LUCY – RECENSIONE

Il 25 Settembre è arrivato anche nelle sale cinematografiche italiane Lucy, l’ultimo – da me personalmente attesissimo – lavoro di Luc Besson.

Lucy (Scarlett Johansson) è una ragazza sbandata e non particolarmente intelligente, che studia e vive a Taipei e che per una sfortunata serie di circostanze viene coinvolta nel traffico di una nuova, potente droga sintetica. Rapita da un gruppo di pericolosi spacciatori senza scrupoli, viene costretta a lavorare come corriere per esportare all’estero questa nuova droga, chiusa in un sacchetto e sistemata chirurgicamente nel suo addome. A seguito di un pestaggio, però, il sacchetto nel suo addome si rompe e la droga fuoriesce entrando in contatto con il suo organismo.Da questo momento in poi il film diventa una vera e propria valanga di eventi al limite del fantascientifico, in continuo e sempre più rapido mutamento.
A contatto con questa droga, Lucy acquista rapidamente poteri e abilità particolari, sia fisiche che mentali, cominciando ad avere un graduale e crescente controllo sulle proprie capacità cerebrali. Improvvisamente lo sfruttamento sempre maggiore del proprio cervello la porterà ad avere un’influenza volontaria sul mondo circostante, in ogni sua parte: sulla materia, sullo spazio e persino sul tempo. Ma ogni evento o azione, ha una conseguenza: la rapida evoluzione di Lucy e l’aumento della capacità del proprio cervello, che dal 10% standard aumenta con sempre più rapidità, porteranno la ragazza a rendersi conto di avere le ore contate. Nel momento in cui il suo cervello raggiungerà la capacità del 100%, il suo corpo cederà, ma la presa di coscienza sempre maggiore di sè e di ogni cosa esistente, porterà Lucy a rincorrere questo pericoloso 100% per spingere al limite la propria evoluzione.
A questo punto del film, una domanda sorge spontanea: Se con un aumento graduale della capacità cerebrale è possibile controllare la materia, lo spazio e il tempo, cosa accadrà mai a capacità totale?
Sarà a questo punto che entrerà in gioco il professor Samuel Norman (Morgan Freeman), docente di biologia dell’Università di Parigi, da tempo impegnato nella ricerca e nello studio dello sviluppo della capacità cerebrale. Dopo averlo contattato, Lucy si recherà in Francia per incontrarlo, il tutto costantemente inseguita dagli stessi spacciatori di droga che l’avevano rapita, determinati a trovarla, ucciderla e recuperare il quantitativo restante di droga che Lucy porta con sè al fine di usarlo per raggiungere la totale capacità cerebrale.
Muovendosi tra azione, inseguimenti, sparatorie e il tipo di fantascienza più intrigante (la presenza della bella e brava Scarlett Johansson gioca un ruolo fondamentale) la pellicola giungerà, forse un po’ troppo velocemente, al punto cruciale: Lucy riesce a raggiungere il professor Norman, il quale, insieme ad altri colleghi, la stava aspettando per monitorare, studiare ed assistere allo stadio finale dell’evoluzione della ragazza.
Senza quasi più nessun limite, onnipotente e onnisciente – caratteristiche decisamente più divine che umane –  Lucy si inietta il quantitativo restante di droga e si appresta al raggiungimento massimo della capacità cerebrale. Dopo tanta attesa, mille ipotesi, e grandissima aspettativa, l’ultima parte del film diventa un terreno pericoloso su cui avrebbe avuto difficoltà a muoversi anche il più abile, talentuoso e fantasioso dei registi. Purtroppo la scelta di Besson risulta piuttosto efficace dal punto di vista visivo, ma poco soddisfacente da quello strutturale e – lo dico a malincuore – vagamente deludente ai fini della storia in sè. Durante tutto il film impariamo che, nel suo continuo evolvere, Lucy riesce a governare il mondo attorno a sè, a piegare al proprio volere il tempo, che nella pellicola viene identificato come ragione dell’esistenza stessa, fino a quando riesce a muoversi attraverso millenni di storia e di scienza tanto velocemente e tanto indietro da ritrovarsi ad un passo dall’inizio di ogni cosa. A questo punto, fantascienza per fantascienza, ci si sarebbe aspettati – o almeno, io me lo sarei aspettata – che arrivando all’origine di ogni cosa, Lucy, di per se ormai divenuta una divinità, incontrasse Dio, nel senso più ampio che ciò possa significare. A questo punto l’abilità del regista sarebbe stata quella di immaginare, identificare e creare per la propria storia, un’ipotetica Genesi, un ipotetico inizio di ogni cosa, un’ipotetica risposta alla domanda che il mondo si pone da sempre: Qual’è l’origine di tutto?
Purtroppo però, tutta l’eccitazione e l’aspettativa crollano come un castello di carte quando Lucy, raggiungendo il 100% delle propria capacità cerebrale, trascende in un nuovo stato di esistenza divina, annullando sè stessa nella propria forma corporea (infatti svanisce fisicamente nel nulla) e lasciando in eredità al professor Norman tutta la propria conoscenza in una sorta di chiavetta usb creata dall’ultimo stadio della sua forma materiale. Ancora più deludente sarà il momento in cui uno dei personaggi chiederà dove Lucy sia finita e sul monitor del suo cellulare apparirà il messaggio: “Io sono ovunque”.
Non ho usato il termine “trascende” casualmente; l’ho usato di proposito perchè nella fine di Lucy sono presenti incredibili analogie con la fine del film Transcendence di Wally Pfister, uscito in Italia ad Aprile 2014. Si ha, in entrambi i casi, una figura protagonista evoluta per qualche ragione a tal punto da raggiungere una forma molto vicina all’idea che abbiamo di Dio e che finisce, in un modo o nell’altro, per diventare parte del tutto. Io sono ovunque è esattamente il concetto finale proprio anche della pellicola di Pfister (oltre a essere stata, in senso meno ampio, la straordinaria chiusura del capolavoro di Brett Leonard Il Tagliaerbe del 1992) con la differenza che, nella fantascienza degli ultimi anni, l’esperimento cinematografico di Pfister è risultato piuttosto originale, mentre Lucy di Luc Besson si chiude con quella voglia di essere originale che però ricade immediatamente nel già visto (e anche abbastanza recentemente, considerando che Transcendence è uscito solo pochi mesi prima). Il dubbio che sorge ora è che la fantascienza rischi di ricadere in una nuova moda che potremmo vedere a ripetizione. Questo potrebbe non essere completamente un male solo ed esclusivamente perchè l’idea è buona e nettamente diversa da quanto visto negli ultimi anni; la sfida, quindi, starebbe nel rendere se non lo sviluppo, quanto meno l’epilogo sempre diverso, nonostante il concetto base rimanga lo stesso.
Per concludere, Lucy di Luc Besson potrebbe dunque risultare deludente in chiusura, ma rimane senza dubbio un buon lavoro, con un mix di Nikita e Il Quinto Elemento, da non perdere.

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