Laurea: alcuni possibili cambiamenti tra riforma del valore dei titoli e modalità di accesso ai concorsi

 

di Francesco Iacona

 

Nelle ultime settimane uno dei possibili provvedimenti più discussi proposti dal Governo Monti è quello della riforma del valore dei titoli accademici e delle modalità d’accesso ai concorsi pubblici che essi consentono. La questione più importante riguarda l’idea di abolire il valore legale della laurea. In questo modo, diversamente a come avviene adesso, non tutte le lauree pese
rebbero allo stesso
 modo e il loro valore aumenterebbe
 con l’aumentare del
 prestigio dell’università nella quale si è ottenuto il titolo.
 Se l’attuazione pratica di questo concetto venisse applicata
 correttamente, allora si tratterebbe di
un provvedimento 
innovativo e positivo per le università 
italiane. Infatti, se è 
vero che in Italia ci 
sono ottimi atenei, è
 altrettanto vero che 
ce ne sono altri in
cui la qualità della
 didattica e dell’organizzazione lascia 
desiderare, per non 
parlare dei “baroni” e dei casi di nepotismo. In questo 
contesto, favorire il 
titolo di laurea delle
università più virtuose a discapito di 
quelle meno valide sarebbe un giusto atto di meritocrazia. Inoltre, gli atenei che verrebbero penalizzati – per non perdere iscritti –sarebbero costretti a migliorare il più possibile i propri servizi e la propria didattica. Affinché ciò si realizzi correttamente è necessario che la valutazione della competenza di ogni singolo ateneo avvenga in maniera equa e imparziale (cosa non scontata); in merito, l’Anvur (l’Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) avrebbe il compito di stilare una classifica degli Atenei italiani migliori, la quale avrebbe peso nei concorsi pubblici.

C’è, però, chi teme che l’abolizione del valore legale della laurea possa essere solo un espediente per favorire le università private o quelle con le quali ci sono più inciuci; a tal proposito è bene ricordare che fino a pochi mesi fa il nostro Premier Mario Monti era presidente dell’Università Bocconi di Milano (carica dalla quale si è temporaneamente autosospeso) e che l’attuale Ministro per i Beni e le Attività Culturali Lorenzo Ornaghi è anche il rettore dell’Università Cattolica di Milano. Perciò, l’idea è buona. Ma teniamo gli occhi aperti. Un’altra idea preventivata dal Governo – e strettamente connessa a quella appena spiegata – è quella di eliminare (o quantomeno diminuire) il valore del punteggio con cui ci si laurea: in sostanza, per quanto riguarda le modalità d’accesso ai concorsi pubblici, laurearsi con 66 o con 110 e lode (prendendo in esempio i due voti estremi) sarebbe la stessa cosa. In questo modo verrebbero sminuiti il merito e i sacrifici di quegli studenti che si sono impegnati per laurearsi con il massimo dei voti, vedendosi così equiparati a quegli studenti con medie molto basse. A riguardo, però, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda considera questo un provvedimento atto a salvaguardare gli studenti che prendono voti più bassi non perché carenti di impegno ma perché iscritti in università serie e rigorose, i quali altrimenti verrebbero scalzati da chi prende voti migliori perché iscritto in università con docenti più generosi nel far superare gli esami. Egli, infatti, in un articolo pubblicato su “Il Mattino” del primo febbraio, sostiene che: «[…] L’utilizzo del voto di laurea come titolo per giudicare l’idoneità o le capacità di laureati provenienti da università diverse può generare disparità di trattamento perché attribuisce lo stesso peso a contenuti formativi potenzialmente diversi. Sarebbe come far pagare una uguale imposta sul reddito a soggetti che hanno un reddito diverso. Per rimuovere gran parte del “valore legale” è quindi sufficiente vietare l’utilizzo del voto di laurea come titolo (o ridurne al minimo il peso) e vietare avanzamenti di carriera per effetto della sola acquisizione della laurea». Infine, un ulteriore cambiamento riguardante sempre i concorsi pubblici sarebbe quello di non prevedere punti in più per la tipologia di laurea acquisita. Ad esempio, in un ipotetico concorso nell’amministrazione pubblica, una laurea in Scienze Politiche potrebbe avere lo stesso valore di una in Giurisprudenza.

 

Originariamente pubblicato su Inchiostro n. 117 di marzo 2012

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