Pars destruens – The future is written on the wall

Pars destruens” è il nome che è stato dato dai ragazzi di Fendinebbia, neonata associazione culturale autofinanziata, ad uno di quegli eventi che in una città come Pavia non si vedono quasi mai: un’installazione temporanea, un muro di pannelli lungo 30 metri che ha ricoperto parte del muro del parcheggio di Viale Indipendenza, disegnato da street artist di tutta Italia; un mosaico estetico unico. Una bella iniziativa destinata ad essere attaccata, al termine del momento creativo, dal proprio creatore con martelli e rabbia: questa è la pars destruens, quella più significativa di ciò che è successo domenica 30 aprile.

18337440_1591914947485868_1104501899_nLa street art è un’espressione artistica magnifica, con un’impareggiabile potenza comunicativa: operando direttamente nella nostra quotidianità e non dovendola andare a cercare nelle mostre o nei vari luoghi adibiti alla gelosa conservazione di quelle che sono state determinate come opere d’arte, ci permette di emozionarci o anche solo di fermarci a guardare il muro di una fabbrica, di una scuola o di un campetto da calcio.

Proprio questa sua dimensione, grandiosa per alcuni e invasiva per altri, da sempre crea turbamenti e discussioni attorno al suo reale statuto artistico: e, così, dai vari nomi attribuiti a quest’arte urbana, si arriva facilmente a quello di “atto vandalico”. Un atto vandalico che, oltre a non essere socialmente accettato, viene etichettato come tale, nascondendosi dietro alla facile retorica dell’illegalità; per la quale, un’opera realizzata su un muro senza autorizzazione, deve essere multata.

Noi in Italia continuiamo a non vederci lungo, con vicende come quella di Alice Pasquini a Bologna, una delle più note writer del momento, multata nel 2013 per aver realizzato delle opere in alcune zone degradate della città; o quella di Blu, ancora più significativa, quando, come risposta ad una potente organizzazione culturale che stava staccando opere di street art dai muri – per realizzare una mostra chiusa –, ha cancellato le sue opere da tutti i muri, sempre a Bologna.

Tutto questo è importante per capire il valore di ciò che è successo domenica nella nostra piccola realtà, ancora molto acerba per quanto riguarda questi temi: l’installazione temporanea dei pannelli davanti al muro del parcheggio sono serviti per sostituire la superficie del muro stesso, una superficie che, per essere utilizzata – nel caso in cui fosse stato possibile utilizzarla –, avrebbe dovuto attendere per lungo tempo un iter formale che ne concedesse l’utilizzo, con a propri una visualizzazione di quello che sarebbe stata l’opera effettiva: lavoro, non arte.

Gli artisti, dopo aver realizzato il proprio “pezzo” di pannello davanti ad un pubblico di persone che osservava il loro lavoro – riducendo ai minimi termini la distanza artista-fruitore –, si sono scagliati contro la loro opera stessa, distruggendola.

Un gesto d’impatto per chi lo fa e per chi ne è spettatore, una gesto perversamente liberatorio e potente, che finisce nel guardar giacere per terra pezzi di ciò che, fino a qualche minuto prima, era un’espressione estetica. Toccante il pianto dei bambini davanti a questo attacco, ai quali era riservata una parte della superficie dei pannelli.

E questo è il messaggio forte che viene lanciato ad una mentalità ancora troppo stretta per identificare come prodotto artistico ciò che non rientra nei canoni formali: la realizzazione in tutta la sua bellezza di ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato.

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