#Mappamondo – Marzo 2019

Marzo 2019

Africa: Algeria

L’Algeria, fra gli stati nordafricani, dal punto di vista della geopolitica è da sempre uno degli stati più stabili. Invero, durante il periodo delle cosiddette primavere arabe del 2011, le rivolte sfiorarono solamente lo stato magrebino. Negli ultimi anni il potere è stato detenuto da un gruppo di politici assieme a un manipolo di militari e uomini d’affari che hanno sostituito il legittimo detentore del mandato popolare: il presidente ottantaduenne Abdelaziz Bouteflika. Colui che che negli anni sessanta sconfisse le truppe coloniali francesi, diventando, in seguito, ministro degli esteri e, appunto, presidente, dopo aver trionfato nella guerra civile contro le forze islamiste nel 1999. È però da anni gravemente malato a causa di un ictus. 

Ebbene, lo scorso primo marzo, migliaia di persone sono scese in piazza ad Algeri per protestare contro la volontà dello stesso Bouteflika di volersi ricambiare per il quinto mandato consecutivo, e quindi far continuare, di fatto, un governo che solo simbolicamente si dipana attorno alla sua figura, ma che in realtà è diretto dal gruppo di politici e militari di cui si diceva precedentemente. In cui – come risposta il New York Times – pare facciano parte anche il fratello del presidente e il generale Ahmed Gaïd-Sala. Parallelamente, la protesta popolare vuole anche sottolineare la crescente crisi economica del paese derivante dal crollo del prezzo del petrolio – voce centrale nell’entrate algerine -, e dall’imperante disoccupazione giovanile. 

Ma questo – come sopraddetto – va legato al fatto che il ricordo della sanguinosissima guerra civile è ancora vivo nella memoria della parte più islamista del paese, che ha sempre visto nella scelta repressiva delle elezioni del 1999 un vero e proprio colpo di stato da parte dell’esercito. Che, fino a ora, ha sempre rievocato la paura di quelle violenze per bloccare ogni forma di possibile ribellione. Questa volta, però, le cose sembrano diverse, vista anche la maggioranza di giovani che partecipano alle manifestazioni. 

A cambiare lo scenario, infatti, è arrivata la comunicazione del capo dell’esercito Gaid Salah, che ha chiesto la destituzione del presidente ai sensi dell’articolo 102 della Costituzione. E, qualche settimana dopo (il 27 marzo) si è unito alla richiesta del capo militare anche il secondo partito algerino (Rnd). 

Il 29 marzo, per il sesto venerdì consecutivo, sono scese in piazza migliaia di persone, che non chiedono più solamente le dimissioni del presidente, ma contestano tutto l’apparato politico algerino degli ultimi anni. Lo scorso 2 aprile sono sopraggiunte le dimissioni del presidente con effetto immediato. Ora si vedrà quale sarà il corso degli eventi futuri nel Paese.

Europa e Asia: L’asse Roma – Pechino 

La recente visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping in Italia ha definitivamente acceso i riflettori sull’ormai famosa “Via della seta”: una rete commerciali che dovrebbero collegare l’estremo Oriente con il mondo europeo. In questo senso, il memorandum che è stato firmato tra Conte e Jinping – non vincolante sul piano legale – certifica la volontà dell’Italia di aderire alla Belt Road Initiative, favorendo gli investimenti cinesi nelle infrastrutture italiane, a cominciare – com’è ovvio – da quelle portuali (in funzione di questo la Cina è anche diventata azionista di maggioranza di uno dei porti commerciali più importanti del mediteranno come quello greco del Pireo). L’Italia, quindi, è diventato il primo stato del G7 a siglare un progetto geopolitico con la crescente potenza della Repubblica Popolare Cinese, eludendo le molteplici avvertenze provenenti da Washington. 

Gli Stati Uniti, tuttavia, continueranno a ostacolare i progetti cinesi nella penisola, consci del fatto che il nostro paese punta al sostengo finanziario d’oltreoceano per sostenere il debito pubblico una volta che la Banca Centrale Europea porrà fine al quantitative easing; al contempo, è altresì vero che l’Italia non vuole restare indietro nello sviluppo della tecnologia 5G. 

A riguardo, Huawei ha già in azione diverse iniziative volte allo sviluppo del 5G in tutta la penisola, funzionale al progetto del governo centrale cinese di ampliare la connettività infrastrutturale e i sistemi di sicurezza. Invero, il colosso informatico gestisce da tempo un’importante centro per l’innovazione a Pula (Sardegna), e, parallelamente, ha sviluppato due progetti per testare l’affidabilità del 5G a Milano insieme a Vodafone, e nella zona Bari-Matera con Tim e Fastweb. 

I patti stipulati con la Cina, fin dalla loro ufficializzazione hanno destato non pochi dubbi, anzitutto sul versante italiano, che molte altre volte aveva preso accordi con il paese “del sol levante” per poi ritirarsi all’ultimo. Ciononostante, dal 2000 al 2016, il nostro paese è rimasto stabilmente al terzo posto quale meta degli investimenti cinesi in Europa, dietro soltanto a Gran Bretagna e Germania. Ecco, pertanto, il recente aumento di capitali d’investimento cinesi nei porti di Genova, Trieste e Venezia. 

Il patto, soprattutto per la sua non valenza legale, non è comunque una rinuncia al legame strategico che dal secondo dopoguerra lega l’Italia agli Stati Uniti, come d’altronde è accaduto già per altri paesi che da tempo sono commercialmente legati alla Cina: la Germania su tutti. La cui richiesta di maggior trasparenza degli investimenti cinesi, corrisponde alla medesima strada che deve perseguire l’Italia, ossia quella di fondare una cooperazione intelligente con la Cina, plasmata sul proprio interesse nazionale. In questo senso, lo sviluppo delle infrastrutture nel nostro Mezzogiorno è di fondamentale importanza, anche per poter un domani sviluppare le implicazioni commerciali della “via della seta” in un ruolo di maggior rilevanza commerciale sia in ambito europeo che verso il continente africano. Dove la Repubblica Popolare è lo stato del resto del mondo più radicato. Ecco il perché geopolitico dell’Italia: un trampolino di lancio commerciale perfetto. 

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