Oggi, una qualsiasi ragazza

La Giordania è uno dei più importanti paesi del cosiddetto Vicino Oriente. A Sud-Ovest è bagnata dal Mar Rosso, a Nord confina con la Siria, a Sud-Est con l’Arabia Saudita, a Ovest con lo Stato di Israele.

L’attuale re della Giordania, ʿAbd Allāh II, è al potere dal 7 febbraio 1999. E sempre ʿAbd Allāh II, nell’ottobre del 2006, ha sollecitato l’inizio di un iter riformatore, individuando, in particolare, l’esigenza emendativa ed abrogativa puntuale del codice penale giordano, risalente al 1960.

Fra tali necessità correttive, la più rilevante, è indubbiamente l’abrogazione dell’articolo 308, ratificata pochi giorni fa dal parlamento. L’articolo 308, noto anche come “legge dello stupro”,  consentiva l’estinzione quasi completa della pena per lo stupratore se quest’ultimo avesse deciso di prendere in moglie la donna vittima dello stupro stesso, per un tempo minino di tre anni. Ora, chi era a favore dell’articolo in questione sosteneva come la norma servisse a preservare la reputazione e l’onore della donna. Di tutt’altro avviso Wafaa Bani Mustafa, deputata giordana: “Molti parlamentari credono ancora che questa legge sia necessaria per proteggere le donne e salvaguardare il loro onore. Questa è una delle peggiori leggi che colpiscono le donne”. 

E quest’ultima, dati i risultati del voto del parlamento, sembra aver messo d’accordo quasi tutti, dopo oltre dieci anni di battaglie parlamentari e manifestazioni; benché, come afferma Ghada Saba, attivista per i diritti delle donne in Medio Oriente, ci siano ancora notevoli questioni da risolvere al di là di ogni voto (come la questione sulla legge che regolamenta il delitto d’onore). Prima fra tutte il modo in cui la società pensa, l’articolo 308 non è solo una legge, è nelle nostre teste ormai. E l’asserzione di Saba, ad oggi, è stilema ineluttabile di molti paesi del medio oriente e non solo; dacché il cosiddetto “matrimonio riparatore” in casi di stupro, è inserito nei codici penali di Algeria, Bahrain, Iraq, Kuwait, Tunisia, Libano, Libia, Palestina e Siria, oltreché in alcuni paesi dell’America Latina e dell’Asia.

Rispettivamente nel 1999 e nel 2014, oltre alla già citata Giordania, anche Egitto e Marocco hanno abrogato nei propri codici la norma del “matrimonio riparatore”. E prossimo all’abrogazione pare anche lo stato del Libano, che il 15 maggio (corrente anno) dovrebbe accordare la rimozione dell’articolo 522 dal codice penale vigente.

Tale articolo, in vigore dagli anni ’40, che prevede la riduzione della pena per gli stupratori che decidano di sposare la vittima, è difeso, come in Giordania, perché “funzionale alla tutela dell’onore della donna” ; motivazione addotta principalmente per tutelare, invece che le vittime, la reputazione della famiglie libanesi (ma anche giordane, algerine ecc), essendo particolarmente diffusi gli stupri familiari, perpetrati cioè da un membro della stessa famiglia della vittima.

L’oggetto del dibattito del parlamento libanese del prossimo 15 maggio, è apposto nelle sezioni che comprendono gli articoli dal 503 al 522, contenitori di altre importanti (quanto assurde) questioni, quali, per esempio, la differenza tra la “stupro coniugale” e lo “stupro generico”, la violenza domestica non ancora considerata come un crimine e punita, di conseguenza, con sole sanzioni finanziarie, e diritti come l’aborto ancora criminalizzati.

Pertanto, se almeno dovesse essere approvata l’abrogazione dell’articolo 522, questa rappresenterebbe un segno di speranza per le donne libanesi e giordane (e non solo) e le loro battagli future.

Così che, casi come quello di una ragazza libanese ventenne, drogata, stuprata, e poi costretta a sposare l’uomo reo dello stupro, non accadano.

Così che a El Kef, paese tunisino di circa 50.000 abitanti, nessuna ragazza dovrà più rischiare di sposare il suo stupratore. Nessun giudice dovrà più applicare l’articolo 227 bis del codice penale perché franto da una politica umana. E forse, non ci saranno più sentenze che bucano petto ed anima, asserendo che “La giovane ha 13 anni e 11 mesi e non si può dire che tecnicamente sia stata violentata. Abbiamo ritenuto che a quell’età, considerata la sua maturità, la ragazza sia adatta al matrimonio. La prova sta nel fatto che sia rimasta incinta. L’uomo è suo cugino e le due famiglie hanno chiesto le nozze per evitare uno scandalo. Abbiamo emesso la sentenza il primo dicembre e stipulato il contratto matrimoniale il 5. Tutte le parti erano consenzienti”.

E questa non è retorica spicciola, è realtà. Insopportabile.

Come realtà fu per Franca Viola, diciassettenne rapita e stuprata dal suo ex compagno Filippo Melodia nel 1965 in Sicilia.

Franca però si oppose alle nozze, diventando la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore. Ma poco le importava di essere la prima: “Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé” (così disse intervistata dal giornalista Riccardo Vescovo).

Il parlamento italiano abrogò l’articolo normante il matrimonio riparatore (l’ex articolo 544 del cp) nel 1981. E nel 1996, lo stato italiano, traspose il reato di stupro da “reato morale”, a “reato personale”.

E l’Italia lo fece così tardi.

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