Nessuno tocchi il reato di tortura

“Ormai lo sport preferito da alcuni detenuti è la denuncia immotivata di violenza o tortura da parte di donne e uomini in divisa. Bisogna rivedere quella normativa perché c’è l’avvocato a gratis, all’infinito, non per i poliziotti ma per i delinquenti e quindi qua c’è qualcosa che non funziona”

– Matteo Salvini, 19 Novembre 2019, durante il suo intervento al congresso nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia

A pochi giorni dalla definitiva sentenza sul caso Cucchi, l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini ha scelto di ribadire la propria posizione sulla legge che stabilisce che la tortura è un reato e ha manifestato l’intenzione di rivederla quando “tornerà al governo”.

In realtà, la storia del reato di tortura in Italia è già complessa, tanto complessa che, per certi versi, è come se quel reato non ci fosse.
Dal 1988, anno in cui l’ONU pubblicò una convenzione che obbligava gli stati aderenti a prendere “provvedimenti legislativi, amministrativi, giudiziari per impedire gli atti di tortura e per introdurre il reato nel suo diritto penale”, sono state presentate quasi settanta proposte di legge, tutte archiviate fino al 2017, quando venne approvata quella dell’allora senatore del PD Luigi Manconi.
Manconi, in collaborazione con Amnesty e con le associazioni Antigone e A buon diritto, aveva elaborato nel 2013 un testo che nel corso del suo iter parlamentare fu tanto avversato, emendato e rivisto che al momento di votarlo quattro anni dopo, quasi totalmente stravolto, l’ex senatore si astenne. Appena approvata la legge, l’ONU la definì “incompleta e inapplicabile”.
Le associazioni che l’avevano promossa non ne festeggiarono l’entrata in vigore (“avremmo voluto una legge diversa”, dichiara Amnesty) e nei trent’anni di vuoto legislativo sulla questione contiamo dei morti, morti che possiamo a buon diritto definire vittime di stato. Aldo Bianzino, Federico Aldovrandi, Stefano Cucchi, per citarne solo alcuni noti, e senza dimenticare chi non morì ma fu picchiato, arrestato ingiustamente e sottoposto a qualsiasi genere di violenza fisica e psicologica. Un caso eclatante fu il blitz alla scuola Diaz durante il G8 di Genova nell’estate del 2001, operazione che sarebbe poi stata definita dal vicequestore Michelangelo Fournier, con un meraviglioso eufemismo, “colluttazione unilaterale”. 

Manifestanti al G8 di Genova, Luglio 2001


I principali oppositori dell’introduzione del reato di tortura furono le associazioni sindacali della polizia e dei carabinieri e i partiti di destra: nel 2015 l’allora segretario del SAP (Sindacato Autonomo di Polizia) Gianni Tonelli, poi deputato della Lega, affermò che “il reato di tortura porta con sé un pesante fardello di disprezzo ideologico, il desiderio mai sopito di <<dare una lezione>> alle forze di polizia e agli operatori, una sorta di vendetta da parte di chi le divise non le ama e non le vuole”. Tonelli è anche tra i più grandi avversari della proposta del codice numerico identificativo per le forze di polizia che gestiscono le operazioni antisommossa, altra lotta portata avanti da Amnesty.
In un certo senso, l’opposizione vinse. Tra le varie modifiche apportate al ddl, ci fu quella che riduceva la tortura da reato “proprio” a reato “generico”: l’appartenenza di chi tortura alle forze dell’ordine smette di essere un elemento costitutivo del reato per diventare solo un’ipotetica aggravante, ipotetica perché, ad oggi, le condanne per tortura sono state inflitte (proprio in virtù di questo cambiamento) praticamente solo a cittadini comuni. D’altra parte, Alessio Di Bernardo e Raffaele d’Alessandro, sul caso Cucchi, sono stati condannati a dodici anni di carcere con l’accusa di omicidio preterintenzionale, non di tortura.


Manifestanti di Amnesty International

Il reato di tortura, e in generale gli abusi delle forze dell’ordine, non sono tuttavia un tema delicato solo in Italia. In Messico sono state registrate, tra il 2000 e il 2013, oltre 7000 denunce alla Corte dei diritti umani e solo cinque si sono concluse in condanne con l’accusa di tortura. Cinque su 7000.
In Siria si praticano da decenni trenta metodi diversi di tortura fisica e in una prigione delle Filippine è stata trovata, nel 2014, una ruota simile alla ruota della fortuna, che serviva invece a decidere in che modo torturare il detenuto.
Anche la tortura non è esente da evoluzioni: se i metodi elencati fino a ora richiamano, per certi versi, quelli di stampo medievale, con il passare del tempo e con l’introduzione di una legislazione a riguardo, i metodi di tortura hanno subito modifiche strutturali. Innanzitutto, una delle più frequenti forme di tortura a cui sono quasi ovunque sottoposti i detenuti, specialmente quelli in custodia cautelare, è il bombardamento di psicofarmaci, principale causa, in virtù della natura del trattamento neurologico inflitto, della scarsa frequenza, per esempio, di rivolte in carcere.
Negli Stati Uniti, poi, vengono da anni utilizzati dei metodi più “sottili” per colpire i prigionieri senza lasciare loro segni fisici: negargli il sonno, esporli a luci accecanti, metterli in stanze totalmente insonorizzate, isolarli, minacciare i loro familiari, obbligarli a rimanere nudi di fronte a estranei, tenerli incappucciati per mesi.  In questo modo, mancando prove concrete della violenza, la tortura diventa ancora più difficile da dimostrare in un processo – per non parlare poi dei frequenti casi di bugie sotto giuramento delle forze dell’ordine.

Diversi studi hanno provato, anche basandosi sulle ammissioni di alcuni agenti della CIA, che oltre ad essere un’operazione disumana la tortura è spesso anche inutile. Un detenuto sotto tortura finisce per confessare sempre, sa quello che l’accusa vuole sentire e lo dice, indipendentemente dal fatto che sia la verità o meno, ammesso che la verità la sappia. Sotto tortura, oltre a rischiare di morire, si mente e si inventa.
Nonostante tutto questo sia ormai noto, la tortura continua ad essere praticata e il motivo non è difficile da capire, anche senza scomodare tutti gli studi che sostengono la natura violenta dell’uomo: la tortura fornisce confessioni, e quindi fornisce colpevoli. Quando diventa socialmente accettata, poi, diventa anche un deterrente, un monito, uno strumento di repressione.
La tortura rende più breve un’indagine e più immediata una soluzione e, a quanto pare, l’esattezza di un provvedimento giudiziario occupa, nella nostra scala di valori, un gradino più basso rispetto alla velocità con cui tale provvedimento si raggiunge.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *