Promemoria: L’Aquila, gli avvoltoi e la prostituzione civile

A L’Aquila, sono le ore 3:32 del 6 aprile 2009, la terra trema. Si muove, ma non troppo: i sismografi registreranno un picco di 5.9 sulla scala Richter, una scossa di media intensità, che sarà però fatale per trecento nove persone e cambierà la vita di altre ottanta mila.

Ciò che più mi colpì delle immagini di quella notte, sembra strano, è il silenzio. Qualche grida, nulla di più. A soccorrere i cittadini, sotto le stelle, tra le macerie, c’erano, in tutto il capoluogo abruzzese, una quindicina di vigili del fuoco. Questo perché, nonostante da ormai sei mesi e più i sismografi registrassero uno sciame sismico che storicamente, in quelle zone, ha sempre precorso una scossa principale, nessuno avvisò la popolazione, nessuno prese provvedimenti nel tentativo di prevenire una disgrazia di gran lunga evitabile.

Perché nessuno informò del rischio gli aquilani? Perché nessuno verificò la stabilità degli edifici della città? Perché non fu organizzato un piano di evacuazione? Perché quel giorno l’unico edificio evacuato fu la prefettura (ovvero, perché, appena dopo i topi, i primi a scappare furono i capitani della nave?), mentre alla restante popolazione fu detto di rimanere nelle proprie case dove sarebbero stati al sicuro?

Un’«operazione mediatica». In quel giorno, e nei giorni appena successivi, non ci fu detto, non fu nemmeno chiesto: i media avevano altro a cui pensare.

In nostro soccorso sarebbero poi arrivate le intercettazioni telefoniche; in particolare, quelle di una conversazione, datata 30 marzo 2009 (il pomeriggio di quel giorno ci fu una scossa di 4.1 di magnitudo: uffici e università furono evacuati e la popolazione era in allarme), tra Guido Bertolaso e Daniela Stati, assessore regionale alla Protezione Civile dell’Abruzzo.

DS: pronto?

GB: sono Guido Bertolaso

DS: oh, buona sera! [ride] caspita che onore!

GB: come stai?

DS: bene, bene, tu come stai Guido?

GB: bene. Senti, ti chiamerà De Bernardinis adesso, il mio vice, che gli ho detto di fare una riunione lì all’Aquila, su questa vicenda, di questo sciame sismico che continua

DS: sì…

GB: in modo da zittire subito qualsiasi imbecille, placare illazioni, preoccupazioni eccetera

DS: ti ringrazio Guido, grazie mille

GB: però devi dire ai tuoi di non fare comunicati dove non sono previste altre scosse di terremoto, perché quelle sono delle cazzate, non si dicono mai queste cose quando si parla di terremoti

DS: va benissimo

GB: è uscita, mi dicono, un’agenzia che dice «non sono più previste altre scosse», ma questo non si dice mai! Nel senso, ma neanche sotto tortura

DS: io, guarda, Guido, non lo sapevo, mi scuso per loro, perché esco in questo momento dalla giunta

GB: figurati. Ma però, digli che quando devono fare dei comunicati che parlassero poi con il mio ufficio stampa, che ormai ha la laurea honoris causa in informazione ed emergenza, e quindi sanno come ci si comporta in modo da evitare boomerang, perché se tra due ore c’è una scossa di terremoto, che cosa dicono tutti?

DS: certo, certo

GB: hai capito no?

DS: certo, li chiamo subito…

GB: il terremoto, il terremoto è un terreno minato

DS: li chiamo immediatamente

GB: cioè, bisogna esser prudentissimi, comunque adesso questa cosa la sistemiamo, la cosa importante è che domani, adesso De Bernardinis ti chiama, per dirti dove volete fare la riunione, e io non vengo, ma vengono Zabelletti, Barberi, Boschi, quindi i luminari del terremoto in Italia, li faccio venire all’Aquila, o da te, o in prefettura, […] in modo che è più un’operazione mediatica, hai capito?

DS: sì, sì

GB: così, loro, che sono i massimi esperti di terremoto, diranno: «È una situazione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano cento scosse di 4 di scala Richter piuttosto che il silenzio, perché cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male», hai capito?

DS: va bene, allora intanto io adesso li chiamo e cerco il comunicato…

GB: no, no, no, già fatto, adesso ci stanno mettendo una pezza i miei, tu adesso parla con De Bernardinis, decidete dove fare ‘sta riunione domani e poi fatelo sapere che ci sarà questa riunione che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente. E invece di parlare io e te, facciamo parlare i massimi scienziati nel campo della sismologia

DS: va benissimo

La, così detta, Commissione Grandi Rischi si riunirà il giorno successivo: gli aquilani saranno tranquillizzati. «Cosa abbiamo acquisito? Si tratta di uno sciame sismico che si è caratterizzato soprattutto per avere un’alta frequenza, ma una scarsa ampiezza, questo vuol dire che come persone l’avvertiamo con molta intensità, però il danno sulle strutture, diciamo così, è minore, proprio perché c’è un’ampiezza ridotta» disse il sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente, al termine della riunione; mentre, prima del meeting, De Bernardinis, vice-capo della Protezione Civile Nazionale, all’osservazione dell’intervistatore: «Non è un po’ anomalo [uno sciame] così lungo?», rispose: «Adesso lo valuteranno gli scienziati, io faccio l’operativo, ho smesso il cappello dell’accademico, direi però che si colloca diciamo in una fenomenologia senz’altro normale dal punto di vista dei fenomeni sismici che ci si aspetta in questa tipologia di territori», aggiungendo poi «non c’è un pericolo, io l’ho detto al sindaco di Sulmona, la comunità scientifica mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole».

Il 20 novembre 2015 la Cassazione conferma la condanna a De Bernardinis a due anni per omicidio colposo (in quanto «come responsabile della comunicazione in quel frangente» non ritenne di dover precisare che quelle parole «non erano in alcun modo riconducibili agli scienziati della Commissione Grandi Rischi» e che «non si era affatto in presenza di “fenomeni favorevoli”»), assolvendo gli altri sei membri della Commissione Grandi Rischi, anch’essi condannati in primo grado ma assolti poi in appello.

Rridere (non) fa bene alla salute. La brutale realtà è che il terremoto, a molti, fa gola: la verità è che se vuoi somministrare un farmaco a un paziente, devi almeno aspettare che questo sia ricoverato. Oppure, per dirla utilizzando le parole degli imprenditori Francesco Piscicelli e di suo cognato Pierfrancesco Gagliardi, i quali, a poche ore del sisma, con la bava alla bocca, si chiamarono:

FP: si?

PG: oh, ma alla Ferratella occupati di ‘sta roba del terremoto, perché qui bisogna partire in quarta subito: non é che c’è un terremoto al giorno!

FP: no, lo so [ridono]

PG: così per dire per carità, poveracci

FP: va buò, ciao

PG: o no?

FP: eh certo, io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro il letto

PG: io pure, va buò, ciao

Oppure, la si potrebbe spiegare come Ermanno Lisi, allora assessore, a Pio Ciccone, architetto:

EL: tu non te ne stai a rende’ conto, ma L’Aquila si è aperta. Da fessi farsi scappare ‘ste opere [della ricostruzione, ndr]. Io sto a cerca’ di prendere ‘ste centosessanta case, se non lo pigli mo’ non lo pigli più: questo è l’ultimo passaggio di vita, dopo ‘sta botta di culo, hai finito, o le pigli mo’…

PC: o gli pigli mo’, o non gli pigli più

EL: esatto, abbiamo avuto il culo di…

PC: del terremoto!

EL: il culo che, in questo frangente, con tutte ‘ste opere che ci stanno, tu ci stai pure in mezzo, allora, farsela scappare mo’ è da fessi. È l’ultima battuta della vita: o te fai gli soldi mo’…

PC: o hai finito!

Vacanzieri e militari. Nei giorni immediatamente successivi al sisma, subito si comprese come si sarebbe agito. Il centro storico fu definito “zona rossa”, venne blindato e militarizzato e di fatto divenne inaccessibile, mentre verbo non fu proferito sulla sua ricostruzione, né sugli edifici per i quali sarebbero bastati alcuni semplici lavori di messa in sicurezza. Al sistema mediatico bastarono le parole new town, pronunciate da un redivivo Silvio Berlusconi l’8 aprile, due giorni dopo il sisma. Il progetto, il “Piano C. A. S. E.” (sinistramente simile nel nome al “piano casa”, un disegno di legge tanto caro a Berlusconi in quel periodo – poi accantonato proprio sulla scia del terremoto – di fatto un condono che avrebbe permesso l’ampliamento di ogni edificio fino al 30%, regolarizzando gli edifici abusivi preesistenti e permettendo di ovviare a molte norme edilizie per le costruzioni future, comprese quelle anti-sismiche) era quello di costruire una serie di unità abitative, quattromila cinquecento nuovi alloggi, che avrebbero successivamente ospitato gli sfollati. (Lo stesso si fece, ad esempio, in Calabria, quando il crollo di ventisei alloggi portò alla costruzione di un nuovo quartiere periferico da duecento quarantasette unità, le quali, quattro anni dopo, vennero giudicate inutili dal Tribunale).

I terremotati vennero temporaneamente stipati in alcune tendopoli, cento quarantasei, e, per quanto riguarda trenta mila persone, negli alberghi sulla costa. Fu detto loro di «far finta di essere in vacanza», ma la realtà, soprattutto quella nella tendopoli, era ben diversa. Le telecamere, infatti, si fermarono alle soglie dei palchi delle cerimonie ufficiali, dove all’ingresso le forze dell’ordine si preoccupavano di far entrare solo coloro i quali erano autorizzati dalla Presidenza del Consiglio (gli unici ammessi), pii giornalisti il cui compito si limitava al reggere un microfono e a prendere appunti sul fatto che le prime case sarebbero state riconsegnate il 29 settembre, il giorno del compleanno del Premier più Silvio del mondo.

Nelle tendopoli, invece, le riprese non erano permesse, o comunque osteggiate (visto che le paventate ordinanze di divieto erano inesistenti), così come le interviste, le proteste, l’uso di megafoni e fischietti, o l’affissione di striscioni: l’area, infatti, era militarizzata; senza il permesso del, così detto, “capo campo” non era possibile né entrare né (a volte, in alcuni casi) uscire, ma neppure organizzare assemblee pubbliche al loro interno, né tra i cittadini, né tra i rappresentanti comunali (addirittura, iniziarono a palesarsi delle circolari riguardo particolari divieti: ad esempio, quella relativa alla “dieta dello sfollato”, nel quale si vietava la somministrazione di bevande quali alcolici, caffè e Coca-Cola).

Gli uomini delle emergenze (nelle emergenze). A guidare la ricostruzione, da una parte, Guido Bertolaso, “l’eroe dei due mondi”, dall’altra, Silvio Berlusconi, eroe e basta (e guai a chi dica il contrario, l’epurazione del Mago Silvan dalla TV pubblica, senza nemmeno un «Sim Sala Bin», chiarisce immediatamente come nessuno può permettersi nemmeno di provare a rompere l’incantesimo). Sono loro i due volti del terremoto, in particolare il Capo della Protezione Civile, il Commissario straordinario per il terremoto; d’altronde, si sa, Bertolaso è l’uomo delle emergenze, e dopo i rifiuti in Campania, i vulcani delle Eolie, i mari di Lampedusa, la bonifica del relitto della Haven, il rischio bionucleare, i mondiali di ciclismo del 2008 e il G8 del 2009, non può che arrivare il terremoto de L’Aquila, ovvero (parole sue) «l’evento più drammatico del secolo».

La Protezione Civile, nelle emergenze, ex articolo 5 della Legge 225 del 24 febbraio 1992, può agire in deroga a determinate norme, privilegiando la tempestività, necessaria in determinate situazioni. Nel 2001, la divina provvidenza (quella del Governo Berlusconi, s’intende) modifica tale legge: la riforma introduce, accanto alla parola “emergenza”, quella di “grandi eventi”, permettendo dunque di agire, in tali situazioni, tramite ordinanza; inoltre, con un’altra modifica, accanto alle “opere pubbliche” si aggiunge “e private”.

Ma cosa costituisce “emergenza” o “grande evento”? Ciò che il Governo ritiene configurarsi come emergenza e grande evento, dal traffico di Milano a quello delle gondole veneziane, passando per le beatificazioni, finendo agli eventi sportivi. Dalla riforma della legge 225 fino a quel momento, 35 “grandi eventi” erano stati indetti: il 15% furono manifestazioni sportive, il 55% eventi religiosi (quali, ad esempio, l’inaspettato anno giubilare, oppure alcuni viaggi di Benedetto XVI, per i quali a pagare in toto furono i contribuenti – e non quelli della Città del Vaticano, sia chiaro), mentre il resto furono cerimonie istituzionali.

Può capitare, dunque, che per ovviare all'”emergenza rifiuti in Campania” si possano bruciare negli inceneritori ciò che per legge non si potrebbe, inquinando aria e falde acquifere in deroga (o in barba) alle norme (e nel caso qualche cittadino che abbia a cuore la propria e altrui salute si azzardi a manifestare, basta mandare l’esercito, militarizzare le discariche e punire le proteste di ‘sti “terroni” con una pena da uno a cinque anni di carcere: perché violare la legge è una pratica che è, e deve, essere permessa solo allo Stato).

Può capitare, inoltre, che per i mondiali di nuoto (altro evento che notoriamente capita tra capo e collo, senza preavviso, una vera emergenza insomma) il costruttore Angelo Balducci, commissario straordinario dell’evento, possa indirizzare una marea di soldi pubblici a suo figlio, autorizzato a costruire un edificio – che a seguito della manifestazione sarebbe stato un albergo privato con due piscine – in zona di esondazione del Tevere.

«L’ordinanza è uno strumento che c’è sempre stato; perché, a un certo punto, si inveisce contro questo [modo ti utilizzarle da parte di, ndr] Berlusconi? Perché nessun Presidente del Consiglio ha mai utilizzato così sfacciatamente questo potere dell’ordinanza, nessuno mai ha giocato sulla pelle dei morti, ha giocato sulle catastrofi e sulle calamità», così disse Giovanni Ciancio, membro del sindacato della Protezione Civile.

I soldi non fanno la felicità, ma i grandi eventi sì. Ma non è il tempo per le polemiche: L’Aquila, infatti, non solo merita lo sguardo dell’Italia intera, ma anche quella di tutto il mondo. Così, il Presidente Berlusconi decide che il G8 non si terrà a La Maddalena, ma a L’Aquila (qualcuno potrebbe fare una battuta dicendo: “tanto le forze di polizia c’erano già”; ma sarebbe di cattivo gusto). Così, accanto ai cinquecento milioni stanziati per La Maddalena, dove i lavori erano da tempo iniziati (e, si scoprirà in seguito, i costi furono gonfiati fino all’80%), se ne stanziarono altri cento ottantacinque per portare l’amore dei grandi della terra nel capoluogo abruzzese (tra le spese: 24 mila euro per asciugamani, 23 per il logo del G8 sulle transenne, 10 per i posacenere, 78 per notes e cancelleria, 26 per sessanta penne in edizione limitata, 64 per addobbi floreali e un milione per un aeroporto che non sarebbe stato riutilizzato).

Passano i mesi e, tra una visita abruzzese di Berlusconi e l’altra, arriva il 29 settembre: le case sono pronte, ma bastano solo per un terzo delle vittime del sisma. Inoltre, si scopre che i costi delle abitazioni del “Piano C. A. S. E.” sono molto elevati: 2700€ al metro quadro, a fronte di una spesa media di 900. Questo perché, oltre alla costruzione di innovative piattaforme antisismiche per le fondamenta (sulle quali si sarebbero potuti costruire dei grattacieli), al di sopra delle stesse furono edificate casa da tre piani, prefabbricate, in legno e cartongesso: una new town tre volte antisismica, senza che ve ne fosse la necessità, essendo per altro quella una zona di relativo rischio sismico. (Ciò, tuttavia, non ha impedito il crollo di alcuni balconi, che ha portato, per citare un caso, nell’ottobre 2014, l’affissione dei sigilli in ottocento balconi di quasi cinquecento edifici, a qualche settimana da un maxi sequestro di altri ottocento edifici esterni, operato dal Tribunale de L’Aquila).

I topi (d’appartamento e appalti) e le puttane. I problemi per Silvio Berlusconi, tuttavia, non attendono ad arrivare. Dopo essere stato accusato da Massimo, figlio di Vito Ciancimino (uno dei principali referenti politici della mafia durante Prima Repubblica), che afferma di avere le prove di un finanziamento di suo padre e di Stefano Bontate (negli anni ’70, uno dei principali esponenti di Cosa Nostra) per la costruzione di Milano-2 (la new town milanese che lanciò Berlusconi nell’imprenditoria che conta, per il cui finanziamento l’allora Presidente del Consiglio, interrogato dai magistrati a tal proposito, si avvalse della facoltà di non rispondere), arrivano le prime foto in compagnia di ragazze minorenni. Si scopre, poi, l’esistenza di un articolato sistema prostitutivo, organizzato da Giampaolo Tarantini (proprietario di una società di protesi operante in Puglia), di cui Berlusconi era, per dirla come il suo legale Ghedini, «utilizzatore finale» (addirittura, si scopre la registrazione di una escort mentre B., da statista d’una certa statura, le consiglia di «fare sesso da sola», di «toccar[si] con una certa frequenza»): emerge anche che le ragazze, dalle «cene eleganti» e dalle «gare di burlesque» passavano poi, con leggerezza, nelle liste del Popolo delle Libertà: candidate alla destra del “Papi” al Parlamento Europeo. Ma se in periodo pre-elettorale per Augusto Minzolini, allora direttore del Tg1 (oggi parlamentare tra le fila di Forza Italia), «queste strumentalizzazioni, questi processi mediatici non hanno nulla a che vedere con l’informazione del servizio pubblico [e] sarebbe incomprensibile privilegiare polemiche sul gossip nazionale solo per scimmiottare qualche quotidiano o rotocalco», per l’opinione pubblica, o parte di essa, hanno rilevanza (di sicuro l’hanno per la moglie dell’ex Cavaliere, Veronica Lario, che lo considera «un uomo malato», «una persona che ha bisogno d’aiuto» e, dopo aver definito la loro candidatura «ciarpame senza pudore», chiede il divorzio).

Ma se per Berlusconi le cose iniziano a non andare bene, per Bertolaso vanno anche peggio. Si viene infatti a scoprire che al Salaria Sport Village di Roma il capo della Protezione Civile si rilassa con dei massaggi molto particolari, per cui sono richieste professioniste in perizoma e preservativi: si apprende quindi delle amorevoli attenzioni che Diego Anemone (uno dei costruttori condannati – insieme, tra gli altri, proprio a Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio dei lavori pubblici, con tanto potere da far nominare gentiluomo del Papa Gianni Letta – per gli appalti del G8 della Maddalena) gli riserva, a Bertolaso (per cui organizzò anche «una cosa mega-galattica», con «fiori, champagne e due o tre ragazze»), come a molti altri (uno tra i tanti, l’allora direttore generale della Rai, Mauro Masi, per cui trovò «una sistemazione lavorativa» al cognato, proprio al Salaria Sport Village).

Il GIP Rosario Lupo (noto giustizialista eversore, quello che, per intenderci, prosciolse in udienza preliminare Berlusconi, Previti, Metta, Pacifico e Acampora per la “tangente Mondadori”) sostiene che ciò costituisce un “sistema corruttivo 2.0”: non più tangenti in denaro (si troveranno anche quelle, tranquilli) in cambio di appalti, ma favori personali, piccoli e grandi (l’importante è che siano a spese nostre) presenti, ma soprattutto sciami «di belle ragazze per allietare primari e servitori dello Stato».

Patria e famiglia. Da questo momento, Bertolaso scomparirà (fino a quest’anno, l’emergenza delle elezioni a Roma – o della Meloni incinta – l’ha trovato pronto) dalla scena politica, trovando rifugio nella propria famiglia. Immagino, mi viene da pensare, tra le braccia di sua moglie, Gloria Piermarini (con i centomila euro versatele da Anemone tra l’ottobre 2004 e l’aprile 2007 magari poteva trascinare il marito fuori dal Salaria Sport Village); oppure in compagnia del fratello della moglie, Francesco, che oltre che essere un eccellente golfista, ebbe anche l’enorme fortuna di occuparsi di rifiuti, immobili, cinema e G8 della Maddalena (e mai scelse miglior cognato, mi viene da dire); oppure accanto a due dei suoi più fedeli amici, i fratelli Calvi, che per un Berto-caso della vita sono, uno l'”attivatore” dei lavori del G8 della Maddalena, l’altro colui il quale rilevò la Tecno Hospital, la decotta società di protesi sanitarie di “Giampy” Tarantini, il “fornitore iniziale” delle escort di Frisullo, ex vice della giunta-Vendola, e di quelle di Palazzo Grazioli (ma solo dopo che Bertolaso lo presenterà ad un altro suo grande amico, Silvio Berlusconi).

Quel giorno, il 6 aprile 2009, a L’Aquila, la terra tremava, ma per qualcuno, era un giorno di lavoro come un altro.

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