#PFF17 • Watu Wote

Per quest’edizione, Birdmen è media-partner del Pentedattilo film Festival, il festival internazionale di cortometraggi che si svolge a Pentedattilo (Reggio Calabria) dal 7 all’11 dicembre. Ecco le nostre recensioni in anteprima. La Redazione, inoltre, assegnerà il Premio speciale Birdmen al miglior cortometraggio d’animazione e al miglior cortometraggio live action.

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Ispirandosi ad una storia vera, Katja Benrath con freddezza e lucidità quasi documentaristica riesce a ricreare in Watu Wote l’atmosfera di mutua diffidenza tra cristiani e musulmani in una Nairobi dilaniata dai conflitti religiosi. Tutto si gioca sugli sguardi dei personaggi, tra occhi incorniciati dal burqua che scrutano preoccupati il proprio vicino, tra occhi di madre, di padre, di studente, di assassino, di fondamentalista religioso. Si susseguono sguardi astiosi, addolorati, pentiti, stravolti dalla paura, riconoscenti, sereni.

24173190_1821604687850225_9165794129542175169_oA questa attenzione per il senso della vista si coniuga una minuziosa scelta cromatica che si attesta sempre su colori caldi, con un ampio impego di viola, giallo e marrone, utilizzati tanto per ricreare una dimensione di intimità e solitudine, nei toni più scuri, tanto nel delineare un clima di caos e tensione, nei toni più brillanti.  L’udito poi gioca una parte importante nella resa del corto, infatti l’ascolto dei dialoghi in lingua originale, lo swahili, conferisce un senso di maggiore realtà all’intera opera, che proprio alla luce di tanto assume un taglio quasi documentaristico. La sceneggiatura risulta scarna, i lunghi silenzi si inseriscono nell’economia di un cortometraggio che punta molto, come già detto, sull’espressività visiva e immediata. La comunicazione si riduce all’essenziale, non c’è retorica, neanche nel momento di maggiore tensione. Il gesto eroico narrato non sfuma in una sterile esaltazione, con esternazioni eccessive di gioia o dolore, bensì in un pacato incrocio di sguardi e in una stratta di mano trova il suo altare di gloria. La solidarietà fra esseri umani è così riportata ad una dimensione naturale, in un contesto in cui divisioni e conflitti la rendono invece un’eccezione, un agire contro cultura.  Di grande impatto è la performance dell’attrice che interpreta la protagonista, unica ragazza di confessione cristiana in un pullman di uomini, donne e bambini musulmani. Con un volto estremamente espressivo riesce empaticamente a comunicare allo spettatore l’iniziale diffidenza, la paura ed infine la riconoscenza in primi piani silenziosi, saturati dai suoi occhi scuri.

L’opera si rivela un’ottima trasposizione della tragica realtà di una zona geografica scarsamente considerata dalle videocamere del grande Cinema. Senza indulgere su scene di moralistica glorificazione degli eventi realmente accaduti, si presentano gli avvenimenti nella potenza del messaggio che essi veicolano nel loro semplice verificarsi. Si tratta di un messaggio di uguaglianza seppure nella diversità di credo religioso, nell’ottica di una prioritaria appartenenza al genere umano rispetto a qualsiasi altra divisione.

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For this edition, Birdmen is the media-partner of the Pentedattilo film Festival, the international short-film festival that will take place in Pentedattilo (Reggio Calabria) from 7th to 11th of December. Here is a preview of our reviews. Furthermore, we will assign a special Birdmen award to the best animation short-film and to the best live action short-film.

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Inspired by a true story, Katja Benrath, with an almost documentary lucidity, recreates in Watu Wote the atmosphere of mutual distrust between Christians and Muslims in a Nairobi disarmed by religious conflicts. Everything is played on the glances of the characters, among a pair of eyes framed by the burqa which scrutinize everything , among mother’s, father’s, student’s, assassin’s, religious fundamentalist’s eyes. There are rancorous looks but also sorrowful, repentant, overwhelmed by fear, grateful, serene.

As far as the sense of sight is concerned, there is a meticulous chromatic choice that always stands in warm colors, with a great use of purple, yellow and brown, to recreate a dimension of intimacy and loneliness, in their darker tones, to outline chaos and tension, in their brightest tones. Listening to the dialogues in swahili  gives a sense of greater reality to the whole film, which  assumes a nearly documentary cut. The script is scarce, long silences are included into the economy of the artwork, which, as mentioned above, points to visual and instant expression. Communication is essential, there is no rhetoric, neither in the most tense moment. The heroic gesture does not fade into a sterile exaltation, with exaggerated manifestations of joy or pain, although it finds its altar of glory in a calm crossing of glances and in a handshake. Solidarity between human beings is brought back to its natural dimension, in a context in which instead divisions and problems make it an exception, a controcultural action. The performance of the actress who plays the main character, the only Christian girl in a bus of Muslims, has a great emotional impact. With an extremely expressive face, she is capable to  communicate at the spectator her initial mistrust, fear, and finally gratification, trough silent close-ups, saturated by her dark eyes.

 The work reveals a great transposition of the tragic reality of a geographic area that is scarcely considerated by the cameras of the big cinema. Without indulging in scenes of moralistic glorification, events are presented  in the power of their message, vehicolated just by their occurance. It is a message of equality, albeit in the diversity of religious beliefs, in the view of a priority belonging to mankind as compared to any other division.

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#PFF17

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