Era stato la mafia? #4 – La sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia

Quasi un anno fa – nell’estate del 2017 – “Inchiostro”, con la rubrica “Era Stato la mafia?”, ha voluto ripercorrere, tra certezze e supposizioni, quella che, nel gergo giornalistico, va sotto il nome di “Trattativa stato-mafia” (Si rimanda, per chi volesse, ai link dei tre articoli della rubrica: Era stato la mafia? #1; Era Stato la mafia? #2; Era Stato la mafia? #3) . Ci sembra quindi doveroso – per cercare di chiudere un primo cerchio sulla vicenda – farvi sapere quello che è successo lo scorso 20 aprile 2018 in un’aula della Corte d’Assise di Palermo. Che il PM titolare dell’indagine Nino Di Matteo (nella foto di copertina) ha definito

«un accertamento giudiziario che può anche essere un punto di partenza per ulteriori indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di Cosa nostra».

Invero, la procura di Firenze ha di recente iscritto nel registro degli indagati i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri per concorso nelle stragi del 1993, nonché anche quella di Caltanissetta, competente territorialmente per la strage di Capaci, medita di fare lo stesso.

Sicché, il giudice Alfredo Montalto – a nome della giuria suddivisa fra giudici togati e giudici popolari (e in quello del popolo italiano) -, dopo cinque giorni di Camera di Consiglio, dopo cinque anni di processo e illustri testimonianze – come quella del presidente emerito Giorgio Napolitano -, ha letto una sentenza quantomai storica (qui il link del video della lettura)- si aspettano le motivazioni.

La sentenza di primo grado della Corte del Tribunale di Palermo non riguarda l’intera vicenda, ma focalizza la sua attenzione esclusivamente sui cosiddetti anni delle stragi – dall’omicidio Lima nel ’92 all’attentato fallito al giornalista Maurizio Costanzo nella primavera del ’93 -, ma ha comunque una rilevanza dirimente nel contesto generale degli eventi. Secondo l’accusa, infatti, politici e carabinieri, trattando con la mafia, avrebbero promesso un’attenuazione del carcere duro e della lotta alla mafia stessa, in cambio della fine dell’azione stragista.

Come è noto, anche per i non “addetti ai lavori”, il reato di “trattativa” in Italia non esiste: ciò vuol dire che chiunque – uomo dello Stato o meno – può trattare con i criminali se non incorre in qualche reato. Solo a quel punto possono intervenire gli inquirenti (già da questo si evince la difficoltà nell’accertamento di fatti come quelli di cui si è occupato il processo). D’altronde esempi di “dialogo” tra Stato e terroristi nella nostra storia repubblicana sono – per la maggior parte – alla luce del sole: il leader del PSI Craxi e le Br durante il sequestro Moro, o, per citarne un’altra, la trattativa con i terroristi palestinesi negli anni ’60-’70.

Tuttavia, la giuria di Palermo – in parte composta da giudici togati, in altra da giudici popolari -, con questa sentenza, ha ribaltato la questione, che è già da tempo sovvertita finanche dall’opinione pubblica. Per questo motivi sono stati accolti i capi d’accusa dei pubblici ministeri. Tre importanti figure dello Stato di allora, ossia i due ex comandanti dei ROS Mario Mori e Antonio Subranni, e l’ex colonnello Giuseppe De Donno, sono state condannate in quanto colpevoli del reato di violenza (o minaccia) a corpo politico/giudiziario/amministrativo dello stato (12 anni ai vertici del ROS; 8 a De Donno). Stessa sorte per il fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri; per il boss mafioso Leoluca Bagarella (già in carcere dal 1995) e per il super-testimone Massimo Ciancimino (figlio dell’ex sindaco di Palermo, anch’egli condannato per associazione mafiosa). Mentre l’ex Ministro degli Interni (ed ex Presidente del Senato) Nicola Mancino è stato assolto dall’accusa di falsa testimonianza.

Come sottolineato dalle parole del pm Nino Di Matteo in apertura, questa sentenza, però, è solo una delle piccole tessere dell’intero puzzle, che è ancora estremamente amplio e complesso. Ciononostante la data del 20 aprile 2018 rappresenta uno snodo cruciale (seppure ancor provvisorio, essendo solamente una sentenza di primo grado) in quella che è la volontà di accertare i rapporti tra Stato e mafia tra il 1992 e il 1993. Di sicuro la sentenza in questione è molto chiara su un punto: questi rapporti ci sono stati.

Nelle prossime settimane le motivazioni ci diranno come e in che termini. Ma per la verità, c’è ancora tanto da fare. E da aspettare. Basta, ancora una volta, rifarsi alle parole del pm della direzione nazionale antimafia:

«I carabinieri non hanno agito da soli. Non abbiamo avuto prove concrete per agire nei confronti dei livelli più alti. Noi riteniamo che i carabinieri siano stati incoraggiati a fare una trattativa. Ho sempre sperato che quei carabinieri avrebbero dato un contributo ulteriore di conoscenza. Il fatto che siano stati condannati solo i carabinieri non significa che il livello politica non fosse a conoscenza o fosse il mandante. Ci vorrebbe un pentito di Stato, qualcuno che appartiene alle istituzioni che faccia chiarezza».

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