Le primarie Centrosinistra: commento e possibili scenari futuri

di Francesco Iacona

Si è svolto domenica 25 novembre il primo turno delle elezioni primarie del Centrosinistra. Il loro esito non ha riservato sorprese poiché, come prevedibile, i più votati sono stati il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani e il sindaco di Firenze Matteo Renzi.

I votanti sono stati poco più di 3 milioni e i risultati sono i seguenti:

1- Pier Luigi Bersani  44,9 %

2- Matteo Renzi  35,5 %

3- Nichi Vendola  15,6 %

4- Laura Puppato  2,6 %

5- Bruno Tabacci 1,4 %

Poiché nessuno dei candidati ha raggiunto il 50% + 1 dei voti, i primi due maggiormente votati – Bersani e Renzi, appunto – dovranno prolungare la campagna elettorale ancora di una settimana e, quindi, contendersi la candidatura a premier al ballottaggio che si terrà domenica 2 dicembre.

 

Fatti i preamboli introduttivi, è arrivato il momento dei commenti.

In questo primo turno Bersani ha vinto. Nettamente. E nonostante il suo principale avversario abbia ottenuto un buon 35,5 % non ci si aspettava un distacco così netto (del 9,4 %).

Bersani era dato favorito, ma i sondaggi che prevedevano la sua vittoria tenevano conto esclusivamente dell’elettorato Pd. Era invece plausibile una partecipazione al voto da parte degli elettori di Centrodestra scontenti, i quali tendenzialmente avrebbero appoggiato il sindaco di Firenze a causa della sua linea meno “sinistrosa” rispetto agli altri candidati. Evidentemente questa partecipazione non c’è stata (o se c’è stata è stata poco influente).

Considerati gli esiti ottenuti dal voto per Renzi al ballottaggio non sembrano esserci molte speranze: un distacco del 9,4 % è molto elevato. Bisogna capire come si distribuirà l’elettorato degli altri candidati estromessi dal secondo turno.

Proviamo ad azzardare che chi ha votato Tabacci e la Puppato (1,4 % + 2,6 % per un totale di: 4 %) possa votare Renzi; gli elettori del primo perché vicini a un’area più centrista, quelli della seconda perché spinti dalla voglia di un candidato “nuovo”. In questo modo Renzi, sommando i loro voti a quelli che già ha ottenuto, al ballottaggio avrebbe il 39,5 %. Ancora troppo poco, visto che non raggiungerebbe il 44,9 % di Bersani a cui presumibilmente si sommerebbe il 15,6 % degli elettori vendoliani (per un totale di un netto 60,5 %). Infatti, è improbabile che i sostenitori di Vendola – tendenzialmente appartenenti a un’area di Sinistra poco moderata – votino Renzi, ritenuto uno con idee orientate leggermente all’altra parte politica.

Poi, per carità, qui si stanno facendo solo ipotesi e conti matematici. Ciò che accadrà realmente il 2 dicembre è tutto da vedere. Ma è evidente che nella campagna elettorale precedente al 25 novembre Renzi fosse troppo sicuro di sé e abbia peccato un po’ di presunzione.

 

Inoltre, un altro risultato evidente riguarda il comportamento degli elettori del Partito democratico. Essi, già nel 2009 elessero a stragrande maggioranza il “preistorico” Pier Luigi Bersani come segretario del partito preferendolo a Dario Franceschini e a un più nuovo – e forse più adatto – Ignazio Marino. Oggi hanno nuovamente dato dimostrazione di voler restare attaccati all’usato “sicuro” (e forse logoro?), al vecchio, al simbolo di una politica piatta, stantia e di altri tempi [per approfondire l’argomento, consiglio un mio vecchio articolo: C’è davvero voglia di cambiamento?  n.d.a.].

Giusto per citarne qualcuna… Bersani è colui che appena eletto segretario del Pd, spaventato da un Vendola che a quei tempi attirava molti consensi, diceva: «Le primarie non devono essere un obbligo». Bersani è colui che nelle tornate elettorali dell’ultimo anno e mezzo ha fatto proprie delle vittorie che non gli appartenevano mascherando le sconfitte del suo Pd (il riferimento è alle elezioni locali avvenute nel 2011 e 2012. Per approfondimenti vedere l’articolo Ma Bersani cos’ha da esultare?). Bersani è colui che nella campagna elettorale alle primarie, con tono populista, gridava agli elettori: «Se volete farvi raccontare delle favole, allora non votate per me» (anche se questa fare rappresenta la favola più grossa che si potesse raccontare).

Certo, non è che Renzi sia proprio Re Mida. Si percepisce lontano un miglio la sua perfida ambizione (la quale, per quanto “perfida” non rappresenta certo un reato). E per quanto condivisibili siano le sue idee rottamatrici, è anche vero che egli del tutto nuovo dalla scena politica (seppur locale) non è: eletto presidente della Provincia di Firenze nel 2004, il suo impegno politico inizia nel 1996 a 21 anni, quando fu uno dei contribuenti alla formazione dell’Ulivo di Romano Prodi.

Ma il concetto di nuovo nella politica non riguarda soltanto l’età del candidato (che Renzi, dal basso dei suoi 37 anni, ha dalla sua parte), ma anche e soprattutto le idee, il modo di percepire e affrontare i problemi dei cittadini e del Paese e i metodi di comunicazione. Tutti strumenti che il candidato toscano possiede, al contrario del suo avversario emiliano.

Matteo Renzi è famoso soprattutto come rottamatore, in quanto vuole mandare a casa i politici vecchi e attaccati alla loro poltrona parlamentare – e ai privilegi che ne conseguono – da decenni e decenni. Ma non tutti ricordano che solo un anno fa, alla cosiddetta “manifestazione della Leopolda” egli aveva lanciato un primo abbozzo di politica 2.0, raccogliendo un centinaio di idee riformatrici e di cambiamento da elettori e sostenitori.

Dal punto di vista mediatico Renzi è senz’altro più efficace di Bersani. E questo costituirebbe un ulteriore motivo affinché il Pd punti su di lui. Infatti, prevedendo che le prossime elezioni politiche andranno molto probabilmente al Centrosinistra (il Centrodestra attualmente sembra parecchio allo sbando), bisogna capire in che modo il Centrosinistra vincerà. Bersani non è uno che acchiappa voti, ma piuttosto uno che conserva il proprio bacino elettorale senza essere capace di allargarlo ad altre aree. Renzi, invece, sembra essere uno con capacità persuasive maggiori e perciò sarebbe più adatto a raccogliere parecchi elettori scontenti da altri partiti (in particolare Idv, Pdl, Fli e, perché no, Udc).

Perciò, tornando alle solite ipotesi di risultati elettorali [e sottolineo IPOTESI!!!  n.d.a.], è possibile che il Centrosinistra con Bersani vinca, ma con una maggioranza non altissima; il che farebbe emergere uno scenario in cui i “grillini” del Movimento 5 Stelle (che presumibilmente si accaparreranno una consistente fetta dei seggi parlamentari) potranno fare il brutto e il cattivo tempo. Con Renzi, invece, potrebbe essere diverso: si può immaginare che le sue doti di comunicatore riusciranno ad accattivarsi un consenso più ampio a quello solito del Pd e quindi riuscire a consegnare alla coalizione di Centrosinistra una maggioranza più solida che non sia ostaggio dei “novellini a 5 stelle”.

 

Per chiudere, una piccola nota polemica.

Ciascuno dei circa 3 milioni di italiani che domenica 25 novembre si è recato a votare alle primarie del Centrosinistra ha dovuto versare un contributo minimo di 2 € per coprire le spese di organizzazione e parte della campagna elettorale dei candidati; il guadagno totale, perciò, è stato di circa 6.000.000 €.

Ma c’era davvero questa necessità? C’era davvero il bisogno di far tirar fuori soldi a quegli elettori tanto (e giustamente) convinti di uno strumento di democrazia importante come le primarie? Ce n’era davvero bisogno con tutti i rimborsi elettorali (derivanti da soldi pubblici!) che si intascano i partiti? Se non per queste cose a che cosa servono allora questi “rimborsi”?

Domande che cadranno silenziosamente nel vuoto…

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