Piccolo viaggio nelle case della Russia sovietica

Per quasi tutta la seconda metà del Novecento, gran parte del mondo è stata assorbita dalla rivalità tra gli Stati Uniti capitalisti e la Russia comunista. L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche era lo stato più grande del pianeta e si presentava come l’unico argine al sistema capitalista, esattamente come gli Stati Uniti d’America si presentavano come il solo antidoto al comunismo. Tra i mille modi in cui l’URSS s’impegnò per distinguersi dal modo di vivere americano, proprio come gli USA cercarono di distinguersi dal modo di vivere russo, c’è un preciso tipo di architettura, che divenne il simbolo e lo strumento di un’idea.
Cos’era l’architettura sovietica, e cosa ne è rimasto in un mondo post-sovietico?

Se la società americana si basava e si basa ancora sulla valorizzazione dell’individuo, con tutti i pro e contro del caso, quella russa era fondata sulla collettività. L’architettura diventò uno strumento del potere e quindi di un certo tipo di propaganda: per sentirsi parte di un gruppo, le persone dovevano abitare in case simili, lavorare in luoghi simili e divertirsi in luoghi simili. Abitare in appartamenti di grandezza diversa o avere una vasta gamma di mobili tra cui scegliere avrebbe creato delle differenze, differenze che avrebbero potuto indebolire la percezione che i cittadini russi avevano (o si supponeva che avessero) di sé stessi come un corpo unico.
Ogni capo dell’URSS lasciò, ancorché in pesante contraddizione con l’ideale collettivista del comunismo, un’impronta molto individuale nell’architettura sovietica. Le tipologie architettoniche presero i loro nomi, ci furono stalinki, krushovke e, in misura minore, brezhnevki e ognuna fu, pur con significative analogie di fondo, specchio del proprio uomo e del proprio tempo.

Un complesso residenziale a Tbilisi, in Georgia (foto di Arseny Kotov)

Nel primo dopoguerra, con Stalin a capo del Partito Comunista, la società russa era sostanzialmente divisa in due: da un lato c’era la nomenklatura (номенклату́ра, “elenco di nomi”), dall’altro il popolo.
Facevano parte della nomenklatura tutti i funzionari statali, scelti singolarmente dal Partito, che componevano l’apparato burocratico dell’URSS. Per controllarli con più facilità, Stalin fece la cosa più logica, quella che aveva fatto per primo Luigi XIV con Versailles: li concentrò tutti in un solo posto.
Alla fine degli anni Venti fu progettata e costruita a Mosca la Casa sul lungofiume, in russo Дом на набережной, un complesso residenziale di otto edifici per un totale di 505 appartamenti che vennero interamente assegnati a membri della nomenklatura. L’architetto Boris Iofan, che aveva studiato a Roma, disegnò ogni appartamento in modo che avesse un bagno con finestra, il riscaldamento centralizzato e l’elettricità e ne curò anche l’arredamento, che era standardizzato per tutti. Progettò cucine volutamente piccole per incoraggiare gli abitanti a mangiare alla mensa comune e inserì nell’edificio anche un cinema e un teatro con tariffe agevolate per i residenti. Quando nel 1937 iniziarono le purghe staliniane, circa un terzo degli abitanti della Casa sul lungofiume venne arrestato e i loro appartamenti rimasero chiusi fino alla morte di Stalin.
Così viveva la classe dirigente russa, o perlomeno la cosa più vicina a una classe dirigente in un regime totalitario: in un enorme complesso residenziale con appartamenti tutti uguali, obbligata a comunicare in anticipo le visite degli ospiti e con un contratto d’affitto anziché di proprietà. I loro omologhi americani (non necessariamente i politici, anche i semplici impiegati dell’ufficio postale) negli stessi anni avevano villette a schiera con giardino.

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(Foto di Arseny Kotov)

L’architettura delle stalinki, anche nota come classicismo socialista, aveva riservato alla nomenklatura un complesso residenziale con cinema e teatro, decorazioni in facciata e muri spessi più di due metri. Per il popolo, invece, vennero costruite le kommunalki, appartamenti in comune divisi tra più famiglie che usavano lo stesso bagno e la stessa cucina. Lo scrittore Michail Bulgakov, autore del celebre romanzo “Il Maestro e Margherita”, le definì “case senza pareti e con mille occhi”, visto che molti inquilini erano informatori della polizia segreta. Le kommunalki, moltiplicatesi a causa della distruzione di molti edifici causata dalla Seconda Guerra Mondiale, sono tuttora abitate. Con la caduta dell’URSS e la reintroduzione della proprietà privata, i contratti d’affitto diventarono di proprietà, generando dispute tra i conviventi. A San Pietroburgo nel 2008 c’erano ancora oltre centomila kommunalki.

Nikita Chruščёv, salito al potere nel 1953 dopo la morte di Stalin e promotore di un ritorno agli ideali marxisti e leninisti, varò una legge contro gli eccessi architettonici e diede il via all’edilizia industriale di massa. Le krushovke (хрущёвка) erano prive di abbellimenti per entrambe le classi sociali e le differenze tra le abitazioni dell’élite (che più spesso però rimaneva nelle più belle stalinki) e quelle del popolo era nei materiali, che per la classe lavoratrice erano più scadenti. Nel 1925 l’architetto francese Le Corbusier aveva introdotto l’idea dell’edilizia standardizzata, dell’architettura che doveva essere prima di tutto funzionale, dell’unità abitativa e del prefabbricato: gli urbanisti sovietici degli anni ’50, ideologicamente contrari al modello della villetta a schiera unifamiliare occidentale, costruirono le krushovke in tempo record assemblando pezzi prodotti in fabbrica, dando vita alle case popolari più veloci e più scadenti del mondo. Ciononostante, i cittadini russi che abitavano nelle kommunalke erano contenti di trasferirsi nelle krushovke perché avevano spesso bagni e cucine privati. Le krushovke erano un progetto temporaneo, pensato per tamponare l’emergenza abitativa causata dal secondo dopoguerra ed essere sostituite dopo 25 anni con abitazioni nuove. Dopo la caduta dell’URSS nel 1991, la loro demolizione è effettivamente avvenuta solo in parte e solo in Russia: in molte ex repubbliche sovietiche le krushovke sono ancora in piedi.

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Un appartamento in una Krushovka. La foto è parte di questo reportage.

Leonid Breznev, che guidò l’URSS a partire dal 1964, mantenne l’idea di fondo delle krushovke, cioè dei grandi complessi abitativi che davano la priorità alla funzionalità sull’estetica, ma le brezhnevki erano più alte (dai nove ai diciassette piani) e di qualità lievemente migliore. Sono tuttora abitate e visibili nelle grandi periferie industriali. Breznev introdusse inoltre nel 1967 il titolo onorifico di Architetto del popolo dell’Unione Sovietica, conferito ogni anno agli architetti che si distinguevano per meriti speciali nel campo dell’urbanistica o nella creazione di nuovi complessi residenziali. Tra coloro che lo vinsero ci fu anche Boris Iofan, nel 1970, che per Stalin aveva progettato la Casa sul lungofiume e con Breznev il nuovo Palazzo del Soviet.

Il progressivo smantellamento dell’URSS, fino alla sua definitiva caduta nel 1991, portò all’abbandono – solo in alcuni casi, come quello dell’Ungheria, all’abbattimento – di molte costruzioni pubbliche sovietiche, i cui relitti sono ancora visibili nelle città che un tempo facevano parte dell’Unione. Statue di Lenin alte quattro metri sopravvivono in quelle che adesso sono campagne deserte o quartieri popolari, monumenti alla Rivoluzione o ai caduti in guerra si trovano ancora al centro delle piazze delle città uzbeke anche se la Rivoluzione era avvenuta a migliaia di chilometri di distanza. Chi vive lì le guarda con un misto d’indifferenza, nostalgia e fastidio e sempre più fotografi, locali e non, decidono di farle conoscere al mondo grazie a Internet (è il caso, ad esempio, di Arseniy Kotov, Stefano Perego o siti come www.soviettours.com).
Gli scheletri della Russia sovietica sopravvivono e fanno da sfondo al mondo post-sovietico: uomini e donne possono bere una capitalista Coca-Cola all’interno di una krushovka. Fuori dalla finestra, a guardare verso l’alto, una statua in bronzo di Lenin.

(La foto in copertina è di Gianluca Pardelli. I suoi altri lavori sono disponibili qui )

Ilaria Bonazzi

Studia Storia a Pavia. Caporedattore dall'autunno del 2019, per Inchiostro cura anche la rubrica degli incipit e La settimana in breve.

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