Puoi stuprarla, se poi la sposi

Nella Turchia di Recep Erdogan, lo stupro è una questione di decoro sociale. Non di dignità personale.
Il Partito per la Giustizia e per lo Sviluppo (AKP), che gode della maggioranza in Parlamento e il cui leader è lo stesso Erdogan, ha presentato il 16 gennaio scorso una proposta di legge che, sostanzialmente, reintroduce il matrimonio riparatore. “Il matrimonio contratto tra l’autore del reato e la persona offesa estingue il reato”, recita il decreto, evitando la parola “stupro”.
Non è la prima volta che il governo turco tenta di reintrodurre questa legge (abolita, peraltro, solo nel 2005): l’ultima era stata quattro anni fa ed era stata bloccata solo dalla forza delle manifestazioni di protesta e dall’indignazione internazionale. Ma adesso Erdogan, che ha fermato il generale Haftar in Libia e schiacciato i Curdi in Siria, gode di un consenso sempre più ampio e la legge rischia di passare.

La nuova legge sul matrimonio riparatore, già ribattezzata dalle donne turche “Sposa il tuo stupratore”, specifica anche che la differenza d’età tra i due sposi non deve superare i dieci anni: nessun divieto specifico, quindi, per uno stupratore 24enne di sposare una ragazzina di 14 in un paese in cui il fenomeno delle spose bambine è ancora non solo diffuso, ma anche largamente accettato e, se questa legge passa, indirettamente legalizzato. La stessa maggioranza di governo aveva tentato di introdurre, anni fa, anche l’amnistia per gli autori di abusi su minori.
Il principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), ha dichiarato che nell’ultimo decennio oltre mezzo milione di ragazze si sarebbero sposate ad un’età inferiore a quella teoricamente ammessa dalla legge, ossia 16 anni. I casi reali sono tuttavia probabilmente molti di più, visto che la maggioranza di questi matrimoni avviene in realtà rurali di fronte ad autorità religiose locali e non viene poi registrata. Il gruppo “Fermiamo i femminicidi”, attivo a Istanbul dal 2009, quando il governo turco ha smesso di tenere dati ufficiali, si è opposto fermamente alla nuova proposta di legge, considerandola un tentativo di consolidare e proteggere una cultura di violenza di genere che in Turchia è radicata da anni.  Nel 2019 sono state assassinate almeno 474 donne, e un 38% ha dichiarato di subire o aver subito sistematiche violenze fisiche o psicologiche da parte del partner. Dal 2002 a oggi, quasi 16mila ragazze sotto i 15 anni hanno partorito in Turchia dopo aver subito abusi sessuali.

Sono tutti dati, questi, che però non bastano a portare avanti una battaglia di civiltà che le donne turche stanno già facendo nelle strade: fin dal giorno della sua presentazione in Parlamento, infatti, il decreto ha trovato un’opposizione netta e feroce. Le deputate di CHP hanno intonato la canzone femminista cilena El violador eres tù” (qui il video) in aula, costringendo il Presidente a interrompere la seduta ed eleggendola a slogan delle proteste che hanno preso il via nelle piazze delle grandi città. È stato grazie a opposizioni del genere che paesi come l’Egitto, la Tunisia, il Marocco e il Libano hanno recentemente abolito i matrimoni riparatori, mentre la Turchia di Erdogan torna indietro. D’altra parte, è stato il presidente stesso a dichiarare in un discorso pubblico nel 2014 che “non si possono mettere sullo stesso piano uomini e donne” e nel 2016 che “una donna che non fa figli perché lavora è manchevole, incompleta”.

Ma se ad Istanbul e ad Ankara si scende in strada a manifestare, nelle regioni sud-occidentali e nelle campagne, tra la maggioranza silenziosa, la reintroduzione del matrimonio riparatore incontra consensi, disinteresse o inerzia. Ed Erdogan lo sa.

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