“L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani”

di Valeria Palermo

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Era il 5 maggio 1860 quando Giuseppe Garibaldi, eroe popolare e rivoluzionario, nascostamente appoggiato da Cavour, decisivo e lucido stratega politico, decise, alla testa di poco più di mille volontari, quasi tutti intellettuali “padani”(italiani del Nord) male armati e scarsamente equipaggiati, ma ricchi di entusiasmo, di salpare da Genova Quarto alla volta della Sicilia, con un unico obiettivo: la liberazione del Meridione.  Fu questo l’evento più importante del nostro Risorgimento, poiché condusse, al di là delle aspettative dei moderati, alla tanto agognata unità d’Italia. E così, con la proclamazione del regno d’Italia, si concludeva il lungo periodo “eroico” del Risorgimento italiano, travagliato da guerre ma ricco di speranze, e se ne apriva un altro, meno esaltante, ma ancora più decisivo: la costruzione dello Stato unitario. Una volta unita territorialmente l’Italia, restava, infatti, il problema di unificarla dal punto di vista politico, economico e amministrativo, ma soprattutto quello di colmare l’enorme divario tra Nord e Sud; forte era la necessità di formare tra gli italiani uno spirito civico e una coscienza nazionale,  impresa ben più difficile (ancor oggi non compiuta) della stessa conquista. Ben presto però, proprio quegli ideali di libertà popolare  e nazionale che avevano guidato i Mille nell’impresa, svanirono per far spazio all’arretratezza, alla decadenza e all’ignoranza.

Ancor oggi, 150 anni dopo, appare evidente che la nostra piccola e poco influente Italia, è solo una provincia europea. Tutt’oggi tormentata dalle stupide contestazioni autolesionistiche delle varie leghe del Nord e del Sud che basano le loro idee su chissà quali  differenze tra meridionali e settentrionali e che chissà come, trovano ancora  largo appoggio nella popolazione italiana, o come la si voglia chiamare. Sembra infatti, che  l’obiettivo dell’unificazione non sia stato tutt’oggi completamente raggiunto. Tendenza ancora assai diffusa nella mentalità dell’italiano è proprio quella di non sentirsi affatto “italiano”, escluse poche occasioni, come le partite di calcio della nazionale, o gli incontri all’estero; il popolo italiano è diviso, non solo da nord a sud ma anche da regione a regione, da provincia, città, o quartiere, con risvolti non sempre meritevoli.  L’estremo campanilismo in difesa delle tradizioni, dei valori, degli usi della propria terra quasi sempre sfocia in odi e rivalità, con conseguenze non sempre pacifiche. Eppure ci divertiamo ad accusare di nazionalismo gli altri paesi, solo perché non sappiamo esserlo noi! Forse ci sembra strano vedere un intero popolo che ama tutto il proprio paese, senza distinzioni. E noi, in maniera squisitamente italiana, abbiamo esasperato questo concetto. A cosa è servito quell’autentico sentimento di libertà che ci accomunava 150 anni fa?  Ma quest’anno, nonostante tutto, è giunto il momento di festeggiare la nostra Italia. Chissà che questo evento tanto atteso non porti ciascuno di noi a capire che l’Italia non è fatta soltanto da confini comuni, ma di gente comune che dovrebbe riconoscersi italiana, e come tale vicina per un patrimonio storico, umano e culturale, seppur variegato, fatto di persone che insieme sanno di costituire non una massa, ma una patria. Basta con le volgari strumentalizzazioni politiche anti-unitarie e anti-risorgimentali. Impegniamoci per questa occasione di ritrovare la concordia e lo spirito unitario, ma soprattutto incitiamo noi stessi ad avere un po’ più di orgoglio nazionale. Approfittiamo di questo importante anniversario per puntare i riflettori sul bello del nostro paese. È il momento di esser fieri di essere italiani.  Che oltretutto è fondamentale anche per ricostruire il nostro paese.

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