«Non posso spiegare tutto» – Intervista a Igor de Marchi

L’autore

Nasce a Vittorio Veneto nel ’71, dove vive. Dopo gli studi di Lettere Moderne ha scelto la professione di artigiano, che ha svolto fino al 2016. Nel frattempo ha pubblicato due libri di poesie: Darwiniana (Amos Edizioni, 2015) e Resoconto su reddito e salute (Nuova Dimensione, 2003) e altre pubblicazioni. Alcune poesie sono state tradotte in spagnolo e inglese. Con Sebastiano Gatto e Giovanni Turra ha creato nel 2017 la collana A27 poesia per Amos Edizioni. Il varco (Unicopli, 2019) è il suo primo romanzo. Qui il suo sito web.

Buonasera Igor, per iniziare ti chiederei il tuo rapporto con l’editing, nonché un tuo parere complessivo. Come sai bene, la collana di Unicopli in cui il tuo libro Il varco è stato pubblicato è una collana editing free.

Prima di questo romanzo ho pubblicato tre libri di poesia per i quali non c’è stato editing. Non lo so se sia la regola o se anche in poesia ci sia un confronto serrato, qualcosa che assomigli all’editing in narrativa. Quando un paio di anni fa ho dato vita (insieme a Giovanni Turra e Sebastiano Gatto) alla collana di poesia A27 per Amos Edizioni, questo tipo di lavoro lo facevamo. Qualcuno lo apprezzava, perché se non altro aiutava l’autore a uscire dall’isolamento in cui si trova durante la scrittura, altri meno. Nel caso de Il varco è stato facile: Flavio si è presentato con un progetto per una nuova collana editing free. Lì per lì la cosa mi piacque. Poi, ripensandoci, mi tranquillizzava e mi preoccupava allo stesso tempo. Ma le idee chiare di Flavio e di Giorgio Politi mi hanno fatto convinto, e il lavoro è proceduto spedito senza grossi intoppi. Si sono assunti un bel rischio, riducendo al minimo l’editing sul manoscritto, e anche noi autori lo abbiamo fatto, accettando con loro la scommessa. Ma forse per questo il lettore ora si trova qualcosa di differente, l’opportunità di leggere romanzi diversi da ciò che si è abituati a trovare attingendo alle pile di libri appositamente predisposte dietro le vetrine delle librerie.

Parliamo del libro. Leggendo Il varco colpisce il fatto che il paesaggio agisca come un vero e proprio personaggio e non sia solo l’oggetto di uno sguardo.

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Il “paesaggio” è un concetto fondamentale ne Il varco: ci sono ampie descrizioni di paesaggio, che hanno solo in apparenza a che fare con la vista, la quale di solito scorre superficialmente dando un’opinione d’insieme, una veduta appiattita dalla dittatura del generale, della maggioranza. Cosa che trovo poco interessante.

Il paesaggio è sempre in relazione con la persona, in un rapporto di connivenza. Ho cercato di rispettare il legame indissolubile tra il paesaggio e il protagonista, o i protagonisti, dove l’esperienza della persona non è astratta, non è posta a margine di una veduta, ma esiste e ha senso proprio perché immersa nel paesaggio.

Mi sembra anche un testo molto diverso dagli altri pubblicati nella collana. Non una spy story, né un noir. Non propriamente. Non certo l’idea della raccolta di racconti. Forse qualcosa del giallo.

Non catalogherei Il varco in base ai generi letterari, o come il frutto di un mescolamento di generi. Come hai notato ci sono elementi solitamente legati al giallo, nella fattispecie del giallo metafisico, o al fantastico forse. Però mi fermerei a questo. Penso che la letteratura abbia il dovere di cercare e trovare dove crede il materiale che ritiene necessario per arrivare al risultato prefissato. Tuttavia, solo per esempio, la figura del gorilla che compare nel romanzo, non è ascrivibile alla sfera del fantastico o dell’horror ma è nell’ordine del poetico e del simbolico.

Certo. E i cosiddetti “modelli”? Mi sembra che la tua sia una scelta di profonda diversità nei riferimenti. Che rapporto hai col cinema? Con la musica? Con la serialità televisiva?

Potrei dichiarare dei modelli che lo sono magari solo per me e per motivi o aspetti della scrittura che il lettore non riconoscerebbe. Per anni, ad esempio, ho pensato di ispirarmi a registi, per la luce e la crudezza delle storie e delle immagini, come i fratelli Dardenne, e invece scopro che mi hanno influenzato di più altri che trovavo interessanti ma che pensavo distanti da me, come ad esempio Terrence Malick.

Gruppi come Talking Heads e Pere Ubu, o più recentemente come Xiu Xiu o Phil Elverum, molto diversi dai primi, mi hanno aiutato a riflettere sulla struttura e il tono di un testo poetico, e a trovare delle soluzioni per me interessanti.

Non ho invece molta dimestichezza con la serialità televisiva. Ho visto in tutto due o tre serie; ho molto apprezzato Twin Peaks degli anni Novanta (ma tutto Lynch in generale), se si può considerare una serie, e Lost, che se non sbaglio è una delle prime, o una di quelle che ha dato la svolta, innescando la proliferazione del genere.

Uno scrittore ha da rapportarsi in qualche modo con un immaginario culturale profondamente influenzato dalla serialità, che in qualche modo sta assurgendosi a letteratura di massa, a romanzo d’appendice?

Noto, parlando con altri scrittori, come molti sentano il fascino di quel tipo di immaginario e di scrittura, e che anche l’editoria si adegui facilmente, cercando quei sapori e quel tono, quella costruzione dei personaggi, e le dinamiche tra i personaggi, e soprattutto gli stessi dialoghi; così finisce che scriviamo dialoghi come fossero film o serie americane. Il successo di quei prodotti oscura la letteratura? Diciamo che toglie tempo ed energie alla lettura, e le persone investono emotivamente di più in simili intrattenimenti piuttosto che nei libri. Qualcuno dice che la colpa sia anche della letteratura… non lo so, io credo che la letteratura, almeno quella che piace a me, abbia molto da perdere e poco da guadagnare nell’imitare le serie, per quello che conosco.

Ti andrebbe di approfondire? 

Parola e immagine sono due forme d’arte diverse, che parlano in modo diverso, che veicolano anche contenuti o riflessioni personali diverse, approcci diversi, ma credo che la letteratura non debba rinunciare ad alcune peculiarità che le sono proprie e che sono poi la forza con la quale si impone e sopravvive nell’immaginario, nelle menti e nei cuori delle persone – ad esempio, proprio la sua irriducibilità completa all’immagine. Non necessariamente la scrittura deve essere “visibile”, o ridotta a un racconto di immagini. Ci sono pagine memorabili che non possono essere riprodotte dall’immagine filmica, e va bene così. La scrittura agisce direttamente nella testa e nella pancia del lettore senza passare da un supporto visivo (escludendo i caratteri e la pagina), non ha bisogno della mediazione dell’immagine. Attiva i sensi senza che i sensi abbiano un contatto diretto con l’oggetto che le parole evocano e delineano soltanto. È un grosso e potente vantaggio.

Ho concepito Il varco pensando deliberatamente a un tipo di scrittura mal traducibile in immagine filmica, non solo per le scene e i personaggi (penso ad esempio al gorilla, al quale ho dedicato un intero capitolo in cui riporto il suo punto di vista e il suo pensiero senza una parola di commento, senza una spiegazione) ma soprattutto per le descrizioni ambientali e di paesaggio, cercando di essere accurato ed evasivo allo stesso tempo, cercando di sciogliere nella scrittura, per non rendere più scomponibili gli elementi di partenza, il personaggio con i suoi pensieri e l’ambiente che lo circonda.

Rispetto all’immaginario prodotto dalla serialità televisiva la letteratura insomma ha molte più risorse e potenzialità, più scelta e più fantasia. Riesce a restituire, sicuramente nei casi migliori, esperienze, storie, linguaggi, conflitti, distopie, fantasie più ricche e interessanti.

E i tuoi modelli “direttamente” letterari?

Mi limito a citare due scrittori italiani contemporanei che mi piacciono: Vitaliano Trevisan e Guido Mazzoni. In Works, soprattutto, Trevisan ha fatto un lavoro enorme e scrupoloso. Trevisan ha un’incredibile capacità di afferrare e tenere fermo l’oggetto sul quale esercitare ossessivamente la sua chirurgica attenzione, adopera la scrittura come un tornio al contrario: a girare non è l’oggetto ma le parole, e girandoci attorno scendono nel pezzo e lo scarnificano progressivamente fino a renderlo pulito come un osso, lucido come fosse pronto per trarne monili da memoria. E poi le prose di Guido Mazzoni, visto che stiamo parlando di prosa, sia quelle che compaiono nei suoi libri di poesia sia quella saggistica. Ecco, lui è un altro straordinario esempio di lucidità analitica, lucidità che presuppone grande padronanza dell’oggetto e dei mezzi di indagine.

Abbiamo accennato al tuo lavoro nella poesia. Vorrei chiederti, concludendo, qualcosa a proposito del rapporto – evidente – tra il tuo libro e la forma poetica.

Ho cercato di essere accurato e vago, dettagliato ed evocativo al tempo stesso, come quando scrivo versi. Non posso fare diversamente, è il mio modo di pensare. Per me è importante rispettare una sorta di mistero, sotto la luce di una chiarezza apparente, una sorta di ombra inafferrabile della scrittura, che è propria delle storie importanti e interessanti, che va oltre la semplicità della trama.

Voglio che il lettore non si trovi tutta la pappa pronta, che non si riduca a vittima passiva di uno spettacolo già andato in scena nella mente dell’autore senza sfumature. Il lettore, così come accade per la poesia, deve fare un po’ di fatica, sennò si annoia; deve essere complice, come in poesia, proprio perché gli chiedo di partecipare alla costruzione del senso, solo proposto dal testo. Il linguaggio evocativo e accurato secondo me aiuta.

Non posso spiegare tutto: ci sono cose che sfuggono alla nostra foga regolatrice, mia di autore prima di tutto e poi quella di chi legge, che sottraendosi ci spostano, ci modificano, che ci fanno pensare e ci chiedono di non essere scontati e omologati. E non parlo necessariamente del soprannaturale, o dello spirituale. Le domande sono un vero e proprio patrimonio dell’umanità. Ci contraddistinguono, ci uniscono. Le soluzioni, certe volte, sono invece propaganda, persuasione.

Questa sospensione di incredulità (accordare una possibilità di esistere a forme diverse, ad alternative, all’altro) unita alla necessità della polifonia (appunto l’altro e i suoi percorsi di pensiero e di sensazioni) vengono, per me, dalla poesia. Il poeta, anche il più chiaro e scarno, se bravo, lascia spazio al lettore, garantendo e difendendo il mantenimento di quello spazio, di quell’ombra proiettata dalle parole che lui mette in versi. Anche quando l’interpretazione di un testo poetico pare essere chiara e univoca, una parola, una virgola, una costruzione sintattica, ci fa capire che dentro, o dietro, c’è un’altra vita, e che forse ha a che fare con la nostra, per contiguità o per contrasto, e quella vita è mobile, si manifesta col movimento, si sposta e ci sposta, non è affatto ferma e museale, data una volta per tutte; qualcosa, dentro la poesia, sempre, si muove.

È una forma d’etica testuale, di rigore.

C’è etica nella scrittura, così come in qualsiasi mestiere o arte, proprio perché l’etica regola (o non regola) il consorzio umano.

Curioso però che questa domanda non la sento mai rivolta a un tappezziere o a un insegnante. Sembra che, nonostante l’irrilevanza che la letteratura ha nella vita quotidiana delle persone, si chieda proprio a questa, che è appunto ai margini, di essere uno dei luoghi privilegiati e testamentari dell’etica.

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