Robert Mapplethorpe: dissacrante, onirico, maledetto

Poche decadi possono vantare un’influenza così decisiva sull’immaginario comune divenendo così incendiarie come gli anni Sessanta, che a livello globale hanno rappresentato un calderone prolifico di rivoluzioni, proteste, movimenti culturali: la battaglia condivisa per il riconoscimento di diritti umani ha inizio proprio qui, non a caso. Mentre nel 1961 i sovietici iniziano ad ergere il muro di Berlino e le proteste studentesche impazzano per tutta l’Europa (sfociando poi nella grande onda del ’68 ed al preludio degli anni di piombo), negli Stati Uniti Kennedy viene eletto Presidente e Martin Luther King marcia su Washington. La rivoluzione rappresenta un dato di realtà, mentre la guerra in Vietnam per contrappasso fa nascere il movimento hippie, Jimi Hendrix e i figli dei fiori. In questo fermento frenetico e furioso, la città di New York è una pentola a pressione che cova, nel suo grande bacino, una serie impressionante di stimoli intellettuali e sperimentazioni artistiche.

In questo contesto si trova Robert Mapplethorpe, giovane ragazzo nato e cresciuto a Long Island, di educazione prepotentemente cattolica, a metà degli anni Sessanta. Fuggito dalla propria dimora in cerca di fortuna, come molti in quegli anni, Mapplethorpe inizia la sua ricerca artistica, sulla strada per divenire uno dei più incisivi fotografi del panorama contemporaneo. La Grande Mela gli offre le chances di sperimentare: saranno i suoi numerosi incontri, gli studi iniziati al Pratt di Broklyn, interrotti e poi ripresi, che offriranno al fotografo la possibilità di sperimentare e sperimentarsi in contesti diversi.

New York City affascina i più, e questa fascinazione Mapplethorpe la subisce completamente: stringe amicizie con gli studenti di storia dell’arte e, complice l’incontro con le droghe, si concentra su una produzione visiva onirica. Prima i collages, poi le Polaroid, che ad oggi sono una raccolta di importanza capitale nelle tappe della sua carriera artistica. I suoi reportage in città, ricordando il più famoso New York S & M, iniziano già a sovvertire l’immaginario comune, esulando dai temi fotografici più classici e spingendosi all’insolito, al margine dell’accettabile e sfidando gli stereotipi.

Robert Mapplethorpe

Ogni raccolta fotografica dell’artista pare essere frutto di un incontro con l’altro, che lo ispira e in cui egli si riconosce. Primo fra tutti, ovviamente, quello con la poetessa del rock, Patti Smith. I due si conoscono nel 1967, entrambi giovani spiantati che cercano fortuna; le loro vite s’intrecciano così come le loro carriere, reciprocamente influenzate dal fil rouge indissolubile che continuerà a legarli sino alla prematura morte di Mapplethorpe nel 1989 a causa dell’AIDS. La loro relazione, dapprima sentimentale, si muove spesso tra i corridoi del Chelsea Hotel, storico albergo newyorkese che ha ospitato artisti di ogni genere negli anni Sessanta: da Janis Joplin a Bob Dylan, da David Bowie a Leonard Cohen, sino proprio a Robert Mapplethorpe e Patti Smith che vissero lì per diversi anni in comunione creativa.

«Tutto ciò che abbiamo sempre desiderato, tutto ciò che abbiamo sempre saputo era l’incredibile dolcezza che abbiamo tirato su dal fondo del pozzo».

L’estratto sopracitato, non a caso, è tratto dal libro memoir Just Kids, (Edizioni “Ecco”, USA, 2010) di Patti Smith. Il fondo del pozzo di cui si parla è proprio quella New York malfamata e aspra, potenzialmente spaventosa ma incredibilmente stimolante per gli intellettuali di tutto il mondo. Mapplethorpe, in questo particolare momento della sua vita, impugna per la prima volta una Rolleiflex e qui si consacra alla fotografia. Inizia il periodo dei ritratti, in cui si inseriscono numerosi e celebri autoritratti, e in cui appaiono diverse delle immagini iconiche di Patti Smith: la copertina di Horses, suo album di debutto del 1975, è firmata proprio dal giovane fotografo.

Robert Mapplethorpe

L’impegno di Mapplethorpe è in questo momento sulla via di non ritorno: egli utilizza il suo corpo come una tela per mettere in mostra elementi irriverenti per l’immaginario pudico dell’epoca. Il corpo diviene sacro, definizione da tenere lontana però dal senso cristologico: il corpo è, per Robert Mapplethorpe, uno strumento di sperimentazione e di scoperta. Nel corpo e col corpo avvengono fenomeni imprevedibili e cambiamenti necessari: tra questi la sessualità, esaltata come componente imprescindibile dell’identità dell’individuo. L’erotismo, le pratiche sessuali più sovversive come il BDSM, il gioco di ruolo, divengono temi di ricerca estremamente importanti: tramite questa libertà tematica, Mapplethorpe si libera anche delle catene sociali del suo tempo, esprimendo la sua vera identità sessuale e artistica.

Robert Mapplethorpe

 Questo tipo di indagine non ha solamente a che fare con gli scatti espliciti da un punto di vista erotico-sessuale, ma parte anche dalla rappresentazione di elementi che di per sé espliciti non sono: i fiori, per esempio. I fiori di Mapplethorpe, che si rifanno chiaramente al corpo maschile, diventandone metafora anatomica, vengono esaltati con chiaro-scuri, linee curve, pose richiamanti la forma umana. Il valore di questi scatti segna completamente la fotografia di fine Novecento, che si consacra ad una nuova forma espressiva: diviene davvero evocativa, finalmente sfacciata e trova il coraggio di mostrare anche e soprattutto ciò che è quotidianamente celato. Portfolio X, sua serie che raccoglie proprio tutti questi scatti e che vede la luce a metà degli anni Settanta, sovversione efficace, non approda per caso in una serie di scatti creata appositamente per una raccolta di versi sui poeti maledetti, dalla cui aura anche Robert Mapplethorpe, come un moderno Rimbaud sacro e dissacrante allo stesso momento, è circondato.

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