La storia di due donne a El Salvador

Maira Verónica Figueroa Marroquín (nella foto in copertina) ha 34 anni e vive nello stato di El Salvador, America centrale, con la sua famiglia. Ha trascorso gli ultimi quindici anni della sua vita in un carcere femminile di massima sicurezza.

La storia di questa donna s’inserisce perfettamente nel drammatico panorama politico-sociale che caratterizza la società civile di El Salvador. Esso, infatti, stando all’ultimo rapporto stilato da Amnesty International, è uno dei paesi più pericolosi al mondo per le donne. Nonché esso detenga uno dei più elevati tassi di omicidi, nonostante il dato reale sia sensibilmente diminuito nell’ultimo biennio. Inoltre, come annunciato , il campo dei diritti delle donne è probabilmente l’ambito più falcidiato dalle politiche dello stato. La legislazione in materia di interruzione di gravidanza ne costituisce l’esempio più lampante (e drammatico appunto): l’aborto è sempre illegale. La donna è tenuta a portare a termine la gravidanza sia che sia stata stuprata, sia che le sue condizioni di salute siano precarie.

Seguendo alla lettera il codice penale di El Salvador, la pena per le donne che abortiscono può arrivare fino a otto anni di reclusione, ma, quasi sempre, i giudici considerano l’aborto come un vero e proprio omicidio, da punire, quindi, con pene da un minimo di trenta a un massimo di cinquant’anni di prigionia.

Ma la storia della signora Marroquín si inerpica all’interno di queste dinamiche da una porta secondaria, ancora più paradossale. Nel 2003 è stata infatti condannata da un tribunale federale a una pena di trent’anni di reclusione poiché aveva avuto un aborto spontaneo, causato, probabilmente, dallo sforzo fisico che la donna sosteneva (e sopportava) ogni giorno come governante di una grande abitazione. Una volta arrivata in ospedale, l’emorragia che c’era stata sul posto di lavoro, non aveva lasciato possibilità al feto di respirare, e i medici ne avevano dovuto dichiarare il decesso. Il giorno seguente la donna era stata immediatamente accusata di omicidio e quindi arrestata. E senza quasi avere nemmeno la possibilità di difendersi –  fino al primo giorno del processo il difensore d’ufficio non le fu assegnato – condannata.

Tuttavia, grazie a una grande mobilitazione delle principali associazioni che si occupano di diritti internazionali delle donne, la pena è stata commutata e Maira Verónica è potuta uscire dal carcere, riabbracciando la sua famiglia, proprio alcuni giorni fa. Le sue prima parole sono state: «Sono molto felice di rivedere la mia famiglia. Spero che alle altre venga offerta l’opportunità che hanno dato a me». Fa ovviamente riferimento a tutte le altre donne che si trovano nelle carceri sparse per il paese perché condannate per questioni inerenti l’interruzione di gravidanza – ben 26 quelle incarcerate solo perché hanno avuto un aborto spontaneo.

EL SALVADOR-ABORTION-VASQUEZ-RELEASE

Tra queste donne, una delle storie più note, che ha fatto la comparsa su tutti i principali quotidiani internazionali, è quella di Teodora del Carmen Vásquez (nella foto in alto). La sua vicenda è molto simile a quella di Maira Verónica. Nel 2007, mentre era incinta di nove mesi e lavorava come impiegata in una scuola del paese, chiamò disperatamente l’ospedale perché aveva avuto una grave emorragia. Ma dal pronto soccorso non rispose nessuno, e il feto morì poco dopo. La Vásquez venne quindi condannata nel 2008 alla stessa pena di Maira Verónica Figueroa Marroquín, e si vide costretta ad abbondare l’altro figlio di appena quattro anni. Quando sarà scarcerata, il figlio ne avrà già quattordici.

Ma storie come queste a El Salvador sono, tristemente, il pane quotidiano. Ancor più dal 1998, anno in cui, a causa delle forti pressioni della Chiesa Cattolica – istituzione onnipresente ed imperante nell’America centrale – il governo vietò, in ogni sua forma, l’interruzione volontaria (e non) di gravidanza. Ad oggi, secondo i dati dell’ “Agrupación Ciudadana de la Despenalización del Aborto” (Associazione di El Salvador che si occupa di sostenere le vittime della legislazione sull’aborto nel paese), si asserisce che nel decennio successivo all’approvazione delle legge (nel ’98 come detto) siano state processate circa 129 donne, di cui 49 sono state condannate per omicidio.

Dappiù i dati del Ministero della Salute dello Stato indicano come casi di decessi a causa di gravidanze a rischio non interrotte, principalmente tra il 2011 e il 2015, siano intorno al centinaio. Mentre i dati  relativi al numero di aborti clandestini toccano quota ventimila; invece i casi di minorenni incinte, tra i 10 e 14, spesso vittime di abusi, a cui è sempre impedito l’interruzione di gravidanza per legge, sono circa 1445.

Le cronache politiche recenti raccontano come il principale partito di centro sinistra abbia messo in campo una proposta per depenalizzare il reato, e finanche concedere l’aborto in casi di estremo pericolo per la salute della donna e di grave malformazione del feto; al contrario l’estrema destra aveva definitivamente chiesto di ufficializzare l’innalzamento della pena per il reato in questione a cinquant’anni. Le ultime elezioni legislative, a inizio marzo, hanno vista la netta affermazione della destra. Il cambiamento, quindi, si presume ancora lontano, benché, lo scorso 8 marzo, centinaia di donne abbiano marciato nelle principali strade della capitale, San Salvador, chiedendo l’abolizione della legge che impedisce l’aborto, dimostrando la loro indomita forza d’animo e coraggio che, però, non sembra bastare.

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