La banalità del razzismo

di Tommaso Pepe

«Io mi consolo quando navigo in Internet e vedo le fotografie del governo. Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango»

 

L’ultima boutade dell’ex ministro Calderoli mette il dito in una piaga aperta e crea tanto più sconcerto quanto più si maschera dietro il paravento della battuta “innocente”. A renderla odiosa, al di là di anacronistici retaggi colonialistici e da fisionomica lombrosiana, è il suo nascere da un accanimento prolungato contro una figura istituzionale, oltre che donna e cittadina italiana a tutti gli effetti.

Il ministro Kyenge ha incominciato a ricevere offese praticamente dal giorno della sua nomina. Si è iniziato con frasi offensive tracciate sui muri di diverse città; un gradino più su, si è passati a dichiarazioni di esponenti politici. Come non ricordare quella frase scioccante di una consigliera di quartiere di Padova, anche in quel caso esponente della Lega, che sui social network postò riferendosi al ministro: «Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato?».
Poi, per alzare la posta, l’aereo (ancora della Lega) che pochi giorni fa in occasione della visita del ministro a Bergamo ha fatto sventolare uno striscione con il messaggio “STOP AI CLANDESTINI”. A seguire gli sgarbi istituzionali di sindaco e presidente della provincia di Bergamo, rifiutatisi di accogliere il ministro in visita nella loro città.

Insomma, una gara ad alzare la posta nel gioco dell’offesa al primo ministro di colore della storia repubblicana. Un circolo di denigrazione che ha avuto per bersaglio sempre la stessa persona e che quindi merita il nome di accanimento, senza riguardo per le regole minime del rispetto e della tutela della dignità altrui.

Uno dei cappi appesi dai militanti di Forza Nuova ieri mattina a Pescara per "accogliere" il ministro, in visita nella città per un convegno

Aggredire in gruppo, in maniera seriale, è semplice: si tira il sasso e ci si rifugia in una impunità collettiva, perché altri lo hanno fatto prima di me. È su questa impunità che avrebbe voluto far gioco Calderoli, gettando anche lui una pietra fra le tante in uno stillicidio razzista che, goccia a goccia, ha avvelenato la vita e il lavoro di una persona negli ultimi mesi. L’ex ministro ha semplicemente cercato di compiere il salto di qualità: trasformare l’insulto in fatto normale. Se una persona è nera, allora è lecito equipararla ad un animale.
Davanti all’abnormità delle parole di Calderoli si sono finalmente attivati i primi anticorpi istituzionali, segno che una certa soglia è stata oltrepassata: Letta e il capo dello stato Napolitano hanno invitato l’ex ministro leghista e tutto il mondo politico a rendersi conto della gravità di affermazioni fatte cadere come fossero facezie prive di conseguenze.

Ma è proprio questa leggerezza a lasciare due sensazioni amare. La prima fa pensare a quella che Hannah Arendt ha efficacemente descritto un tempo come la «banalità del male». Banale sembra essere l’offesa perpetrata da Calderoli: non per la sua presunta innocenza, ma perché frutto di una totale inconsapevolezza di cosa significhino le proprie azioni – o forse, di una meditata operazione di pubblicità politica che punta al clamore e allo scoop.
La seconda è che la vicenda del ministro Kyenge tocca un problema, quello del razzismo, destinato in Italia a crescere piuttosto che estinguersi, a divenire ingrediente più o meno indigesto del nostro dibattito civile. Ancora più che eluso o non affrontato, il razzismo dimostra di essere ancora un problema embrionale, la cui criticità si appresta a diventare sempre più diffusa mano a mano che nel nostro Paese si approfondirà il paesaggio della società multietnica e multirazziale. Una ragione in più per meditare su quanto avvenuto e per trarne le debite conseguenze.

Un pensiero riguardo “La banalità del razzismo

  • Settembre 9, 2013 in 9:11 pm
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    “L’Italia non è meticcia”. In effetti… è molto di più. E’ un mosaico di popoli fin dall’età “preromana”. 😉

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