Roberto Saviano a Pavia

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di Erica Gazzoldi

“Non permettiamo, uomini, che le nostre terre diventino luoghi di camorra, diventino un’unica grande Gomorra da distruggere!” Così comincia l’arringa, mai pronunciata, composta per il funerale di don Peppino Diana, assassinato nel 1994 per conto del boss casalese Nunzio De Falco ” ‘O Lupo”. Da qui il titolo Gomorra, che Roberto Saviano ha dato alla sua prima opera. Sull’onda del proprio impegno informativo, l’autore ha tenuto una conferenza anche presso l’ateneo pavese, il 4 ottobre 2010. L’evento era organizzato dal Coordinamento per il diritto allo studio – UDU, nel quadro del ciclo Mafie 2010, con la collaborazione della facoltà di Giurisprudenza.

L’introduzione alla conferenza ha preso le mosse proprio dal titolo dell’opera di Saviano, efficace metafora biblica (cfr. Genesi 18, 20 e 19, 23-28). Altrettanto significativo è il sottotitolo: Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra. Quest’ultimo termine compare nell’art. 416bis del Codice Penale, ben distinto da quello di “mafia”. Roberto Saviano ha però sottolineato come “camorra” sia un tecnicismo non impiegato da chi vive in questa realtà. Più appropriato sarebbe “sistema”, ossia “stato di cose” percepito come “normale”. L’autore ha proseguito nella sua analisi di questo universo, compresi gli aspetti talora snobbati o ritenuti folkloristici, come i soprannomi tipici dei boss (Sandokan, ‘O Lupo, Lovigino…): apparentemente buffi o assurdi, in realtà precisi identificatori che, addirittura, amplificano l’importanza del personaggio. Proprio la figura del boss è stata oggetto di tratteggio. Si tratta di un personaggio non necessariamente colto, ma dotato di capacità organizzative, militari (esecuzione di omicidi) ed economiche. Il boss affida il reinvestimento del proprio denaro a terze persone, il che rende difficoltoso rintracciare questi soldi in caso di pentimento in carcere.

Un’altra figura delineata da Saviano è quella del “professionista dell’antimafia”: definizione già usata come spregiativo, è stata recuperata dall’autore come motivo di orgoglio. “Chi racconta non diffama il Paese” ha aggiunto. Piuttosto, far emergere il problema serve a preparare gli anticorpi per combatterlo. Inevitabile il cenno alle infiltrazioni della ‘ndrangheta a Pavia.

Saviano ha magistralmente ritratto la mentalità camorristica, caratterizzata dalla fermezza nel pagare per le proprie azioni, dall’orgoglio per la consapevolezza di ciò e dalla tensione quasi ascetica verso guadagni sempre più metafisici. Un confronto possibile è quello con il capitalista di Max Weber.

In questo quadro è compresa anche la peculiare religiosità camorristica, fonte di coesione per il clan e vissuta come assunzione consapevole del dolore comportato dal potere. Proprio a colpire questo ruolo della religione puntò il coraggio di don Peppino Diana: egli condannò la venerazione della Madonna della Camorra e rifiutò ai membri dei clan i sacramenti che essi usualmente strumentalizzavano per affiliazioni e rafforzamenti, come cresima e matrimonio. Il gelo che circondò l’assassinio di don Peppino è un esempio del meccanismo messo in atto dalla camorra per evitare che le vittime divengano martiri e simboli: la diffamazione degli assassinati, la delegittimazione del loro messaggio attraverso la calunnia. Saviano ha sottolineato come tali mezzi siano efficaci in Italia, presso un pubblico facilmente trascinabile dai pregiudizi e dal gossip.

Immancabile è stata una dissertazione sull’economia camorristica, cuore e ragione d’esistere del “Sistema”. Gomorra si apre con il traffico dei defunti cinesi, i cui documenti sono ceduti a nuovi immigrati clandestini. Vi sono, poi, il racket dell’edilizia e la distribuzione del latte (emblematici i casi Cirio e Parmalat). I prodotti messi in circolazione dalla camorra sono competitivi per via degli sconti concessi ai commercianti che se ne riforniscono. In più, ai dettaglianti sono offerti magazzini, carburante e servizi di trasporto, in cambio di tangenti. Questi investimenti portano a crisi di liquidità; le organizzazioni criminali, perciò, attingono denaro da traffici illegali, come quello della droga. Altra fonte sono gli appalti pubblici, ad esempio per lo smaltimento dei rifiuti (il caso di Napoli è tristemente noto). Ingenti sono, poi, le attività di ristorazione gestite da organizzazioni criminali. Sono prediletti i locali per V.I.P., che offrono occasioni di conoscenze e ricatti. In questi casi, gli interventi giudiziari e di polizia sono difficoltosi per la lunghezza dei processi, il bisogno di prove ed il malcontento del personale che perde il lavoro.

L’analisi puntuale ed appassionata di Roberto Saviano, sebbene si addentrasse in questi dettagli tecnici, ha avvinto il folto pubblico, composto soprattutto da studenti universitari. A loro è andato l’apprezzamento dell’autore; egli ha così motivato l’importanza data a questa conferenza pavese: le università danno la possibilità di incontrare altri giovani, persone che studiano il mondo e, forse, lo cambieranno.

Un pensiero riguardo “Roberto Saviano a Pavia

  • Ottobre 25, 2010 in 10:04 pm
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    Saviano è una figura che vorrò ascoltare live prima o poi pure io. Anche se non so se da qui a 5 anni ci sarà ancora un’Italia unita, capire ora il sud grazie a lui e ad altri personaggi che combattono questo male (comunque già insediato al nord) può aiutarci a ripristinare un minimo di senso di stato che va aldilà dell’appartenenza ad una comunità, ad una cosca ecc. in una zona che ha ancora tantissimo potenziale.

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