INDIE #20: “Il caso Spotlight”

Se dovessi paragonarlo ad una giornata, questo film sarebbe esattamente il dì che mi ha portato a scrivere questa recensione. Una giornata piena di impegni, di cose da fare, di studio e di riunioni. Che poi è quel che succede nel film, persone dinamiche che studiano un caso e tra i pochi indizi riescono a scoprire una realtà che nessuno sospettava. Ma andiamo per gradi.

Il film si apre in una stazione di polizia in cui un prete cerca di minimizzare l’accaduto e la giustizia stessa, incarnata in un giovane poliziotto, rimane incredula di fronte alla consapevolezza che si sta per compiere una seconda tragedia, quella dell’omertà.

Stacco.

Ci vengono ora presentati i protagonisti della storia che si sta pian piano, molto pian piano, componendo. Nella redazione del The Boston Globe il gruppo Spotlight, specializzato in inchieste, sta cercando il pezzo all’altezza del proprio nome; pezzo che verrà però trovato dal nuovo capo che fin dalla prima riunione intuisce che si stava tralasciando una storia promettente. È qui che il suo essere outsider, estraneo alla città, così cara agli altri, gli permette di essere più oggettivo, di poter vedere oltre le forze che coesistono in un dato luogo, vincoli a cui non siamo soggetti dall’esterno, ma che anzi siamo in grado di evitare, spingendo gli altri a fare lo stesso.

Si inizia dunque l’indagine a partire del caso di padre Geoghan. Contemporaneamente, dopo una prima presentazione generale, la regia comincia ad inserirci nella vita dei singoli giornalisti, permettendoci quindi di cogliere il cambiamento che coinvolgerà anche il loro privato lungo l’inchiesta. Le ricerche fanno rimbalzare la squadra da una parte all’altra, fra avvocati, vittime, vescovi e archivi ed ogni volta il puzzle si arricchisce di un tassello.

«La Chiesa ragiona in termini di secoli, crede che il suo giornale abbia la forza per affrontarla?»

Ad ogni modo si intravede uno schema nei movimenti dell’istituzione ecclesiastica, l’anello inizia a stringersi e si arriva a domande sempre più mirate. L’aiuto poi di una delle vittime è fondamentale e viene per la prima volta messa in dubbio la professionalità di quei giornalisti che fino a quel momento erano descritti come paladini.

«Non è solo un abuso fisico, ma anche spirituale; ti tolgono la fede»

Vengono svelati man mano i vari sotterfugi messi in gioco, attraverso vie extragiudiziali che non lasciano tracce, aumenta il numero dei predatori e un professionista arriverà ad affermare che si tratta di un vero e proprio “caso di rilevanza psichiatrica”.

Si nota sempre di più come i tentacoli religiosi arrivino ovunque e spesso vittime e carnefici vivono fianco a fianco e più di una volta la regia indugia su quest’aspetto facendoci notare come vicino ad ogni chiesa sorga un parchetto, come vicino ad una scuola si trovi un prete che ammette senza nessuna vergogna i suoi gesti.

«Se serve una comunità per crescere un bambino, serve una comunità per abusarne»

L’energia della squadra è in grado poi di coinvolgere altri elementi che si riveleranno fondamentali per quella fame di verità che arriveranno tutti ad agognare. Ed è proprio grazie all’aiuto di un avvocato che, mediante un sotterfugio legale, si riesce ad accedere ad alcuni documenti secretati, “ma questa è Boston e la Chiesa non vuole che quei documenti si trovino”. È interessante, per il quadro generale, come Boston, una città non proprio modesta, venga descritta come una cittadina, come una piccola entità dove il prete, il farmacista e il sindaco sanno e provvedono a tutto. Ma Boston è una città più grande e a ben pensarci questo non fa altro che farci comprendere la capillarizzazione della Chiesa negli affari umani.

«Solo il 50% degli ecclesiastici è casto; molti hanno rapporti con adulti, ma altri…»

Attraverso continui dietrofront, rallentamenti, inciampi e minacce si riesce infine a giungere ad un brandello di verità che può dare inizio a tutto il resto.

Le rotative girano a pieno ritmo, i furgoni sono carichi di copie pronte alla lettura, ma nonostante questo la consapevolezza che il male non è stato affatto estirpato frena l’entusiasmo. La strada è però lastricata ed ora è solo da percorrere insieme alle decine di vittime che grazie al lavoro di alcuni, riescono ad avere quel coraggio che si era loro negato per tutta la vita.

Contrariamente a quanto si possa pensare di primo acchito, il film non si scaglia contro la religione a tutto tondo, anzi. Se la prende con quell’istituzione che infanga una tradizione millenaria che è tanto un sostegno per alcuni, quanto una tragedia per altri. Si attacca la finta fede che incrina la credibilità dell’intero ordine, ma la colpa non è solo dei preti, della Chiesa, degli avvocati che hanno difeso simili nefandezze; la colpa è anche di quel corpo giornalistico che ha chiuso gli occhi dinnanzi gli indizi. La colpa non è solo di una religione che fa da copertura, ma della stessa società che finge di non sapere, che si gira dall’altra parte, che preme sulle vittime accusandole di mentire. Gli va poi riconosciuto il merito di non mirare alle lacrime, ma nondimeno punta all’indignazione, che se vacua ha la stessa valenza di un pianto hollywoodiano.

La pellicola è solo l’inizio, è un invito allo spettatore, un invito che ci viene praticamente esplicitato quando  ci viene ricordato che tutta la documentazione è online, a portata di mano. È, quindi, uno di quei film che pur non essendo capolavori, pur essendo pesanti, tanto nell’argomento quanto nella narrazione, fungono da incipit ad una ricerca personale più ampia. Un’opera che apre gli occhi e risveglia la morale che talvolta dorme tra le braccia del male.

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