Recensione – Kiki consegne a domicilio

di Silvia Piccone

Esce nelle sale italiane solo quest’anno e lo sente tutto il quasi quarto di secolo che Kiki consegne a domicilio cela dietro al suo aspetto all’apparenza fresco e sbarazzino – in realtà ad oggi un po’ datato e fuori tempo. A fronte del nuovo (e discutibile) doppiaggio italiano che non ci è dato di sapere se abbia attutito o meno qualche aspetto della trama – ché solitamente l’animazione che ci perviene dall’oriente, pur non essendo spesso per bambini, in Italia viene considerata tale e quindi censurata – la storia è ingenuamente simpatica, semplice e letteralmente fantastica.

Kiki è una piccola strega e per tradizione, compiuto il tredicesimo anno d’età, deve allontanarsi da casa e svolgere il noviziato che le donerà pieni poteri. Da questo incipit parte la sua avventura alla volta di una città nuova e sconosciuta insieme a un gatto nero, ovvio compagno di viaggio e amico fedele. Ed è proprio il gattino Jiji uno dei migliori personaggi del film, doppiato da Ilaria Stagni, leggendaria prima voce di Bart Simpson: contagia pubblico adulto e non con la sua simpatia stilizzata ed espressiva. Un personaggio su cui si sarebbe potuto contare per il divertimento generale dell’opera, senonché a metà film venga praticamente abbandonato per essere reintrodotto frettolosamente solo in fase d’epilogo durante i titoli di coda.

Prodotto dallo Studio Ghibli, Kiki consegne a domicilio è la nona regia d’animazione di Hayao Miyazaki e, ad osservarlo a posteriori, si può certamente constatare una certa immaturità stilistica che solo più tardi il geniale regista avrebbe affinato con capolavori indiscussi quali La principessa Mononoke o i più recenti La città incantata e Il castello errante di Howl. Mancano la finezza dei disegni dettagliati e dei particolari perfetti, la poesia dei personaggi e dei loro dialoghi mai scontati e profondi, nonché le nobili tematiche di Miyazaki che hanno contraddistinto un’intera carriera cinematografica dedita all’ecologia, al rispetto per la natura e al conflittuale e misterioso rapporto tra uomo e terra.
La misteriosa città in cui si trasferisce Kiki, non meglio geograficamente collocata, è un’altra mancanza del film: a detta del regista stesso, per disegnarla, si è fatto riferimento a diverse città (per lo più europee quali Lisbona, Parigi, Milano) che nonostante la loro singolare magia non sono riuscite a conferire il giusto carattere alla nuova location,  facendole perdere dunque l’occasione di diventare la vera co-protagonista d’eccezione.
Ammirevole, per contro, il tema di fondo del film che in qualche modo strizza l’occhio alla tanto e sempre attuale questione calda riguardante l’emancipazione femminile. Vestita di fantasia si tocca infatti una tematica effettivamente poco trattata dall’animazione in generale e perfettamente aderente alla poetica del regista stesso, sempre attento a trattare argomenti delicati o non frequentati con un’incommensurabile sensibilità. Protagoniste assolute dunque sono le donne: fuori casa, indipendenti e autosufficienti, pronte a cavarsela in un mondo che sembra quasi solo dedicato a esse, con pochissimi uomini per di più relegati in secondo piano. Fosse anche l’unico, è un buonissimo motivo per andarlo a vedere.

Un pensiero riguardo “Recensione – Kiki consegne a domicilio

  • Aprile 29, 2013 in 9:22 pm
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    Sono contento che si parli di questo meraviglioso film su queste pagine, anche se non sono d’accordo con i contenuti della recensione. Provo a fare una critica punto per punto.

    «L’animazione che ci perviene dall’oriente, pur non essendo spesso per bambini, in Italia viene considerata tale e quindi censurata.»

    Ma questo film è un film per ragazzini. Anzi, per ragazzine tredicenni, esattamente come è una ragazzina tredicenne la protagonista.

    «Un personaggio su cui si sarebbe potuto contare per il divertimento generale dell’opera, senonché a metà film venga praticamente abbandonato per essere reintrodotto frettolosamente solo in fase d’epilogo durante i titoli di coda.»

    Il ruolo di Jiji è viceversa fondamentale, e non quale comprimario. Non è casuale quello che viene definito “abbandono”. E anche la sua “reintroduzione” sottende un forte contenuto.

    «Mancano la finezza dei disegni dettagliati e dei particolari perfetti, la poesia dei personaggi e dei loro dialoghi mai scontati e profondi, nonché le nobili tematiche di Miyazaki che hanno contraddistinto un’intera carriera cinematografica dedita all’ecologia, al rispetto per la natura e al conflittuale e misterioso rapporto tra uomo e terra.»

    Questo non mi sembra semplicemente vero. I fondali sono bellissimi, e anche molto dettagliati. L’animazione (tutta tradizionale, vale la pena ricordarlo) è fluida. I personaggi: un pregio, io credo, del film è proprio l’essere davvero “animato”, ossia, ogni personaggio ha – a mio parere – un’anima umana propria, anche le comparse, tutta la città ha insomma un’anima. Per quanto riguarda i contenuti, be’, ecologia e natura qui non sono centrali. È semmai centrale la tematica della formazione: sotto tale luce andrebbe letto anche il ruolo del gatto nero Jiji. Inoltre, bisognerebbe anche cogliere la profonda – e bellissima – riflessione sui talenti artistici e creativi. Ah, tra parentesi: la pittrice e la streghetta sono doppiate – sia nella versione giapponese che in quella italiana, diversamente dallo scempio dell’edizione Disney statunitense – dalla stessa attrice. Neppure questo è casuale, direi.

    «La misteriosa città in cui si trasferisce Kiki, non meglio geograficamente collocata, è un’altra mancanza del film: a detta del regista stesso, per disegnarla, si è fatto riferimento a diverse città (per lo più europee quali Lisbona, Parigi, Milano) che nonostante la loro singolare magia non sono riuscite a conferire il giusto carattere alla nuova location, facendole perdere dunque l’occasione di diventare la vera co-protagonista d’eccezione.»

    I riferimenti dovrebbero essere piuttosto legati al nord Europa (Stoccolma). Comunque, a mio parere è vero l’opposto di quel che si dice. La città eccome ha un ruolo. Ha un’anima. Da film di formazione quale “Kiki” appunto è, è davvero centrale, dall’inizio fino alla fine.

    Non è in ogni caso vero che si tratta di un’opera “minore”, “datata” etc. come spesso si dice È invece una delle migliori e più profonde di Miyazaki Hayao, oltre che tecnicamente molto valida. Di certo non è una storia epica, però resta uno dei migliori film di formazione che abbia mai visto.

    «Ammirevole, per contro, il tema di fondo del film che in qualche modo strizza l’occhio alla tanto e sempre attuale questione calda riguardante l’emancipazione femminile.»

    Sul tema “Miyazaki e il sesso femminile” bisognerebbe forse scrivere una tesi di laurea. Comunque, sicuramente non può essere letto esclusivamente – e molto ‘occidentalmente’ – come un discorso di emancipazione. In realtà è qualcosa di diverso: è l’idea che le donne siano quelle che portano avanti il mondo, detto molto in sintesi.

    PS: per il doppiaggio posso garantire personalmente riguardo la sua bontà o comunque sicura fedeltà all’originale. Conosco chi lo ha diretto. Per ulteriori dettagli, si può leggere al seguente indirizzo:

    http://www.studioghibli.org/forum/viewtopic.php?f=21&t=3658

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