Nonò

IL RACCONTO SECONDO CLASSIFICATO AL CONCORSO LETTERARIO DI INCHIOSTRO“QUELLO CHE NON HO”

di Marta Arnaldi

  Là su salendo ritrovar potrai

Ludovico Ariosto

NOTA DELL’AUTRICE. Questa storia parla di desideri falsi e di desideri veri. Quello che non ho è la molla che scatta per questa differenza, a causa dello scarto, cioè, tra ciò che si sogna e ciò che si pensa di aver perso.

 

Quello, quasi lo suggerisce il nome, era un tipo tranquillo, si sarebbe detto insipido e finanche un po’ flemmatico, anche se, occorrerebbe precisarlo, di una lentezza affannata e irrequieta, una specie di calma fredda e come di ghiaccio, facile al dissolvimento e al passaggio di stato: dalla placidità alla premura e viceversa, senza zuffe particolari. In generale, Quello amava sognare la vita, ma purtroppo, la vita, se la vedeva passare davanti agli occhi – come la giostra dei cavalli, o le urla dei bambini, o le giornate di sole – perché nel frattempo gli succedevano sempre altre cose, di sicuro più pratiche e più stringenti. Ad esempio, la mattina, appena sveglio, se serviva sbrinava i vetri dell’automobile, prima ancora di fare colazione, per godersela di più; poi, dopo essersi vagamente pettinato, si infilava la camicia e usciva di casa, pronto a sferzare nuovi attacchi (o a resistervi); di sera, infine, si cucinava la pastasciutta davanti al computer, o il risotto allo zafferano. Insomma, vivendo in quel modo, da ragazzo a posto e da persona per bene, trovava sempre qualcosa da sapere o qualcos’altro da fare. Ad un certo punto, addirittura, si accorse di intendersene davvero parecchio di diritti e di doveri (degli uomini): i doveri, in particolare, li aveva imparati tutti, essendoglisi presentati uno ad uno, dal primo all’ultimo, in processione e a capo chino. Scherzi a parte, Quello era uno che le cose le sapeva veramente, se non altro perché le aveva vagliate tutte con cura (l’università, il lavoro, l’amore), le aveva immaginate qualche volta (specie quando era andato in vacanza e aveva potuto leggere i libri), e, in ogni caso, se mai non fosse riuscito a figurarsele tutte, gliele aveva mostrate il televisore.

C’erano tempi, però, di silenzio, in cui si acquietava anche la brina, durante i quali Quello smetteva di pensare ai mesi in cui era stato felice, e ai sorrisi perduti. In quelle pause, sia che fosse chiaro sia che fosse notte, accadeva persino che la pioggia cessasse (sempre che facesse brutto) e che la vita gli apparisse in sogno, sui suoi cavalli. Ovviamente, quella vita sognata era cosa ben diversa dalla vita vissuta e dalla vita che aveva, o che non aveva, o che non aveva avuto, sicché altrimenti Quello si sarebbe trovato a sognare la realtà, il che, stando almeno all’ultimo post-it appiccicato sopra la scrivania, era logicamente impossibile. «Sogno elide realtà. Realtà scaccia sogno», rimuginava un giorno, tra la salvia del giardino, sotto la luce grigia. Quella volta, guardandosi intorno, mentre vedeva gli uccelli di novembre volare più bassi e perdere quota – uccelli più gonfi e più grevi rispetto agli estivi, con teste piene e ali un po’ tristi – mentre quegli uccelli si fermavano sulla terra rossa – chissà da quale freddo si erano staccati, da quale gerbido, da quale brina – Quello puntava i costoni di roccia sbucciati dall’ombra, ginocchia d’anziano, giù lungo il fiume, vicino al canneto ondoso, dove la pietra pregava e dove, senza spiegazione, nasceva e cresceva l’odore del mare (e più il mare amava il suo delta, più l’odore saliva). Quella volta, intanto che sciabordava l’acqua fresca della vita, libera e immune, lui capiva che la salvia non aveva luce grigia, né poteva averla: la salvia grigia, piuttosto, era già luce di mare, luce non più terrestre, luce di un tempo speso in cielo. Con le nuvole. Quel giorno capiva che le cose potevano essere guardate (oddio: dovevano essere guardate) da un’altra parte, anzi, da tutt’altra parte, come da un altro mattino: bastava soltanto che la paura, galeotta eterna, megera infernale, finalmente esaurisse le sue gocce maledette, gocce peste, gocce di tenebra, nebbiose pozioni. In un certo senso, bastava che smettesse di piovere. Bastava che quel dannato rubinetto morisse di 2

 

sete, una buona volta, nelle arsure e nel bruciore, sotto il sole di Liguria, il sole steso. In breve, senza quell’inutile incantamento e fuori dai pericoli di quella moralista sconcia, di certo Quello sarebbe parso meno tranquillo, meno sconnesso e meno piccoso – nonostante gli occhi presi dagli scogli e dal dirupo leggero…il vento. Sì, perché senza paura, senza mani di tenaglia appiccicose e ingiallite, Quello avrebbe sganciato il suo altèro attacco alla vita: abbrancato il sogno – perché un unico, grande sogno aveva – dopo aver ingranato anche il più offuscato e il più spigoloso dei sillogismi, avrebbe attaccato le danze, avrebbe orecchiato le sinfonie della vita, avrebbe detto a Nonò «amore mio, vieni con me», ché «quello che mi manca non ce l’ho ancora», ché «quello che mi manca sei tu».

Nonò, occhi d’ambra, era perfetta, e per di più era anche gentile. La sua gentilezza, tuttavia, similmente alla lentezza di Quello, era strana e bifronte: infatti, se da un lato la faceva raggiare e splendere come il mattino, un mattino senza doveri, dall’altro lato la metteva in gabbia e in guardia, nella prigione dell’approvazione e delle apprensioni, dentro celle sudice e malsane, senza perdono. Così, per un assurdo meccanismo di potere, per un inghippo sciocco della macchina, mentre il mondo godeva della sua mitezza, lei non arrivava al suo buon cuore; mentre la gente cercava il suo sorriso, lei non spiegava la sua infelicità; mentre tutti riconoscevano la sua cortesia, lei si convinceva di non essere umana, di non saper abbracciare la sofferenza, di non aver dato i suoi frutti. Vanamente, passava il tempo ad ascoltare quella sua balbuzie impietosa e cruda – esasperato mormorio delle guardie che parlottavano tra denti e sigarette, o inesprimibile fraseggio del bosco oltre le feritoie? – mentre tra le mani le scoppiavano bombe di verità, bombe in prigione: se tutti la volevano, se era ciò che non avevano, e se lei non era lei, allora era lei che si mancava, era lei che non si aveva. Nonò non aveva se stessa. Come un fiore esposto a tutti e senza riparo. Fiore, che doveva toccarsi.

Fu così che iniziò la sua avventura (l’avventura di sé), la ricerca di ciò che non aveva (la ricerca dell’altro da sé), la caccia all’amore che creava e all’amore che aveva creato le sue mani, meraviglia infinita, mani di fiore. Nonò, tramortita dal ritmo della pioggia e del sole, della luce e dell’ombra, continuamente si seguiva e si cercava, ma ogni giorno e ogni notte, anziché ritrovarsi, si perdeva di nuovo, nelle punte di luce, negli scarti di cielo, nel buio e nel fuoco, nella pelle, negli occhi, dove venivano il pianto e l’amore, e dove, se scendeva la grazia, non si poteva che piangere o amare. Davanti al cielo, Nonò non aveva più nulla.

Quello Non mi aspettavo di prendere questo caffè con te oggi.

Nonò Neanch’io.

C’era un bel blu intorno a loro, nel bar e sotto i tavolini, un blu che si perdeva in sabbia e vento.

Quello Scusa, ci porteresti dell’acqua per favore?

Il cameriere, che era rimasto a guardarli da un pezzo, prese la bottiglia senza allontanarsi dal dehors, tirandola fuori dal mobile esterno, dai ripiani più bassi. Era davvero troppo tempo che a Riva non si vedeva una ragazza così bella. Il sorriso le partiva dagli occhi.

Sorseggiarono di gusto e nel sole, da due bicchieri sbeccati e densissimi che sembravano legno di botte.

Nonò Quest’acqua sa di vino.

La sua voce veniva dal silenzio, dal pietrisco che scricchiolava, dai passi del gambero, dalle conchiglie tartassate, dai piedi. Calava a picco, di novembre, scoscesa, nell’ora tiepida e più chiara del mare.

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