Attualità

N’drangheta a Pavia

di Matteo Miglietta

 

Luglio sembra essere un mese tanto sfortunato quanto emblematico per quanto riguarda i rapporti fra ‘ndrangheta e istituzioni a Pavia. Partiamo dal 31 luglio 2006, quando il boss della ‘ndrangheta Francesco Pelle, detto “u Pakistanu”, viene ferito a colpi di lupara ad Africo, in provincia di Reggio Calabria. Lui si salva per miracolo ma un bossolo gli resta conficcato nella colonna vertebrale, costringendolo a una vita sulla sedia a rotelle. Per vendicarsi il boss organizza una spedizione punitiva: a Natale dello stesso anno Marco Marmo, un suo sicario, uccide Maria Strangio, la moglie del boss che aveva ordinato il suo omicidio.
Ormai il turbine senza controllo delle vendette mafiose ha cominciato la sua corsa e gli Strangio, a loro volta, si vendicano a Ferragosto dell’anno successivo uccidendo sei persone (fra cui lo stesso Marco Marmo) nella tristemente famosa strage di Duisburg. Intanto “u Pakistanu” ha bisogno di cure e riabilitazione per la sua lesione alla colonna vertebrale. Così, il 3 luglio 2008, si presenta sotto falso nome alla Fondazione Maugeri di Pavia e comincia la sua degenza caratterizzata, si scoprirà in seguito, da mance generose per gli infermieri e diversi cambi di stanza.
Il 17 settembre due strani infermieri si presentano però al suo cospetto e lui, intravedendo le pistole nascoste sotto i camici, teme si tratti di due sicari pronti a freddarlo nel suo letto d’ospedale. I due sono invece carabinieri del Ros di Reggio Calabria che, dopo una lunga indagine, finalmente possono arrestarlo fra lo stupore del reparto di neuroriabilitazione.
È l’episodio più inquietante riguardo la malavita organizzata che si sia mai verificato a Pavia. Ma se gli ingenui potevano pensare a un caso isolato di un boss che va a nascondersi in una piccola cittadina del nord al riparo da occhi indiscreti, questi hanno dovuto ricredersi nell’estate di quest’anno.
13 luglio 2010: una delle più vaste operazioni antimafia mai svolte in Lombardia porta all’arresto di 304 persone legate alla ‘ndrangheta calabrese. Fra queste sono numerose quelle direttamente collegate alla città di Pavia e alla sua provincia, primo fra tutti il direttore sanitario dell’ASL Carlo Chiriaco. Spuntano fuori numerose intercettazioni, fra cui quella del giugno 2009 in cui lo stesso Chiriaco si vanta di essere, insieme al consulente tributario Giuseppe Neri, uno dei capi della ‘ndrangheta pavese.
I tratti più loschi della vicenda sono già evidenti dalle parole contenute nell’ordinanza d’arresto che lo riguarda: «egli è in contatto costante con membri del sodalizio coi quali, dalla propria privilegiata posizione, intesse rapporti di reciproco interesse rendendo possibile la devastante penetrazione del sodalizio nel tessuto economico, politico e amministrativo pavese».
Ma chi sono questi «membri del sodalizio? Secondo quanto appare dalle prime indagini, oltre al già citato Neri, primo fra tutti è Cosimo Barranca, il capo della cosca di Milano con il quale Chiriaco stava preparando un grosso investimento immobiliare nel bresciano. Vanno poi aggiunti, però, molti interlocutori di varia natura e carica istituzionale, il cui coinvolgimento è tutto ancora da provare. Si è parlato molto dell’Assessore alle Attività Produttive di Pavia Pietro Trivi (dimessosi proprio a causa dell’inchiesta), del presidente di ASM Lavori Luca Filippi (figlio di Ettore Filippi, ex vicesindaco iscritto al PD, che dopo aver provocato la caduta della precedente giunta ed essere stato silurato dal suo ex partito, ora milita fra le file del centrodestra), di Angelo Ciocca, leghista eletto membro del Consiglio Regionale con il numero più alto di voti in tutta la Lombardia, e di molti altri.
Il gioco di favori, vendite d’immobili a basso prezzo e compravendita di voti sembra un copione già visto e rivisto, che però non dovrebbe smettere mai d’indignare, soprattutto in un territorio come Pavia e la regione Lombardia in cui, fino ad oggi, parlare di mafia significava essere accusati di attentare alla buona immagine del nord.
La situazione sotto molti punti di vista è preoccupante, per questo abbiamo voluto chiederne conto innanzitutto al sindaco Alessandro Cattaneo, accusato da molti di non essere stato abbastanza duro verso i coinvolti nell’inchiesta, e poi a chi le mani in questo pantano se le sporca davvero, come Grazia Trotti, presidente dell’Associazione antiracket “Vigevano Libera”. Per completezza dobbiamo specificare che abbiamo provato a contattare i vertici dell’ASL di Pavia per ottenere qualche risposta, ma, vista l’indagine in corso, hanno preferito non concederci l’intervista.
Infine, perché anche questa nostra piccola e modesta inchiesta trovi il suo significato, è doveroso ricordare le parole di Roberto Saviano: «ha senso che io giri ancora per raccontare […] se riesco a dire “ascolta come stanno le cose, non credere a come ti viene raccontata una storia, approfondisci, non rispondere con stomaco, invidia, pregiudizi”.
Ho imparato dalle mafie che loro vogliono che tutto sia considerato uno schifo, che tutti i politici siano considerati allo stesso livello. Per loro la calunnia ha un solo scopo: dire ad ogni italiano che queste cose non lo riguardano. Se invece anche in pochi dicessimo “no, voglio andare a fondo, queste cose mi riguardano”, allora forse potrebbe cambiare qualcosa».

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