La maggioranza che non c’è più

 

di Giovanni Cervi Ciboldi

 

Questa volta pare davvero che l’era Berlusconi volga al termine. Alla Camera, dopo l’odierna votazione del rendiconto di bilancio, non c’è più una maggioranza: dei sostenitori con i quali il governo era entrato in parlamento ad inizio mandato, 344, ne rimangono 308.

Nel frattempo lo spread supera i 500 punti e l’interesse sui titoli decennali arriva a 6,87%. Record mai toccati prima. Segno che la ripresa si allontana e che l’attuale crisi politica ed economica si avvia a diventare sempre più grave.
Berlusconi non si dimetterà oggi, lo ha annunciato poche ore dopo la votazione, dichiarando di volersi congedare dopo il varo della legge di stabilità: a meno di un repentino recupero dei parlamentari transfughi all’interno della maggioranza, si prospetta allora una successione.
Il governo uscente lascia una nazione in cui rimangono aperte molte questioni di importanza vitale per il futuro dei cittadini, a cominciare dall’adempimento alle richieste europee e a quelle del capo dello Stato, che chiede “sacrifici” e “nuovi stili di vita”. Politica, s’intende.

La gestione dello stato del ventunesimo secolo, come finora l’abbiamo conosciuta, ci ha guidato a questo. Non da sola, certo, ma è imperativo riconquistare la fiducia nella possibilità di creare una buona politica, lasciando da parte un populismo che non sa distinguere tra buoni e cattivi, il quale tanto – troppo – rischia di inficiare la gestione dello Stato. Nulla potrebbe portarci più a fondo di una reazione generalizzata contro l’intera classe dirigente: un pericolo che, in un momento di destabilizzazione, rischia di crescere ulteriormente.

Il cambio di governo, da solo, non sarà risolutivo. Certo è che a poter esigere gli ennesimi sacrifici al popolo italiano può essere solo un governo di largo consenso, non solo parlamentare. Chi rileverà i posti ora vacanti dovrà saper trasformare i recenti fallimenti in lezioni per una rinascita: da una situazione di emergenza come quella in cui si trova il paese, dal punto di vista economico più grave di quanto molti cittadini possano percepire, è necessario venirne fuori il più presto possibile.
La voglia di cambiare c’è: è la voglia svoltare verso una politica concentrata verso obiettivi comuni che sappia compiere rinunce per portare il paese a crescere. Pensare ancora a se stessi, nonostante la situazione attuale, sarebbe la conferma che nulla è cambiato e che, probabilmente, nulla cambierà mai.

 

NdI. La foto ritrae un foglio, autografo di Silvio Berlusconi, sul quale è possibile notare che coloro che mancano all’appello della maggioranza sono chiamati “traditori”.

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