinistra e la situazione italiana attuale, nella sua esperienza di ex Presidente della Consulta.

Inchiostro: Professor Onida, nella sua lezione Lei ha parlato delle differenze rispetto al passato in materia di poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. In particolare, ha detto che oggi la distinzione non è più tra potere esecutivo e legislativo, bensì tra poteri fondati sul consenso democratico (esecutivo + legislativo) e poteri di controllo, ossia il potere giurisdizionale. Alla luce di questa dichiarazione e dei recenti avvenimenti, ritiene che una riforma della giustizia sia davvero necessaria come sostiene il premier, anche aldilà di come la intende Berlusconi?

V. Onida: Proprio perché l’odierno significato della divisione dei poteri sta soprattutto nella distinzione e nell’equilibrio fra poteri politici (legislativo ed esecutivo) e poteri di garanzia (giudiziario, giustizia costituzionale, in parte Capo dello Stato), sono pericolose tutte le “riforme” della giustizia che tendono a ridurre il grado di indipendenza di poteri di garanzia rispetto a quelli politici. C’è sì bisogno di interventi sulla giustizia, ma non nel senso di legarne l’esercizio di più ai poteri politici, bensì nel senso di renderla efficiente come “servizio giustizia”, di combattere le cause dell’inefficienza, dei ritardi, dei vuoti di tutela giudiziaria. Ai possibili rischi di sconfinamento del potere giudiziario nella sfera di quelli politici si fa fronte da un lato con i rimedi interni al sistema giudiziario (impugnazioni, responsabilità disciplinare e – entro limiti rigorosi – civile dei magistrati, ecc.), dall’altro, nei casi estremi, attraverso lo strumento del conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale (già in vari casi impiegato a tale scopo).

I: Rimanendo in tema, come crede che si pronuncerà la Corte Costituzionale sul Legittimo Impedimento?

O: Non vorrei fare previsioni. Secondo il mio giudizio la legge è incostituzionale là dove definisce in termini eccessivamente ampi il legittimo impedimento dei componenti del Governo, specialmente con riguardo al cosiddetto impedimento continuativo. In tal modo si finisce per configurare non più delle ipotesi di legittimo impedimento, ma una vera e propria prerogativa di temporanea immunità processuale dei componenti del Governo, incidendo così su di un terreno che è riservato alle leggi costituzionali: ne è un segnale rivelatore l’art. 2 della legge (7 aprile 2010, n. 51) là dove stabilisce che le disposizioni dell’art. 1 si applicano fino all’entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative dei membri del Governo, e comunque per non più di diciotto mesi, salvi i casi dei reati commessi nell’esercizio delle funzioni ministeriali, “al fine di consentire al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla legge” (che è lo scopo presunto delle prerogative costituzionali che si vorrebbero introdurre).

I: Il 14 novembre scorso si sono tenute le primarie interne al centro-sinistra per scegliere il candidato sindaco a Milano. Come è noto, l’esito è stato diverso da quello che si poteva prevedere, con la vittoria di Pisapia (SEL) su Boeri (PD) e con il Suo ottimo risultato a cifra doppia, il 13,4%. In relazione a questi avvenimenti, come si può valutare il meccanismo delle primarie? Vincenti in quanto è stata fatta di nuovo, dopo il caso-Puglia, la volontà degli elettori, oppure da rivedere, considerando che ha condotto alle dimissioni dei vertici milanesi del PD e vista la scarsa partecipazione?

O: Le primarie sono uno strumento cui i partiti ricorrono per coinvolgere gli elettori nella scelta dei candidati da presentare per l’elezione a cariche istituzionali, in quanto ritengono che le scelte fatte dagli organi dirigenti dei partiti stessi non siano sufficientemente legittimate per risultare convincenti nei confronti dell’elettorato. Con questa natura delle primarie contrasta il fatto che prima delle primarie i partiti designino il “loro” candidato. Né basta replicare che questo avviene perché sono primarie di coalizione: in tal modo le primarie diventano un’altra cosa, e cioè una competizione fra partiti attraverso i rispettivi candidati, nella quale non si comprende più il posto dei candidati diversi da quelli ufficiali dei partiti. La scarsa partecipazione alle primarie di Milano e anche la vasta ribellione della base del Partito Democratico alle scelte del suo gruppo dirigente sono la riprova di questo snaturamento delle primarie.

I: Da ultimo, se non fosse stato protagonista di queste primarie, chi avrebbe sostenuto? E perché?

O: Se io non fossi stato protagonista di queste primarie, occorrerebbe sapere chi ne sarebbero stati i protagonisti. Fra di essi avrei scelto quello la cui posizione io avessi considerato più vicina, e che avessi ritenuto meglio in grado di conquistare la maggioranza nella città, indipendentemente dalle preventive designazioni o sponsorizzazioni dei partiti.

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