Perché le campagne femministe sul web non sono una perdita di tempo

La questione femminile oggi è un argomento alquanto spinoso. Francamente, a quante piace ancora lo stereotipo della femminista arrabbiata che non si depila le gambe e inneggia a Lorena Bobbit? Certo, le Femen sono un altro conto: la protesta urlata ed estrema può servire, ma è senza dubbio meno vicina alla nostra esperienza di tutti i giorni. Internet ha recentemente portato alla ribalta due brillanti casi di campagne a favore dell’emancipazione femminile. Diversi, eppure con dei denominatori comuni.

Uno di questi è il progetto Everyday Sexism. Il sito nato nel 2012 da un’idea di Laura Bates (una scrittrice femminista britannica) raccoglie le esperienze di sessismo quotidiano vissute dalle donne di 15 Paesi. Il racconto della propria esperienza è libero e ognuna può firmarsi come vuole. Si trovano racconti di ogni tipo: dalla battuta scema alle molestie più serie.
Inizialmente mi sono chiesta a cosa potesse servire tutto questo.
Che senso ha mettersi a raccontare storie via web, quando ci sarebbero milioni di interventi concreti a cui dare la priorità? Ha senso fondamentalmente perché il sessismo è un problema di mentalità, soprattutto femminile. Se ci mettiamo in testa che dall’epiteto semischerzoso, all’allungare le mani, alla molestia vera e propria il passo è breve, avremo più chance di cambiare le cose. Non è di sicuro l’unica cosa da fare, ma è un imprescindibile punto di partenza.
L’altro esempio è quello della popolare pubblicità di Pantene e dell’hashtag #ShineStrong. Anche in questo caso viene data centralità alle parole: termini che si trasformano in veicoli di giudizi morali. La pubblicità mostra come comportamenti identici di uomini e donne vengano giudicati in maniera opposta: il padre sveglio la notte di fronte a un computer è serio e dedito al lavoro, la madre è semplicemente un’egoista. Il giovane attraente e ben vestito che sfila per la strade di una città è elegante, la ragazza è solo “show-off” , vanesia e frivola. L’invito finale è a non lasciarsi sopraffare dalla paura e a combattere le etichette verbali. “Don’t let labels hold you back” recita lo slogan.

Cosa possiamo imparare, giovani donne appena affacciate sul mondo, da tutto questo? Che in una realtà – come quella italiana – ancora a forte prevalenza maschile, possiamo essere orgogliose della nostra femminilità. Abbiamo il dovere di lottare per un trattamento equo. Le differenze di genere esistono: sconfiggere il machismo e il maschilismo significa anche evidenziarle.

 

Aumentare la consapevolezza non è una perdita di tempo. Gli uomini e le donne sono uguali, ed entrambi devono brillare di luce propria.

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