Recensione – Jane Eyre

 

di Giovanni Cervi Ciboldi

 

Chiunque, nel corso dei propri anni, abbia letto almeno una ventina di pagine del classico firmato Charlotte Brontë, sa quanto possa essere complessa la delineazione del personaggio di Jane Eyre. Naturale quindi essere preventivamente scettici davanti a una sua reinterpretazione di produzione tipicamente americano-commerciale. Eppure è grazie all’interpretazione superlativa della ventiduenne Mia Wasikowska, portata al grande pubblico nel ruolo di Alice nell’ultimo film non certo imperdibile di Tim Burton, che il personaggio protagonista non vede la propria individualità diluirsi in pochi e plateali frammenti, restituendo almeno i tratti peculiari che hanno reso il personaggio un paradigma del contrasto tra l’individuo e la poliedricità delle situazioni rozzamente normate del vivere civile.
Certo sarebbe difficile, se non impossibile, che tale tipologia di cinema mantenesse la totale complessità del romanzo e ne stimolasse le medesime riflessioni fluendo all’interno di uno sconfinato sistema di esperienze. Non è un film europeo, non un’opera destinata a un pubblico colto. Proprio per questi motivi, nonostante la protagonista mantenga la sua complessità, appare piuttosto azzeccata la scelta del quasi esordiente “director” Cary Fukunaga di inasprire quello che è il lato più oscuro e più gotico del romanzo che, pur semplificando parecchio quella che è l’originaria frammentarietà ambientale del romanzo, offre alla vista dello spettatore un complesso tanto unitario quanto agevole. Il dovuto parallelo con il romanzo si chiude qui, lasciando un giudizio inaspettato, tutto sommato soddisfacente. Paragonare questa pellicola alla non memorabile interpretazione data al romanzo da Zeffirelli ci porterebbe troppo lontano.

La regia mostra allora idee lodevoli e non tende a strafare, ponendosi come un mix tra lo scolastico e il talento. Servirebbe maggiore personalità, ma come inizio è certo abbastanza incoraggiante.
La pecca più grande, totalmente interna al film, pare essere la non equità tra i personaggi. Jane Eyre spicca in modo titanico, poco rimane invece di Edward Rochester, interpretato da un Michael Fassbinder (300,  Batardi senza Gloria) che non lascia dubbi sul motivo per il quale fino ad oggi non sia riuscito a convincere nessuno in ruoli complessi e malinconici. Peggior sorte coglie il pesonaggio di Bertha Mason, che si ritrova ad avere un significato puramente strumentale allo svolgersi della vicenda, non lasciando nemmeno immaginare quanto essa rappresenti un contraltare per Jane. Quest’ultima soffre una sceneggiatura puramente divulgativa, mentre è una inefficace interpretazione ad appiattire il coprotagonista, il cui ruolo, se fosse stato affidato a un attore di diversa caratura, avrebbe forse innalzato la qualità complessiva della pellicola.
Le musiche, particolarmente azzeccate ed opera tutta italiana firmata Dario Marianelli (dato che già compose le musiche di un altro riadattamento di un’opera inglese, Orgoglio e Pregiudizio, con il quale ottenne la nomination agli oscar: facile dunque presumere il motivo di tale scelta) spiccano sulle scenografie, sfondo adatto ma non brillante.

Tutto ciò guida crea la sensazione che la vera pecca sia una compressione del codice psicologico non riequilibrata dal linguaggio cinematografico. Il risultato finale è comunque appagante, anche se non memorabile. Un’ora e mezza gradevole, soprattutto per un pubblico femminile alla ricerca di un sentimentalismo lontano dal banale eccesso patetico oramai dilagante nel cinema drammatico non d’autore.
Un capitolo necessario e positivo che emerge dalla piattezza dell’offerta cinematografica di mainstream.

3 pensieri riguardo “Recensione – Jane Eyre

  • 4 Novembre, 2011 in 4:14 pm
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    è una recensione eccellente.

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  • 4 Novembre, 2011 in 7:39 pm
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    Viene da pensare alla tradizione del teleromanzo: ossia, ai classici della letteratura (“I promessi sposi”, ecc.) trasposti sullo schermo, per un pubblico di non elevata cultura. Un tipo di operazione che, forse, non rende giustizia alla complessità originaria delle opere, ma che ottiene di appassionare ad esse molte persone, poste così nella condizione di profittare di un patrimonio culturale altrimenti (in alcuni casi) inaccessibile. 🙂

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