Forze d’attrazione #3: un ballerino alla ricerca della libertà

Un pomeriggio, seduto sulle poltrone di stoffa blu, mentre aspettavo che l’ora di lezione di mia sorella terminasse, ho sentito un mamma dire alla figlia: «Tesoro, ricordati che la danza non è un sport come gli altri. È un’arte». Dev’essere per questo che l’unico Dio che Nietzsche poteva immaginare era un Dio che danzava. Questa terza puntata di Forze d’attrazione racconta la vita di un ballerino e del modo in cui ha conosciuto e tutt’ora vive la danza. Questo però significa anche che rispetto alle puntate precedenti – al nostro protagonista – potremmo perdonare molto di meno, perché, come ricorda Murakami nel Mestiere dello scrittore, a chi non c’è più si possono perdonare cose che ai vivi è impossibile perdonare.

Il muro che divide Berlino è caduto da undici giorni. La guerra fredda lentamente scema. Anche se il mondo continua a rimanere diviso in due blocchi. È in quello sovietico – in Ucraina, in una cittadina sul Dnepr – che il 20 novembre 1989 nasce un ragazzo di nome Sergei Polunin. Lui ancora non lo sa, ma cambierà il modo di guardare e concepire la danza. La vera grande forza d’attrazione che ancor oggi ne determina la vita: nel bene e nel male.

La madre, Galina Polunina, – una casalinga – sarà colei che per prima farà conoscere al ragazzo la strada del ballo. Così, a soli tre anni, partecipa alle prima lezioni di danza. Ma inizialmente, a rapire l’interesse di Sergei è la ginnastica artistica, che praticherà assiduamente fino all’età di otto anni, quando però una feroce polmonite lo costringerà a letto. A questo punto, la madre proverà nuovamente a spingere il figlio verso la danza, convinta che sia quella la strada giusta. Ed ecco, infatti, che il ragazzo – assieme alla madre – si trasferisce a Kiev, dopo essere stato ammesso al Kiev’s State Choreographic Institut ballando un’improvvisazione sulle note di un’aria di Pavarotti. È solo l’inizio.

Nel frattempo però, la famiglia Polunin versa in gravi condizioni economiche che potrebbero persino inficiare lo studio di Sergei. È infatti per evitare che il ragazzo sia costretto ad abbandonare il ballo che il padre – operaio – migra in Portogallo alla ricerca di un lavoro che gli permetta di provvedere al fabbisogno economico della madre e del figlio.

Da questo momento in poi, il ballerino ucraino concentrerà ogni suo sforzo per realizzare un sogno impossibile, sacrificano completamente la sua infanzia e il rapporto con i propri genitori – la cui separazione qualche anno dopo, lo proverà indelebilmente. Inizia dunque una lunga vita di rinunce e abnegazioni, dedicate esclusivamente alla passione per il ballo. Ma se da un lato si evince quasi immediatamente lo smisurato talento che anima Sergei, dall’altro emergono sin da subito le sfaccettature dark” che gli varranno il titolo di bad boy della danza contemporanea. Che però, come testimonia Steven Cantor – registra del biopic “Dancer” proprio dedicato alla figura di Polunin (uscito il 5 febbraio 2018 in Italia – locandina in basso) -, è spesso stato ingigantito ed erroneamente enfatizzato dai media.

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La consacrazione – in compenso – arriva molto presto. Nel 2003 Sergei riesce ad ottenere una borsa di studio molto prestigiosa, che gli consente di trasferirsi a Londra e iniziare a studiare alla British Royal Ballet School. In pochi anni – nel 2010diventa il più giovane primo ballerino della storia della scuola britannica. Ha solo diciannove anni. Ma, inaspettatamente, il raggiungimento di un traguardo così importante sembra quasi demotivarlo, e fa nascere in lui un’inconscia forma di rifiuto e ribellione; è convinto che sotto il controllo della compagnia londinese lui non possa più esprimersi liberamente. Segue una stagione artistica molto positiva, ma Sergei non è soddisfatto. Ciò che ha ottenuto non riesce ad acquietare il suo animo. Cominciano così a palesarsi le prime crisi depressive e psichiche, che lo spingeranno a dimettersi dalla Royal Ballet due anni dopo essere diventato primo ballerino – non riuscendo a trovare un equilibrio anzitutto in se stesso. Ma di una cosa era certo: l’artista che era in lui stava morendo.

Ciononostante egli non abbandona la danza, e per un po’ di mesi balla per alcuni compagnie, fino a quando non si reca a San Pietroburgo per incontrare Igor Zelensky, direttore artistico del Teatro Lirico Stanislavsky e del Teatro dell’opera e del balletto di Novosibirsk. Qui Zelensky lo lascia completamente libero di esprimersi, ma il ruolo di primo ballerino di una compagnia continua a soffocarlo. Nel 2015, quindi, decide di allontanarsi da Mosca e di dare il suo personale addio alla danza, registrando un video con una famoso fotografo.

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Sergei è tormentato. Non sa cosa fare: se continuare a danzare o meno. Erra come una calamita per quel campo magnetico che è la vita, imperniata di mille attrazioni a suoi occhi, che però finiscono per metterlo in crisi. Continua così a fare uso di droghe e antidepressivi molto forti, incorrendo finanche nell’autolesionismo, tutt’oggi testimoniato dalle cicatrici sul suo corpo. Corpo che è ormai diventato la tela di un pittore – pieno di tatuaggi: «I tattoo per me rappresentano la libertà, mi tatuo quando mi sento giù, quando sono triste. Un tatuaggio ti fa sentire vivo, ti dà un’adrenalina unica. Non ho mai voluto essere un esempio per gli altri…Amo l’imperfezione che circonda il mondo», racconta in un’intervista.

Dacché, sugli addominali scolpiti si vede il Kolovrat, simbolo pagano di luce ed energia; sotto le cicatrici campeggia la frase «Forgive me tiger», come richiamo del ruolo del guerriero che interpretò nella Bayadere; mentre sulla spalla sinistra il ritratto del suo mentore Igor Zelensky. E ancora molti altri, come il nome della ballerina Natalia Osipova tatuato sulla mano. Che, oltre ad essere compagna nella vita di Poluin, lo accompagna anche professionalmente. In una recente intervista, infatti, Sergei, riguardo alle affinità fra i due, racconta: «In realtà siamo molto diversi. Ma lei mi conosce bene, sa consigliarmi e aiutarmi, ha capito cosa voglio, come danzatore e come persona, e io la ascolto molto. In scena, certo, c’è un sentimento speciale, extra, come accade con i danzatori ai quali si tiene particolarmente. Danzare insieme è meraviglioso».

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Danzare? Esatto. Sergei, nonostante la crisi del 2015, alla fine ha scelto di non abbandonare la danza, grazie sopratutto all’incontro con il celebre fotografo David LaChapelle, che l’ha voluto immortalare sulle note di Take me to church: video che ha contato oltre 22 milioni di visualizzazione sul web e che ha riconosciuto Polunin come icon pop (rimando, per chi volesse, al link del video su youtube). Com’è capitato? «Non so, è nata così: a volte si incontrano persone che diventano molto importanti nella nostra vita. Attraverso di lui ho visto da vicino cosa significhi essere un artista, e cerco semplicemente di guardare come fa. Ha doti naturali rarissime, per esempio concepisce un’idea al secondo: penso sia un genio. Sono stato molto fortunato a lavorare con lui, e felice di essere veicolo del suo messaggio, che da uomo puro qual è, è sempre positivo. Così colgo ogni opportunità che ho di lavorare con lui» – racconta Polunin. Inoltre – il ballerino – in un’intervista per la promozione di “Dancer” rivela come subito dopo la registrazione del video abbia pianto a lungo, e di come, nei giorni seguenti, vedendo i tanti video di bambini che provano a ballare sulle note della stessa canzone, la voglia di danzare, e di essere un ballerino l’abbia riconquistato violentemente. D’altronde, le sue parole a riguardo sono molte chiare: «Quando non ballo, il mio corpo soffre».

Così, nei tre mesi seguenti, Sergei ha danzato in giro per l’Europa senza volere alcun compenso, solamente per amore della danza. Ed oggi è uno dei ballerini freelancer più ospitati nei teatri di tutto il mondo, mentre porta avanti il suo “Project Polunin”, che ha l’obiettivo di raggiungere nuove frontiere della danza contemporanea, esplorandone gli ambiti diversi con artisti di varie discipline.

Senza dubbio, una delle scene più toccanti del film, è rappresentata dall’istante in cui Sergei torna nel suo paese e vede ragazzi e ragazze ballare nella scuola di danza dove il suo sogni ha avuto un inizio. Uno spaccato delicato e silenzioso della sua infanzia, che lo riporta al suo primo grande amore, ossia il balletto classico, che ancor oggi è sempre al centro di tutti i suoi progetti. Ma ancora – questa scena – combacia perfettamente con una deliziosa osservazione che lo stesso Polunin fa in un’anteprima del film. Sergei dice «Tutti noi danziamo. Quando siamo piccoli, prima di camminare, si danza».

Forse, allora, Nietzsche e Sergei dicono la stessa cosa. Vogliono solo sentirsi liberi di danzare.

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