Una riflessione post-referendum

Il 17 aprile si svolgeva il referendum abrogativo che mirava all’eliminazione di una norma presente nella legge di stabilità 2016. Tale referendum è stato proposto la prima volta da nove regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto. Come ci si poteva aspettare, la richiesta non è giunta da regioni come Trento, Lombardia o Abruzzo, ad esempio; per un motivo decisamente cristallino: parliamo di regioni non toccate da mari, di conseguenza, come si direbbe in sede giurisdizionale, senza un reale “interesse ad agire”.

In particolare, il referendum, come ormai chiaro a tutti, riguardava la possibilità di apporre divieto alla rinnovazione delle concessioni per nuovi pozzi di trivellazione, nonché il divieto, una volta giunta la naturale scadenza contrattuale dei termini, di rinnovazione dei vecchi contratti entro il limite geografico di 12 miglia marittime. Su tutta questa questione è necessario però tenere a mente che tali contratti pubblici, stipulati con società multinazionali private, in taluni casi, apportano un termine contrattuale parecchio dilatato nel tempo, arrivando addirittura a concessioni che termineranno il rapporto, e, quindi, la trivellazione, solo nel 2034.

Per questo e altri motivi, il referendum, ad alcuni, è parso come uno specchietto per le allodole, fumo negli occhi; difatti, risulta difficile comprendere come decisioni prese oggi su attività così tanto passibili di innovazioni tecnologiche, di modificazioni geologiche e anche geopolitiche, possano risultare ancora attuali fra 10 o 20 anni. Fatto sta che le concessioni in questione (e il loro legittimo rinnovo) erano: 7 in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata, 2 in Emilia Romagna, 1 nelle Marche e 1 in Veneto. Per ritornare al parallelismo fatto, le regioni che più vantavano “interesse ad agire” erano la Sicilia e la Calabria, fermo restando l’ovvio interesse nazionale che gravava (e tutt’ora grava) sul tema.

Una volta chiari questi semplici dati, chiunque avesse assistito, magari in diretta, nella giornata di domenica all’esodo (si fa per dire) referendario, si sarà di certo confuso non poco: poco chiaro è parso il senso di certi numeri riguardo l’affluenza alle urne: Piemonte 32,74% (con Torino al 36%), Valle d’Aosta 35%, Lombardia 31% (con Mantova al 34%), Trento 32%, Veneto 38% (con Padova al 41%), Liguria 32%, (e andando più giù) Marche 35% (con Ancona al 38%), Roma 33%, Chieti 40%, fino ad arrivare alla 42% della Puglia (con un’affluenza che ha toccato quasi il 50% a Lecce, attestandosi come la regione che, sicuramente, ha raggiunto l’affluenza più alta), e ciò solo per citarne alcune.

Quello che però ci si potrebbe domandare leggendo i numeri è: “se troviamo una così alta affluenza (anche se non idonea a formare il quorum costitutivo richiesto), come mai il dato nazionale si è attestato appena al 32%?”. Il fatto si palesa quando si vanno a visionare i dati inerenti all’affluenza delle regioni Sicilia, Campania e Calabria (teoricamente, più interessate delle altre sia in termini di materiali concessioni, sia in termini di proposizione). I dati che riguardano queste tre regioni costiere solo alquanto anomali: Calabria 21% (con Cosenza al 20% e Reggio al 22%), Sicilia 27% (con Caltanisetta al 22%), Campania 25% (con Caserta al 23%). Storicamente, per quel che riguarda elezioni comunali, provinciali e regionali, l’affluenza alle urne in queste tre regioni, negli ultimi 40 anni, ha sempre registrato i più alti dati rispetto al resto delle regioni dello Stivale (alle ultime regionali siciliane l’affluenza fu “appena” del 47%, cosa mai accaduta, superando abbondantemente il 50% in 60 anni, e sarà un caso che il presidente Crocetta giri da tempo ormai con scorta), e ciò tenendo sempre a mente che lo scioglimento coatto delle amministrazioni ad ogni livello, anche e soprattutto in epoca recentissima, ad opera delle magistrature, sono tanto frequenti quanto il maestrale che soffia sulla terra sarda.

Insomma, pare decisamente strano leggere i dati del referendum in rapporto a qualsiasi altra votazione e, per questo, a qualche “complottista-cinico-(realista)” potrebbe sorgere spontanea la domanda: “ma… alle mafie (Camorra, ’Ndràngheta, Cosa Nostra, che dir si voglia) il tema delle trivelle non ha interessato? Non avrebbero dovuto prendere posizione conoscendo di certo il peso di un eventuale ““, soddisfatto il quorum costitutivo?”. Poi, però, il “complottista-cinico-(realista)” si rende conto che gli attuali reggenti delle regioni in questione fanno tutti parte del Partito democratico, quel Partito democratico che tanto ha tremato per l’esito di questo referendum; e, forse, alla rilettura di questi dati, in un quadro più completo, ci si potrebbe rendere conto che un senso c’è, eccome, ed è maestro di un sistema oscuro (che poi tanto oscuro non è), ma che, alla fine, volente o nolente, è la manifestazione del volere “democratico e popolare“.

Un pensiero riguardo “Una riflessione post-referendum

  • Aprile 21, 2016 in 4:55 pm
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    non perchè sia tuo padre, ma ciò che hai scritto è la realtà dei fatti ed oltre alla sintassi colpisce la naturalezzza con cui hai scritto l’articolo ed il significato politico/civico che hai espresso. BRAVO!

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