L’anima neoclassica del tubino

Essenziale, raffinato e pieno di grazia: nessun capo riflette queste qualità più del tubino. Grandioso nella sua semplicità, esso racchiude l’essenza più pura della femminilità, in grado di ammaliare, sedurre e provocare. E il suo successo, da oltre un secolo, ne è la prova. In effetti, nel mondo della moda, non vi è tavola della legge che sancisca l’imperitura affermazione di un vestito o casa di moda: eppure, ci sono determinati abiti che, in un modo o nell’altro, sono destinati alla gloria eterna e, nonostante tutte le possibili riproposizioni delle Maison, alla unanime approvazione, perché possiedono una connaturata espressività e vitalità, in grado di difenderli anche dalle più improbabili fantasie degli stilisti. Tra questi, il tubino ha sicuramente un posto d’onore.

Nato dallo straordinario ingegno di Coco Chanel negli anni Venti, il petite robe noir (vestitino nero) conobbe il proprio periodo di splendore quando Audrey Hepburn ne indossò un pregiato esemplare, firmato Givenchy, nel celebre film Colazione da Tiffany, consacrando il tubino a sinonimo di “nobile semplicità e quieta grandezza”. Chi non ricorda la grande collezione Mondrian di Yves Saint Laurent del 1965, che comprendeva sei classici tubini in Sixties che riprendevano grafiche e tinte del pittore olandese. Gli anni Novanta hanno, invece, inaugurato l’era del tubino sopra il ginocchio, aderente e sensuale: emblema assoluto fu il famoso revenge dress (vestito della vendetta) indossato nel 1994 dalla Principessa del Galles, Lady D, e firmato Christina Stambolian, con uno spacco laterale, ampio scollo a barca e braccia e gamba scoperte. Un abito talmente sensuale da essere senza tempo.

Le proposte per questo autunno-inverno

Espressione di classe e buongusto, oggi il tubino è considerato un elemento di stile imprescindibile e viene proposto nelle più svariate combinazioni. Si considerino le sfilate della Paris Fashion Week con le proposte per questo autunno-inverno: Loewe ha presentato tubini con palloncini gonfiati come reggiseni e nodi saltellanti a simboleggiare i capezzoli; Dior di Maria Grazia Chiuri ha optato per il classico tubino grigio, arricchito da guanti protettivi da motociclista e tacchi con cinturini tecnici anti-torsione alla caviglia. Sicuramente si tratta di due modi diversi di concepire lo stile sobrio e minimalista, proprio del tubino fin dalla sua nascita, ma questo ci testimonia che, nonostante tutte le trasformazioni che possa subire questo capo, esso ha la forza di attenuare l’impatto, a volte violento, di tali stravolgimenti, rimanendo intriso di un’armonia e di una leggiadria senza fine. Il tubino è capace di equilibrare ogni tipo di eccesso, anche il più estremo: è questa la sua potenza. Eleganza e provocazione si sommano in lui con grande equilibrio. Off White, nella collezione autunno inverno 2022-2023, ci ha proposto un tubino, audace e seducente, indossato da Kendall Jenner, senza spalline e ricoperto di paillettes e accompagnato da guanti lunghi fin sopra il gomito; oppure Nicola Brognano per Blumarine ha ideato un voluttuoso tubino in vinilico con arricciature e una grande rosa in 3D sul seno e autoreggenti lisce.

Le proposte per la prossima primavera-estate

A un mese esatto dalla conclusione del fashion month SS23, tanti sono i defilé che meritano di essere ricordati. Anche quest’anno, tra interessanti sperimentazioni e intriganti innovazioni, ci sono state riuscite declinazioni del little black dress, che vedremo nelle vetrine la prossima primavera-estate: New York, Londra, Parigi e Milano hanno visto trionfare la geniale creazione di Madame Chanel, dimostrando, ancora una volta, la sua anima versatile e trasversale, che si adatta a ogni tipo di contesto. Allo show di Balenciaga, realizzato in una voragine di fango maleodorante, come creata da una bomba di guerra o simile ad una trincea, Demna Gvasalia (direttore creativo del brand) ha voluto puntare l’attenzione proprio sulla guerra nell’Est Europa, con modelli e modelle dai volti tumefatti, felpe schizzate di fango, scarponi immerse nella melma, giubbotti voluminosissimi come quelli antiproiettile. Un susseguirsi di abiti ricolmi di aggressività e di materialità che ha trovato la sua pace in tre lunghi vestiti, modello tubino, elegantissimi e ricchi di luce: un sentimento positivo, alla fine, ha prevalso. Come la pace dopo la guerra. O almeno lo speriamo tutti.

Nicolas Ghesquière per Louis Vuitton ha puntato l’attenzione sui singoli dettagli, iperbolicamente ingigantiti fino al surreale: zip, bottoni, fibbie, fiocchi e cinture, come attraverso il filtro di una lente di ingrandimento, hanno subito uno zoom in primo piano, andando a costituire abiti, di fatto sproporzionati al limite del favolistico. Tubini chiusi da zip giganti, quasi che la zip stessa fosse l’abito, hanno trovato una particolare centralità all’interno della collezione, a confermare quanto importante sia prendersi cura dei dettagli per destare la giusta attenzione. Perché, molto spesso, è un anello di Tiffany a far cadere una lacrima, e non c’è emozione più bella. Jeremy Scott, ormai da quasi dieci anni alla guida artistica di Moschino, ha confermato l’anima giocosa e, quasi, circense della Maison: gonfiabili da spiaggia a forma di cigni e fenicotteri sono diventati orli di gonne e tubini, cinti sulla vita da cinture-salvagente, mentre i materassini si sono rivelati ottimi strascichi e mantelli. Abiti per “rimanere a galla” di fronte alla crisi del mondo attuale, per non affogare nel grigiore dei nostri tempi. Questo, un tema molto caro a Fausto Puglisi che, nelle sue splendide creazioni per Roberto Cavalli, ha voluto coniugare lo stile eccentrico del brand con lo charme aureo della Hollywood anni Cinquanta: un ritorno alla golden-age del cinema, dove tutto era incredibilmente glamour. Questo match ha dato alla luce grandiosi tubini riccamente decorati: basti pensare a quello che ha dato avvio allo show, in un bianco damascato con applicazione gioiello, a forma di ananas, sulla scollatura; oppure all’esemplare, in versione mini, con foglie di vite gioiello sul seno e ricami che lo ricoprono nella sua quasi interezza, in armonia cromatica sui toni del verde; oppure ai due fastosi mini-tubini, in una opulenza di decorazioni, che, sull’uno ricreano un fusto di palma con le foglie che prendono vita sul petto, mentre sull’altro producono l’immagine di un ananas, quasi effetto uovo Fabergé. A volte le parole non servono, perché la meraviglia merita contemplazione.

In ogni caso, accanto a queste singolari variazioni, le versioni più classiche del tubino hanno spopolato questo settembre: Missoni ci ha consegnato tubini dalla linea semplice e dritta con fantasie color pastello; Nadège Vanhee-Cybulski per Hermès ha puntato sulla semplicità, emblema del brand francese, per creare esemplari o dai toni cromatici desertici o in pelle nera traforata. Infine, Alessandro Dell’Acqua per N°21, in una elegante austerity, ha presentato un classicissimo tubino nero fino al ginocchio, illuminato da vivaci giochi di paillettes, e un tubino leggero in nuance nude con applicazioni floreali ricamate.

Nonostante le varie riproposizioni, il tubino rimane un capo dalla timeless beauty, e questo è confermato dal fatto che, da ormai un secolo, riesce a conquistarsi l’approvazione del pubblico femminile. Esso, anche nelle sue varianti, nasconde una intrinseca potenza comunicativa: simbolo della donna forte, dinamica e intraprendente, ma che non rinuncia al proprio aspetto, il petite robe noire ha saputo travalicare gli anni e affrontare tutti i nuovi trend, riuscendo, in ogni caso, a mantenere la sua grazia tutta neoclassica.

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