Recensione – Servo di scena

di Valeria Sforzini

“Lo spettacolo deve continuare”… Prima però dovrebbe incominciare! Cosa succede se la punta di lancia di una compagnia teatrale scalcagnata viene ricoverata il giorno prima di uno spettacolo e riesce a malapena a reggersi in piedi? Il mostro sacro collezionista di successi, vanaglorioso e innamorato di se stesso, ma che ora si accontenta di una misera manciata di applausi, porta alla luce con la sua infermità i rapporti che si celano tra gli esseri umani sul palco e dietro le quinte della vita. Ronald Harwood genera un grande esempio di metateatro: gli interpreti dimostrano di essere tanto in difficoltà sulla scena quanto impeccabili impostori nella quotidianità.

C’è chi, memore degli allori passati, non riesce ad accettare la fine della propria carriera e prosegue senza fermarsi nonostante l’implacabile scorrere del tempo, senza curarsi di quello che sacrifica nel percorso, e chi invece aspetta invano di potersi sistemare, di godere finalmente di quella pace quasi impossibile da trovare nella vita itinerante dell’attore. A capo di tutto è sir Ronald, un re Lear adulato, coccolato e vezzeggiato, sostenuto in ogni contesto dal fedele Norman, accanto al grande maestro da ormai sedici anni e sua unica ancora di salvezza. La fedeltà cela in realtà la ricerca di un riconoscimento personale, un agognato passaggio di testimone, ma fallisce nel suo obiettivo: la fredda vanità non riconosce altri che se stessa, e il servile Norman non riuscirà a trovare spazio nemmeno tra le dediche delle abbozzate memorie del suo sir. La crudeltà, a dispetto di quello che ci si aspetterebbe da una commedia, è il piatto forte dello spettacolo, condita con la giusta dose di comicità e un pizzico di amarezza. Il finale tragico non spiazza, la lenta agonia del protagonista si trascina per tutto lo spettacolo, interrotta da punte di vigore che emergono in momenti di lucidità, momenti che non lasciano dubbi sulla vera natura di sir Ronald, nei quali coloro che lo circondano dovranno inscenare un copione che portano avanti a tratti da ormai molto tempo sullo sfondo di un passato fastoso che non tornerà più.
La tragicommedia mostra come l’avvicinarsi alla fine porti necessariamente con sé la necessità di tirare le fila della propria vita e metta faccia a faccia con tutti gli errori passati, una resa dei conti che però il protagonista non coglie, inebetito e ovattato dal proprio narcisismo. Nessuno dei personaggi, messo di fronte a una chance di redenzione, riesce in realtà a coglierla e prosegue per la sua strada fatta di egoismo e finzione.

Franco Branciaroli impersona un sir Ronald al tramonto, incapace di reggersi sulle proprie gambe, isolato in un mondo tutto suo, ma ancora capace di far emergere il proprio talento recitativo e ancora energicamente vorace di encomi. Tommaso Cardarelli è invece uno scoppiettante Norman, instancabile vena comica, scottato però dal cocente dolore della delusione. Il teatro diventa chiave interpretativa della realtà e unico mezzo per lasciare sfogare quella voglia soffocante di una vita diversa e migliore.

Un pensiero riguardo “Recensione – Servo di scena

  • Marzo 31, 2014 in 2:24 pm
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    Notevole anche che sir Ronald sia l’interprete di RE LEAR… Un ottimo rimando letterario, in questo caso. 😉

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