Intervista a Piero Angela

di Nicolò Carboni e Irene Sterpi

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In anteprima pubblichiamo l’intervista a Piero Angela che troverete sul prossimo numero in distribuzione da lunedì prossimo.

[Pavia, Collegio Ghisileri] I miti non sono mai come ce li si aspetta. Li vedi in televisione, su un palco o te li immagini fra le pieghe di un libro e ti fai un’idea, giusta o sbagliata che sia. Qualche settimana fa, Michele Serra ci raccontò delle sua prima intervista a Francesco Guccini, dicendo che, per lui giovanissimo reporter, era stato come “essere invitati da San Pietro in Paradiso”. Bene, per noi, cresciuti a Pane, Cartoni Animati Giapponesi e Super Quark, aver avuto la possibilità di intervistare Piero Angela è stato qualcosa di simile. Dopo averlo inseguito addirittura a cena, irrompendo praticamente nel refettorio del Collegio Ghislieri, Inchiostro ha avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchere con il più grande divulgatore scientifico italiano. Ecco cosa ci ha raccontato.

Inchiostro: Buonasera dottor Angela, per cominciare vorremmo chiederle cosa ne pensa dell’Università di Pavia, dopotutto non è la prima volta che viene a farci visita.

Angela: Ne penso benissimo, io ho parlato diffusamente anche del vostro Collegio…

I: In realtà non siamo tutti Collegiali.

A: Ah! Non siete Ghislieriani? Fa niente, questa istituzione è importante perché dà l’occasione a giovani bravi di essere ancora più bravi. Poi qui – un po’ come nei campus – professori e studenti hanno occasione di frequentarsi di più. Inoltre vi devo ringraziare perché abbiamo sempre buoni ascolti in questa regione. I dati auditel che ci arrivano la mattina dopo sono schedati per regione, età, scolarizzazione ecc… e qui nel nord ovest abbiamo le nostre roccaforti più importanti. Grazie anche a voi.

I: Quanto al suo lavoro, lei negli anni ’80 ha inventato la divulgazione televisiva in Italia ma oggi, alla luce di tutti i cambiamenti nel sistema dei media, cosa salva del modello Quark e cosa invece cambierebbe?

A: Quark ha avuto tante evoluzioni, un po’ come dice la teoria di Darwin (sorride, ndr), adattandosi all’ambiente e alla società. All’inizio avevamo solo dei servizi scientifici, poi abbiamo aggiunto dei programmi con bellissimi documentari naturalistici, poi ancora abbiamo sperimentato tantissime varianti: trasmissioni col pubblico, attori, e con scienziati, tutti mescolati insieme; abbiamo fatto dei programmi tematici, alcuni parte della serie principale altri più simili a pillole di trenta secondi che hanno potuto infilarsi clandestinamente dentro i palinsesti e perfino dentro la pubblicità! E Ancora Superquark, Ulisse, una serie infinita di filiazione perché, come insegna Darwin, anche noi ci siamo adattati. Sempre però – e questo è il problema – facendo bene le cose. La televisione ha questo di caratteristico, forse più che altrove: che uno non può sedersi su quello che ha fatto, ogni volta è come nello sport, ogni volta bisogna dimostrare che sai saltare sopra l’asticella. E l’asticella è quella dell’ascolto. Quando si va in prima serata su Raiuno l’ascolto è la priorità fondamentale e quindi diciamo quello che è cambiato in questi anni è questa situazione di enorme concorrenza che condiziona la qualità dei programmi. Noi non abbiamo mai lasciato niente indietro la serietà e l’affidabilità ci hanno sempre contraddistinto, però abbiamo dovuto inventare cose nuove, in particolare con la computer graphic, i filmati e gli sceneggiati. Perché in questo modo il linguaggio era più vicino al pubblico, mantenendo i contenuti sempre dalla parte della scienza. Di questo vado molto orgoglioso.

I: Un’altra cosa, sull’Italia. Recentemente Odifreddi, il noto matematico, ha detto che il problema grande del nostro paese è che le terze pagine dei quotidiani sono occupate perennemente da umanisti. Secondo lei la divulgazione scientifica sui quotidiani funziona?

A.: sui quotidiani è vero che sono i letterati che parlano di letteratura…

I: A volte, poche a dir la verità, parlano anche di scienza…

A: Perché c’è una tradizione in Italia per cui la cultura non è quella della scienza; la scienza è una tecnica. Ogni tanto però si affaccia qualche novità anche in questo settore: sul Corriere della Sera per esempio scrivono spesso Boncinelli e Giorello. Però, diciamo, sono quasi tollerati, nel nostro paese manca una la cultura scientifica per via di una tradizione che è stata portata avanti da Benedetto Croce, oltre che da Gentile, che considerava la scienza e la tecnica delle ancelle, ma solo la filosofia doveva interrogarsi e eventualmente avere anche delle risposte esaustive.

I: Quale consiglio Piero Angela dà agli studenti universitari?

A: Ci sono varie opzioni. Se uno però vuole fare il ricercatore per esempio deve studiare più degli altri, deve avere il talento per farlo e deve lottare molto perché questo è un paese dove è molto difficile avere successo e probabilmente se diventa bravo dovrà andarsene all’estero. Purtroppo la realtà amara per chi studia in Italia. Comunque la mia esperienza di lavoro di tanti anni, non solo nel mio campo, è che ha una marcia in più chi si appassiona al proprio lavoro e si impegna non perché deve farlo, per guadagnarsi uno stipendio, ma per sé stesso. E’ difficile che uno molto bravo non abbia poi grandi opportunità. Una cosa che mi ha colpito, parlando con un esperto di management delle grandi aziende, mi ha detto che i laureati in fisica sono degli ottimi manager, probabilmente anche gli ingegneri, perché hanno una mentalità organizzativa. Infatti tanti ingegneri che lavorano alla FIAT, fanno strada e perché hanno una un modo di vedere e ragionare “scientifico”. Quindi non è detto che uno che ha fatto fisica poi deve fare il fisico, ci sono tante altre possibilità.

I: Un’ultima domanda, nonostante negli ultimi vent’anni si sia fatta una grande pubblicità a favore delle facoltà scientifiche, le aule rimangono comunque vuote. Secondo lei è un problema solo dell’Università o dobbiamo andare a cercare più a monte, nei licei e nella scuola secondaria?

A: Per me è molto difficile fare un’analisi. Certamente è nella cultura popolare che manca una percezione dell’importanza e dello sviluppo della ricerca, anche del rapporto Università-impresa. Io sono stato a Cambridge due anni fa: la ricerca in nanotecnologia e in nuovi materiali ha alle spalle – come punto di uscita e di caduta – una montagna di piccole aziende, dove i brevetti, a vantaggio dell’Università e del ricercatore, fertilizzano queste imprese, specialmente in un mondo dove tutto cambia rapidamente. Quindi diciamo che tutto è un po’ vecchio, l’informazione, la cultura, la struttura stessa degli Atenei. Ricordo che quando il ministro Roberti cercò di fare una riforma in questo senso nacque un movimento, “La Pantera Rosa”, per manifestare, per dire che la purezza dell’Università non doveva essere contaminata. Noi paghiamo le tasse perché l’Università tiri fuori scienziati, è necessario che una parte vada a fertilizzare il paese, a restituire i soldi. Comunque questo è un problema aperto.

I:Grazie mille

A: Grazie a voi, arrivederci.

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