SIMONE MASSI E CORSO SALANI – TRA ANIMAZIONE E REALTÀ

di Silvia Piccone

È attraverso un viaggio eccentrico in sé, tra animazione e realtà, che si è concluso l’ultimo appuntamento della rassegna cinematografica del Festival dei Diritti di Pavia.

La prima tappa della serata ha visto andare in scena una favolosa tetralogia d’animazione nata dalla mano felice del marchigiano Simone Massi, stimato artista indipendente, autore e disegnatore dei quattro gioiellini in questione: “Io so chi sono”, “La memoria dei cani”, “Nuvole, mani” e “Dell’ammazzare il maiale”.

Internazionalmente riconosciuto, il suo tratto delicatamente marcato, porta sullo schermo il silenzioso mondo dell’artista, in cui desolate colline, animali ed assorti personaggi si fondono poeticamente nel dinamico bianco e nero dell’immagine, rotto, solo raramente, da graffi sanguigni che sanno di efferatezza.

Ogni scena nasce dalla precedente e si ricrea nella successiva come in un gioco speciale di matrioske narrative dalle storie crudeli, descritte anche da suoni, voci e rumori tanto violenti quanto reali.

Assomigliano a pensieri fugaci ed irrisolti i piccoli film animati di Simone Massi che, nonostante l’atmosfera cupa degli sguardi torvi od innocenti, non perdono leggerezza, attraverso l’intimità di figure taciturne confuse nel brusio di un paradiso ormai lontano.

Una leggerezza che è stato facile ritrovare anche nella regia autentica di Corso Salani nell’indimenticato “Gli occhi stanchi”, il finto documentario che ha conferito al regista, già attore conosciuto, una popolarità del tutto nuova. E si parla di viaggio vero e proprio in questo caso, quello di una troupe cinematografica e di una donna, diretti verso est, per ritrovare le radici di lei, prostituta “dagli occhi stanchi” provata dalla vita e dalla violenza, che decide di tornare a casa mentre si racconta e si confessa davanti alla macchina da presa.

Una luce spietata rende la finzione di Salani più reale del reale, così da sembrare a tratti anti-cinematografica o stridente alla vista, ed evidenzia senza tregua un viso, quello della giovane Ewa, solcato dai dispiaceri ma sempre dignitoso e proiettato verso la speranza di un idilliaco ritorno alle origini.

Radici abbandonate, ritrovate o mai perdute: questo il filo di Arianna che trasforma l’iniziale smarrimento di fronte a poetiche tanto dissimili, in fortunata e straniante avventura visiva che immediatamente rende positivamente paragonabili due anime artistiche così “indipendentemente” fuori dagli schemi.

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