Recensione – “Hunger”

«Il miglior esordio cinematografico di sempre»

Variety

«Una lezione magistrale di regia e recitazione»
New York Times

Giornalisti, critici cinematografici, registi, attori, spettatori: facendo un giro per il web non noteremo altro che titoli di giornali, recensioni e commenti rincorrersi in un’esplosione di sbalordita ammirazione.
«Un film enorme», «un capolavoro», «rendiamo grazie a Steve McQueen», «Michael Fassbender immenso».

Stiamo parlando di Hunger, il film del 2008 che ha scioccato e conquistato il mondo intero. È così che Steve Mcqueen, regista e sceneggiatore inglese soltanto omonimo del famosissimo attore americano, si presenta a livello internazionale: raccontando la storia di Bobby Sands e delle proteste dell’IRA contro il governo britannico di Margaret Thatcher.
Siamo a cavallo tra la seconda metà degli anni Settanta e i primissimi anni Ottanta, nell’Irlanda del Nord, dove il movimento Repubblicano lotta per un’Irlanda indipendente e libera dalla presenza britannica. Nel carcere di Long Kesh i membri dell’IRA, l’organizzazione paramilitare per la riunificazione della Repubblica d’Irlanda, combattono per ottenere lo status di prigionieri politici, muovendosi giorno dopo giorno in una continua battaglia contro i secondini per far valere i propri diritti fondamentali, mentre oltre le mura del carcere l’armatura di ghiaccio della Thatcher non lascia trasparire la minima intenzione di assecondare le richieste dei prigionieri. Dalla protesta delle coperte (che consisteva nel rifiutare l’uniforme carceraria e restare nudi, potendo usare solo le coperte come vestiario) alla protesta dello sporco (durante la quale i carcerati si rifiutavano di radersi e di usare i bagni, spargendo sui muri i propri escrementi) si arrivò a uno sciopero della fame che vide come protagonisti sette membri dell’IRA ma che finì per incrinarsi e venne interrotto quando uno dei detenuti rischiò la vita. Una lotta durata quattro anni che non valse nemmeno il minimo segno di cedimento da parte della “Lady di ferro”. Fu allora che il 1° Marzo del 1981 Bobby Sands (interpretato magistralmente da Michael Fassbender) decise di dare inizio a un secondo sciopero della fame, che avrebbe differito dal primo perchè sarebbe stato portato avanti a oltranza. Trascorsi 66 giorni di digiuno, Sands morì.
Dopo di lui altri nove uomini intrapresero lo sciopero della fame e persero la vita fino a quando, sette mesi più tardi, lo sciopero venne definitivamente interrotto e il governo britannico accolse le richieste dei detenuti, ma senza il riconoscimento formale dello status di prigioniero politico. Ancora oggi, l’Irlanda unita continua a essere un sogno.

Michael Fassbender nella sua magistrale interpretazione di Bobby Sands

Un contesto doloroso e delicato, quello in cui Steve McQueen sceglie di muoversi per il proprio esordio. Una storia fatta di violenza, umiliazione, rabbia e allo stesso tempo di forza, coraggio e speranza che il regista imprime su pellicola con un realismo in bilico tra film e verità, tra recitazione e materialità, che poco e niente lascia all’immaginazione. Una scelta di regia pericolosa e azzardata, dal quale McQueen esce vincitore rivelandosi maestro del silenzio e dell’essenziale.
La pellicola è letteralmente spaccata in tre parti. Si parte con quaranta minuti di quasi completa assenza di dialoghi, durante i quali a parlare sono quegli sguardi e quelle azioni che nel loro silenzio risultano più penetranti di un grido straziato, che riempiono il cervello a tal punto da rendere superflue le parole delle quali non si sente la mancanza. Dopodiché, come una secchiata d’acqua ghiacciata in testa, si apre un piano-sequenza di altri venti minuti che capovolge la realtà a cui ci eravamo abituati. Niente più silenzio fatto di immagini: questo è il momento in cui i pensieri di Bobby Sands prendono vita, durante un lungo dialogo con padre Dominic Moran (Liam Cunningham) nel quale Bobby spiega le ragioni della propria decisione di intraprendere uno sciopero della fame a oltranza, combattendo una battaglia a quattr’occhi con la fede tra moralità ed immoralità, tra giusto e sbagliato, tra l’amore per una vita fatta di idee e quello per un’idea capace di direzionare, dominare la vita stessa. Un confronto senza interruzione, avvolto dal fumo delle sigarette e fatto di un botta e risposta continuo creato con un tale equilibrio da farci capire, nel momento in cui si esaurisce, che un’altra sola singola parola sarebbe stata di troppo e una di meno ci sarebbe mancata.
Si apre così l’ultima parte del film, quella che piomba di nuovo nel silenzio e che racconta lo sciopero della fame di Sands: non come ce lo si potrebbe aspettare da un film ma come lo si vedrebbe da dietro il vetro sottile di una finestra. Un’ultima mezz’ora di realismo straziante al punto da far stare male (non per modo di dire) che vede un Michael Fassbender dimagrito di quasi venti
chili in un’interpretazione incredibile che attanaglia lo stomaco in una morsa dalla quale è impossibile sottrarsi.

Vincitore alla Caméra d’or per la migliore opera prima del 61° Festival di Cannes, e dell’European Film Awards per la miglior rivelazione a Michael Fassbender, Hunger entra a pieni voti nella storia della più alta cinematografia mondiale. Uniti da questa prima esperienza lavorativa insieme, Steve McQueen e Fassbender si ritroveranno a collaborare ancora in Shame, seconda pellicola di successo del regista inglese e nel capolavoro 12 anni schiavo che uscirà nelle sale italiane il 20  febbraio 2014, e che si è già guadagnato una lunga serie di nomination ai Golden Globes 2014 conquistando quello per il miglior film drammatico.

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